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Stefano D’Orazio: Non basta il talento

Le confessioni private di chi č sceso dall’astronave dei Pooh

Ven 29 Mar 2013 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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È coinvolgente conoscere i retroscena della folgorante carriera di un ragazzo determinato e intraprendente che, dopo anni vissuti ai vertici della popolarità, si risveglia uomo alla ricerca della sua anima. In “Confesso che ho stonato” (ed. Feltrinelli), Stefano D’Orazio ci spalanca le porte sulla sua vita da Pooh, di cui è stato colonna portante fino al 2009.

Leggendo la tua inusuale autobiografia si capisce che non hai mai avuto molto tempo per annoiarti.

«Ho percorso un meraviglioso viaggio lungo quasi quarant’anni su un’astronave carica di musica, amicizie e successi, all’interno di un’esistenza privata piena di episodi buffi, ma anche di scelte sbagliate. Ho fatto tutto, anche le cose apparentemente più strane, per la mia grande curiosità, la stessa che mi ha indotto a lasciare i Pooh. In questo libro condivido anche le mie stonature private: mi è servito per raccontarmi con autoironia, guardando a me stesso e ai miei difetti come mi ha insegnato mio padre».

Che ricordi hai dei tuoi genitori?

«La nostra era una famiglia molto unita, io e mia sorella maggiore Paola parlavamo spesso con i miei genitori che non hanno mai litigato davanti a noi: ricordo con grande piacere che mangiavamo sempre tutti insieme. Crescendo e conoscendo altre famiglie, mi sono reso conto che la mia era purtroppo un’eccezione: forse questo mi ha condizionato, perché non mi sono mai sentito in grado di poter essere un marito e un padre all’altezza dei miei genitori. Ma devo molto a loro, a partire  dalla mia grande tolleranza verso gli altri».

Che bambino eri?

«Una peste e a scuola ero spesso distratto. Papà Guido, che mi sognava avvocato, era severo e nel libro racconto anche i trucchi o le bugie che ho inventato per evitare le sue punizioni. Sostenuto da mia mamma Licia, molto cattolica, ho frequentato per tanti anni la parrocchia: era il difficile periodo del dopoguerra e nel nostro quartiere romano di Monteverde ho contribuito anche a costruire una nuova Chiesa. Quella formazione mi ha donato un grande senso di responsabilità». 

Come scopristi il tuo talento di batterista?

«Tutto iniziò quando a sei anni, per Natale, mi regalarono una batteria che diventò subito il mio gioco preferito; arrivato alle scuole superiori mentii spacciandomi per un bravo batterista e mi unii ad un gruppo musicale. Lottai con i miei genitori per farmi comprare uno strumento usato e l’incantesimo scoccò quando un giorno mi prestarono un disco di un allora sconosciuto gruppo inglese. Sulle note dei fantastici Beatles iniziai a studiare la batteria da autodidatta senza mai più fermarmi».

Come iniziò l’avventura con i Pooh?

«Facevo parte di una band chiamata “Il Punto” e cercavo mille espedienti per pagarmi nuovi strumenti musicali: per un periodo feci pure la comparsa a Cinecittà, lavorando anche con il mitico Totò. Nel settembre del 1971, il manager dei Pooh mi chiamò per sostituire l’indimenticato Valerio Negrini, morto qualche mese fa. Era un complesso già abbastanza noto e per me l’impatto fu traumatico: dopo avermi fatto tagliare capelli e baffi, iniziarono le prove e presto arrivò il successo che rischiò di travolgermi. Tutte le sere telefonavo a casa da ogni parte d’Italia per restare collegato alla vita normale: imparai che la tanto agognata popolarità può diventare una gabbia e si prende con gli interessi tutto ciò che ti offre».

Il successo travolgente condizionava anche i rapporti all’interno del gruppo? 

«Nel corso di quasi quarant’anni di lavoro insieme c’è stato ovviamente qualche momento di tensione, ma nel tempo siamo diventati amici davvero sinceri ed uniti. Fin dal 1976 siamo stati completamente indipendenti, ci autogestivamo, eravamo produttori e manager di noi stessi».

Tu hai scritto molti degli indimenticabili brani del gruppo: da dove traevi l’ispirazione?

«Delle quasi quattrocento canzoni incise dai Pooh vengono ricordate quasi sempre quelle più romantiche, ma abbiamo scritto anche dei brani molto profondi. Per i miei testi, come descrivo bene nel libro, attingevo ad esperienze della vita quotidiana e a ricordi della giovinezza che conservavo dentro di me. Ad esempio, nella famosa “La ragazza dagli occhi di sole” racconto di una fanciulla bellissima che ai tempi del liceo prendeva sempre il tram con me e che non ho mai avuto il coraggio di avvicinare per la mia timidezza. Ho il rimpianto di non aver potuto pubblicare una canzone che scrissi dopo la morte di mio padre ma, chiusi nei cassetti, abbiamo anche altre centinaia di brani inediti che non saranno mai resi noti. L’altro giorno ho aperto un file con molte mie canzoni che avevamo eliminato e mi sono sorpreso a trovarne varie molto interessanti!».

Qual è il tuo rapporto con i mass media?

«Per noi artisti è diventato un argomento difficile, perché ci sentiamo sempre più spesso usati dai media. Io ormai rifiuto le richieste di molte riviste, sempre più piene di gossip e rinuncio spesso ad andare in tv dove si viene involontariamente coinvolti nelle risse delle varie arene o talk show. Trovo invece molto bello il progetto del vostro mensile Acqua&Sapone di un’informazione realizzata con rispetto».

Perché nel 2009 hai abbandonato i Pooh?

«Per troppo tempo non mi ero reso conto di aver solo suonato un tamburo e fatto il manager musicale senza avere mai avuto un momento libero. Una mattina, all’alba dei miei sessant’anni, mi sono svegliato e ho visto che il mondo non ruotava solo attorno a quello splendido progetto musicale. Ho ripensato alla battuta del mio amico Fiorello “Dio è dappertutto, ma i Pooh ci sono già stati!”: era vero e mi accorsi di ricordare a malapena le camere degli alberghi! Decisi di lasciare tutto, ma la mia scelta sembrò strana, dato che i nostri concerti continuavano ad essere affollati: però auguro a tutti di avere ogni giorno tanto coraggio come me che ho messo in discussione ogni cosa».

Come hai vissuto i primi giorni della tua nuova esistenza?

«Dopo lo smarrimento iniziale e un po’ di riposo nella mia casa di Pantelleria, insieme alla mia compagna sono andato nello Sri Lanka a visitare uno dei centri di sostegno per i bambini poveri che qualche anno fa avevamo costruito con il gruppo: è stato commovente rendermi conto che dalla mia musica è scaturita anche una cosa concreta ed utile per tanti bimbi sofferenti!».

Come valuti i segni di cambiamento presenti nel nostro Paese?

«Sono sicuro che ci sarà un risveglio da parte delle nuove generazioni che spero facciano meglio della nostra protesta del ’68: noi volevamo distruggere tutto e poi ci siamo fatalmente fatti fagocitare dal sistema. Oggi il Movimento Cinque Stelle raccoglie non solo la protesta, ma è portatore anche di una forte speranza di cambiamento; però è molto difficile scardinare il potere costituito in un quadro internazionale così interdipendente. Beppe Grillo attraverso la Rete è riuscito a mettere in collegamento mille piccole gocce che insieme possono diventare tempesta solo se resteranno unite, ma ci sarà sempre chi contesterà per la presunta scarsa democrazia interna».

 Nella tua lunga carriera artistica hai incontrato molte personalità. C’è qualcuno che ti ha particolarmente colpito?

«Senza dubbio Papa Giovanni Paolo II, che ci ricevette in udienza privata nell’occasione di uno dei nostri concerti in Vaticano. Il suo carisma era incredibile e ci richiamò alla grande responsabilità che con la nostra musica avevamo nei confronti dei giovani. Ricordo benissimo quel giorno, anche perché la notte avevo sofferto molto per un’acuta colica renale: lui se ne accorse e, dopo aver parlato con il suo medico personale, mi regalò una bottiglietta di gocce da prendere se avessi avuto di nuovo dolore. Il giorno dopo la usai e da allora non ho mai più sofferto di calcoli!».

Cosa pensi del nuovo Pontefice Francesco?

«La sua umanità ha colpito tutti e credo che la Chiesa abbia fatto bene a scegliere un Papa sudamericano, volgendo l’attenzione verso popolazioni dove la spiritualità e le vocazioni sono ancora forti. Purtroppo nel nostro Occidente il cosiddetto progresso ha travolto la tradizionale impostazione ecclesiastica e l’apparato della Chiesa si è spostato dall’attenzione per la Persona allo studio della società. Mi auguro che con Papa Francesco i sacerdoti la smettano di occuparsi di sociologia o di gestione del potere, tornando ad occuparsi dell’anima degli individui, aiutandoli a ritrovare se stessi ed un vero rapporto con Dio».

Chi è Gesù per te?

«La Sua figura mi ha sempre affascinato; Lui è stato il primo e unico rivoluzionario della storia. Anche se non si crede alla Sua Divinità, bisogna ammettere che è stato un uomo eccezionale: non si è arreso mai e ha lasciato che gli altri lo inchiodassero su una croce per testimoniare fino in fondo i suoi principi, arrivando a sconfiggere il male. Purtroppo, gli uomini hanno confuso e stravolto il Suo messaggio attraverso i propri ragionamenti e condizionamenti. È da qui che dobbiamo ripartire: al concepimento di ogni bambino, all’avverarsi di questo miracolo sempre nuovo, dobbiamo impegnarci per non  ferirlo e condizionarlo. Chi aiuta i giovani ad essere veri genitori invece di preoccuparsi degli addobbi e delle bomboniere?».

Qual è il brano del Vangelo che ti colpisce di più?

«L’episodio quando Cristo incontra Pietro e suo fratello Andrea che cercavano di pescare: “E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono” (Mt 4, 19-20). La scelta radicale di Pietro e Andrea non è solo una questione religiosa; ognuno di noi ha un talento ma questo non è sufficiente: per esprimerlo veramente dobbiamo metterci anche tanta perseveranza e tenacia».  

 


 

ANCHE I MIGLIORI STONANO

Stefano D’Orazio nasce il 12 settembre del 1948 nel quartiere Monteverde di Roma. Liceale indisciplinato con la passione fin da bimbo per le percussioni, studia la batteria da autodidatta, affascinato dagli emergenti Beatles. Dopo varie esperienze in gruppi minori, nel 1971 viene chiamato a far parte dei Pooh, con i quali inizia una lunga e fortunata carriera come musicista e manager. Nel 2009, dopo trentotto anni e un successo ancora assicurato, con una lunga lettera rivolta ai fan, annuncia il suo ritiro. Ha appena pubblicato il libro «Confesso che ho stonato» (ed. Feltrinellli/Kowalski) nel quale racconta la sua vita dietro le quinte. Insieme alla sua compagna Tiziana Giardoni vive a Roma, ma frequenta spesso l’isola di Pantelleria dove si ritira per comporre e riposarsi. 

 


 

NON SOLO POOH
Per 38 anni Stefano D’Orazio ha condiviso come batterista, autore, cantante e manager, l’incredibile successo dei Pooh riassumibile in alcuni dati: 30 album inediti che hanno venduto 23 milioni di copie, conquistando 15 dischi d’oro e 46 di platino; senza dimenticare i 3.500 concerti sempre affollati. I Pooh, legati da una solida amicizia tra i componenti, hanno anche sostenuto molte iniziative umanitarie soprattutto a favore dei bambini più poveri. Dal 2009 Stefano D’Orazio ha lasciato i Pooh e, forte della sua instancabile curiosità e creatività, si è interessato ad altri progetti, primo tra tutti il Musical: dopo il grande successo internazionale di “Pinocchio”, ha scritto e messo in scena “Aladin” e, su richiesta degli Abba, la versione italiana di “Mamma Mia!”. L’ultima sua creatura è il family show “W Zorro”.

 

 

 


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