acquaesapone Salute
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Cibo sano, cibo italiano?

Al nostro Paese la palma degli alimenti meno inquinati. Ma non tutto ciò che sembra è davvero “Made in Italy”

Lun 29 Apr 2013 | di Maurizio Targa | Salute
Foto di 3

In questo periodo disastrato vantiamo un primato: l’Italia detiene la leadership europea e mondiale della sicurezza enogastronomica, col minor numero di prodotti agroalimentari a presentare residui chimici oltre la soglia tollerata. Solo lo 0,3% degli alimenti tricolori risulta infatti fuorilegge, percentuale inferiore cinque volte rispetto alla media europea (1,6% di irregolarità) e addirittura di 26 volte a quelli extracomunitari, bocciati nel 7,9% dei casi. È quanto emerge da un’elaborazione della Coldiretti sulle analisi condotte dall’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, che ha preso in esame oltre 77mila campioni di 582 alimenti differenti, indagine appena pubblicata nel Rapporto annuale sui residui di pesticidi negli alimenti. In Italia un prodotto su due, si legge nel rapporto, è “completamente privo di tracce di residui chimici da fitofarmaci”, e nell’intera UE il 98,4% dei campioni esaminati presenta residui entro i limiti, con la percentuale che sale al ricordato 99,7% nel caso dell’Italia. Per i Paesi extracomunitari i promossi scendono invece al 92,1% rispetto alla totalità.

Per le sue indagini, l’Efsa ha usato per la prima volta il sistema di analisi cumulativa del rischio, che consente di valutare insieme gli effetti combinati di una esposizione incrociata a diversi agenti chimici con proprietà tossicologiche simili; quindi, sottolineano dall’agenzia, i riscontri scientifici prodotti dalle analisi hanno valenza molto precisa. Il risultato italiano indubbiamente consola dopo le recenti cronache, che hanno visto tristemente protagonista la lattuga campana, ritrovata in Germania contaminata dal veleno per topi, il putiferio “horsegate” sul ragù a base di carne di cavallo, che ha coinvolto tortellini e lasagne, e il caso clamoroso dei cinghiali radioattivi della Valsesia. 

Cavoli amari

Analizzando le risultanze dai singoli paesi, è dal Sol Levante che arrivano i rischi peggiori per la nostra salute: il dato maggiormente inquietante viene fatto segnare dai cavoli cinesi, che in più di quattro casi su cinque (83%), sono risultati con valori di residuo tossico oltre i limiti ammessi. Stesso discorso per i broccoli provenienti dallo stesso paese asiatico, irregolari nel 77% dei casi, e i pomodori, bocciati 47 volte su cento. Risultano poco salubri anche l’uva e il pepe provenienti dall’India, rispettivamente col 65 ed il 42% di superamento dei limiti tollerati, i piselli sloveni (“niet” per il 35%), l’aglio argentino, le patate brasiliane.

Italiana di Shangai

Possiamo quindi sederci a tavola tranquilli? Niente affatto: il nostro problema, nonostante controlli e sequestri, è la tendenza apparentemente inestirpabile a utilizzare prodotti d’importazione venduti poi con marchio tricolore, dai pomodori napoletani con inequivocabili occhi a mandorla; olio nordafricano, formaggi, tartufi e castagne, con uno strano accento slavo, spacciati però come italianissimi, fino agli scandali del falso biologico. Il prodotto alimentare, in tutti questi casi, come è facile immaginare, è venduto come Made in Italy, ma non lo è affatto. Nel 2012 abbiamo importato ben 30 milioni di tonnellate di derrate varie, con aumento del 50% negli ultimi quindici anni. Viene dall’estero ben il 40% del frumento duro, utilizzato per produrre la pasta, poi messa sul mercato come italiana; il 60% del frumento tenero per produrre il pane, il 40% della carne bovina, il 35% della carne suina da consumare fresca o da trasformare in salumi e prosciutti, e il 45% del latte per prodotti lattiero caseari. Sono state importate 161.215 tonnellate di pomodori conservati, di cui oltre 80mila (il 52,9%) dalla Cina, destinate con la rilavorazione industriale a trasformarsi magicamente in prodotti Made in Italy. Il 98,6% di questa valanga rossa è piovuta nella sola provincia di Salerno, patria del mitico San Marzano. Hanno valicato le Alpi circa 70.500 tonnellate di uva fresca da vino, per la quasi totalità provenienti dagli Stati Uniti e solo marginalmente da Repubblica Sudafricana, Cile e altri paesi, destinati per il 94,8% alla provincia di Cuneo, nota nel mondo per i grandi rossi. 

Sono entrate nel nostro Paese 4.983 tonnellate di carne suina, proveniente per il 91% dal Cile e destinate per l’87,4% alle sole province di Milano e Modena dove, è risaputo, si confezionano prosciutti “italiani”. Circa 30 milioni di chili di carne di cavallo, asino o mulo, sono stati importati dalla Polonia, dalla Francia e dalla Spagna, mentre poco più di un milione di chili proviene dalla Romania, principali imputati dell'inchiesta che sta sconvolgendo l'Europa. Questa alluvione di numeri può inquietare, ma non necessariamente deve atterrire: le derrate d’importazione non debbono considerarsi automaticamente contaminate o sospette, è tuttavia innegabile come per gran parte di esse risulti molto più agevole eludere le ferree maglie dei controlli alla fonte, effettuate dai rigorosi funzionari italiani ed europei. Il paradosso si regge innanzitutto su un vuoto legislativo in materia di etichette alimentari: ad oggi nel nostro Paese deve essere indicata per legge e in tutta evidenza l’origine per la carne bovina, ma non per quella di cavallo, agnello, coniglio o maiale fresco o trasformato in salumi. L’etichetta trasparente è obbligatoria per il latte fresco, ma non per quello a lunga conservazione o i formaggi; per la passata di pomodoro, ma non per il concentrato o i sughi pronti; per la frutta fresca, ma non per quella conservata o per i succhi, né per il grano impiegato nella pasta.

Veleni nel piatto “low cost”

Hanno superato quota 24 milioni i chili di prodotti alimentari e bevande tolti dal commercio dalle Forze dell'ordine in Italia nel corso del 2012: le frodi a tavola si moltiplicano nel tempo della crisi, soprattutto con la diffusione dei cibi low cost, e sono crimini particolarmente odiosi, perché si fondano sull'inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare per acquistare il cibo. Oltre un certo limite, tuttavia, non è possibile farlo se non si vuole mettere a rischio la salute. «L'olio d'oliva è l'alimento più contraffatto - ha dichiarato Agostino Macrì, esperto per la Sicurezza alimentare dell'Unione nazionale consumatori (Unc) -: seguono latte e derivati, vino, miele ed anche pasta, che spesso vantano una tipicità del tutto inesistente. Le frodi alimentari possono essere di carattere commerciale o sanitario: nel primo caso producono danni economici, poiché vengono venduti alimenti di valore commerciale inferiore a quello reale e danneggiano i produttori onesti. Nel secondo caso, invece, possono essere pericolosi per la salute, perché c'è il rischio che contengano prodotti di degradazione, sostanze chimiche esogene o contaminanti microbici potenzialmente dannosi».

Una situazione resa possibile anche dalla mancanza di trasparenza nell’informazione e dai ricordati ritardi legislativi accumulati, certamente, ma anche per effetto della pressione delle lobby e delle agromafie che lucrano sul businnes della contraffazione alimentare. 

 


 

 Gli interventi del Comando Carabinieri Politiche Agricole

 Sequestrati oltre 2600 litri di olio extravergine d’oliva con etichettatura ingannevole in seguito a controlli sulla tracciabilità in Liguria ed Emilia Romagna. Il prodotto recava tra l’altro un acronimo simile al marchio DOP che poteva indurre in errore il consumatore.

• Sequestrate oltre cinque tonnellate di pistacchi nell’ambito di un’operazione a tutela del Pistacchio DOP: in etichetta era falsamente indicato l’utilizzo di Pistacchio Verde di Bronte DOP, mentre i pistacchi impiegati erano di origine greca, siriana e californiana. Gli stabilimenti di produzione sono stati localizzati nella provincia di Catania.

• Sequestrate presso alcuni supermercati delle province di Napoli, Salerno, Caserta e Avellino confezioni di formaggio con marchi DOP (Grana Padano, Caciocavallo Silano) e tranci di mortadella con marchio IGP apposti abusivamente.

• Sequestrate in un caseificio del salernitano numerose buste con la falsa indicazione “Mozzarella di Bufala Campana DOP”.

• Segnalato all’Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato (Antitrust) un caso di comunicazione ingannevole riguardante la commercializzazione di confezioni di conserva di pomodoro recanti il marchio registrato di una nota zona geografica della Campania e l’indicazione della provenienza dei pomodori da altra Regione.

• Segnalato all’Antitrust anche il caso della commercializzazione nella Gdo di “filetti di merluzzo” di noti marchi mendacemente pubblicizzati, quali “merluzzo” o “nasello” del Mediterraneo e risultati invece provenienti dall’Atlantico.

• Comminate sanzioni amministrative a diversi esercizi di ristorazione di località turistiche delle riviere veneta, romagnola e ligure per la somministrazione di olio d’oliva in contenitori non etichettati.

 

 


Condividi su: