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Il prof da 1 milione di copie

Alessandro D’Avenia e il suo romanzo “trasgressivo” diventato un film di successo

Lun 29 Apr 2013 | di Giuseppe Stabile - zonastabile@ioacquaesapone.it | Zona Stabile
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E se i ragazzi di quest’Italia declinante non fossero così indifferenti e superficiali come ce li descrivono spesso i mezzi di comunicazione? E se non tutti gli insegnanti italiani fossero depressi e svogliati come sovente i mass-media vorrebbero farci credere?

Sei soddisfatto della versione cinematografica del tuo best seller?
«Sono soddisfatto del risultato raggiunto. Inizialmente, alcuni esperti cinematografici mi dissero che sarebbe stato difficile realizzare un film, perché il mio libro è trasgressivo; infatti, invece che di sesso, racconto una storia dove i ragazzi incontrano un insegnante che ama il proprio lavoro e si confrontano sul dolore e sull’esistenza di Dio! Eppure, come professore di liceo, so bene che a questi argomenti i giovani sono molto interessati e non trovano nessuna risposta dalla cultura corrente. Poi, collaborando con la Lux Vide, è stato tutto molto più semplice».
 
Come hai affrontato il successo del tuo primo romanzo?
«Scrivere ed insegnare sono sempre state le mie passioni, ma non immaginavo di avere un riscontro di tali dimensioni. La storia raccontata ha preso spunto da una mia esperienza adolescenziale e si è arricchita con il contributo degli studenti del liceo nel quale insegno. Non è stato semplice ritrovare un equilibrio dopo la pubblicazione: continuo a ricevere centinaia di messaggi su Facebook e tante lettere da giovani che chiedono a me, uno sconosciuto, consigli su situazioni spesso drammatiche. La solitudine e la disperazione dei nostri figli dipendono da noi; dobbiamo interrogarci su cosa possiamo fare concretamente per loro. Stiamo rischiando di perdere un’intera generazione: continuiamo a disprezzarli, chiamandoli superficiali e falliti, senza dargli gli strumenti giusti».
 
Chi ritieni di dover ringraziare?
«I miei genitori, che mi hanno insegnato a guardare al cielo rimanendo con i piedi per terra. Inoltre, sono grato a tutti gli studenti incontrati nei miei 13 anni di insegnamento, perché ogni giorno mi costringono a rinascere. Gli adolescenti sono bellissimi, non accettano le falsità e le persone non autentiche: noi adulti dobbiamo sostenerli affinché scoprano la propria forza personale».
 
Spesso non è facile relazionarsi con gli adolescenti di oggi!
«Sì, ma l’unica strada che abbiamo è impegnarci per essere autentici, eliminando ogni ipocrisia. Dobbiamo tornare bambini e ritrovare la nostra originale vocazione, riparando tutti i danni che abbiamo subìto, anche involontariamente, dalle nostre famiglie e dalla scuola, abilissima a distruggere i talenti personali. Anche Gesù ci diceva che possiamo vivere veramente solo se, senza compromessi, riusciamo a tornare piccoli. L’uomo ha il grande dono della libertà e può anche calpestare la bellezza propria e dei figli, che spesso, soprattutto da adolescenti, non riescono a credere alla loro potenzialità irripetibile. Però, se non siamo noi stessi siamo come tutti gli altri».

Come hai scoperto la tua vocazione per l’insegnamento?
«Sono diventato insegnante perché da studente ho incontrato alcuni professori che mi hanno testimoniato la loro vita oltre le parole; ma soprattutto perché come docente di religione ho avuto Don Giuseppe Puglisi, ucciso dalla mafia il giorno del suo compleanno, il 15 settembre del 1993, quando io ero al quarto anno del liceo. Lui mi ha insegnato come esprimere il mio talento: donando la vita. Non da martire come lui, ma nella quotidianità. Di fronte all’alunno in crisi o che sta attraversando dei problemi, si deve scegliere se far finta di niente oppure guardarlo negli occhi e provare ad entrare nella sua esistenza».

Come aiutare i nostri ragazzi ad affrontare la difficile fase dell’adolescenza?
«Il punto fondamentale dell’educazione è aiutare l’altro a prendersi cura della propria anima. Forse stiamo finalmente scoprendo che non basta comprare o consumare, perché la nostra anima ha bisogno di tutt’altro nutrimento. Ognuno ha bisogno di uno spazio contemplativo per distaccarsi dalle cose e dalle persone, facendo esperienza di amicizie autentiche e scoprendo la bellezza della natura e dell’arte. Indispensabile è anche la preghiera, come dialogo con qualcuno che è sempre in ascolto e pronto ad aiutarci. Io scrivo e insegno perché so che questo è il mio posto nel mondo e per me queste sono forme di preghiera: i talenti che Dio ci ha donato sono i mezzi migliori per dialogare con Lui».

Che riflessi ha sui giovani la crisi che stiamo vivendo?
«La crisi non è solo economica: non basta pareggiare un bilancio per costruire il bene di un Paese se si è perso il rispetto della persona. Spero almeno che sia l’occasione per spazzare via chi ha contribuito a ridurre in agonia la nostra Italia; a partire dalla classe politica che, oltre a eccellere in sprechi e corruzione, si è dimostrata completamente miope. È più importante lo spread o la disperazione dei giovani, l’Imu o il disastro della scuola, le unioni civili o le famiglie perno della società?».

Che peso ha la fede nella tua quotidianità?
«Dai miei genitori Giuseppe e Rita ho imparato una cosa affascinante: la vera fede è la vita che si concretizza nell’espressione della mia potenzialità. Ogni giorno ho il gusto di impegnarmi collegandomi all’Alto, trovando gioia in quello che faccio e cercando di migliorare anche di un millimetro la mia capacità di amare. Io sono cristiano perché mi conviene e… non mi annoio mai! Ho letto molti libri, spesso bellissimi, ma l’unica cosa che mi fa sentire vivo è l’amore di Dio. Non è un pensiero, ma una cosa concreta che mi cambia in positivo ogni giornata, pure davanti alle sconfitte. La mia partita è già vinta, anche se non avessi più tifosi e ammiratori».

Come sani i tuoi vuoti interiori?
«Maria per me è la concretizzazione della tenerezza di cui parla Papa Francesco: non un concetto astratto, ma una profonda relazione personale. Come fa ogni bambino, anch’io mi rivolgo alla Mamma e attraverso il Suo amore cerco il contatto con Dio».                             



UN SUCCESSO IN 19 PAESI
Alessandro D’Avenia nasce a Palermo il 2 maggio 1977, terzo di sei figli, in una famiglia molto vivace. La sua adolescenza è segnata dalla testimonianza di tre uomini di grande personalità, tutti uccisi dalla mafia: il sacerdote Giuseppe Puglisi, suo insegnante di religione, e i magistrati Paolo Borsellino, che frequentava la sua stessa parrocchia, e Giovanni Falcone, che abitava di fronte allo studio dentistico del padre. Il suo primo romanzo “Bianca come il latte, rossa come il sangue” (Mondadori, 2010) viene pubblicato in diciannove Paesi e venduto in quasi un milione di copie. L’anno successivo scrive “Cose che nessuno sa”. Infaticabile, oltre a continuare nell’insegnamento di italiano e latino, scrive sui quotidiani La Stampa e Avvenire, partecipa ad una Associazione culturale rivolta ai giovani (www.cogitoetvolo.it) ed è in rete con il suo seguitissimo blog www.profduepuntozero.it


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