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Carcere-tortura, i giudici si ribellano

Situazione inumana e degradante: rinviare la detenzione per non renderli ancora più criminali e per non pagare i risarcimenti

Lun 29 Apr 2013 | di Francesco Buda | Attualità
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Visto che non si è in grado di tenerli in cella come esseri umani, non possiamo mandarli in carcere. Lo hanno iniziato a chiedere i giudici italiani, stanchi di essere complici dell'illegalità e della tortura di Stato che ogni giorno si consuma nelle patrie galere. È già successo in Germania e negli Stati Uniti, che certo non sono Paesi buonisti con chi infrange la legge.
Da noi, invece, in nome della legge – e del popolo italiano, come recita ogni sentenza – circa 66mila persone sono deportate e internate in condizioni agghiaccianti, in spregio di regole etiche e giuridiche, nazionali e internazionali. Chiuse 20 - 22 ore al giorno in tuguri  malsani e illegali, con nemmeno tre metri quadrati a disposizone ciascuno (dimensione minima richiesta dalle regole europee). Ogni 100 posti disponibili sulla carta vi sono in media 140 detenuti, con punte di 170, senza carta igienica e sanità, vitto miserabile e tante, troppe carenze, né percorsi di riabilitazione e lavoro. Con la spregevole aggravante che oltre 4 volte su 10 si ritrovano ingabbiati in via preventiva (custodia cautelare), senza uno straccio di condanna. 
L'esatto contrario di quanto stabilito dalla Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La Convenzione europea dei diritti dell'uomo vieta di infliggere trattamenti inumani e degradanti. 
Perciò non vogliono più sentirsi aguzzini i magistrati e stanno aprendo inedite brecce nel muro di questa fabbrica di disagio e ingiustizia. I Tribunali di sorveglianza di Padova e Milano, chiamati a vigilare sulla corretta esecuzione della pena, hanno posto la questione alla Corte Costituzionale: se le carceri non sono in grado di custodire il detenuto in modo decente, in regola con la legge e con il senso di umanità, allora non li possiamo sbattere in cella e la pena detentiva va sospesa, come per i casi in cui il condannato è gravemente malato. 
Fermo restando che qui il malato più grave è il sistema giudiziario-penitenziario, figlio di una casta incapace di garantire un po' di giustizia e sicurezza, senza stuprare il diritto e torturare i detenuti. 
E' l'assurdità per cui l’Autorità giudiziaria, chiamata a condannare alla pena detentiva chi ha infranto la legge, deve a sua volta violare le massime norme di quella Costituzione alla quale hanno giurato fedeltà. Di fronte a ciò, c'è chi si sta ribellando, dunque. 
Nel 2011, il giudice Piergiorgio Morosini allora segretario generale dell'Associazione Magistratura Democratica, invocò in pubblico l'obiezione di coscienza: se sappiamo che l'imputato andrà a finire in celle disumane, si eviti di condannarlo al carcere. Già negli anni '80 il magistrato di Genova Adriano Sansa affermò che non avrebbe più chiesto condanne alla detenzione a causa del pietoso stato delle carceri. Non si tratta di essere buonisti e di non far pagare chi ha sbagliato, ma di applicare la legge con legalità e umanità.
Ad esempio, attraverso le misure alternative alla detenzione, dimostratesi molto efficaci: si sconta le pena fuori e quasi nessuno scappa, anzi si migliora, magari grazie all'opportunità di lavorare, cosa prevista, ma poco attuata. Altra illegalità. Recentemente il giudice di pace di Salerno ha condannato il Ministero dell'Interno a pagare 1.000 euro di risarcimento ad un detenuto nella casa circondariale di Fuorni per le “pessime condizioni di detenzione”. La Corte europea dei diritti dell'uomo, come già nel 2009, a gennaio scorso ha condannato il nostro Paese a risarcire, con quasi 100mila euro totali, 7 detenuti per trattamenti inumani e degradanti. Tra i giudici di Strasburgo, c'era anche l'italiano Guido Raimondi, che ha sostenuto la condanna, decisa all’unanimità, definita “sentenza pilota”. Cioè farà da apripista a molte altre condanne in casi simili. Altre centinaia di ricorsi pendono davanti a quella Corte europea, che ha dato un anno di tempo all'Italia per rimediare a questo scandalo.  Oltre al riprovevole marchio di Stato torturatore e illegale, rischiamo di dover pagare moltissimi altri soldi al popolo dei deportati nelle carceri lager tricolori.
A spese dei cittadini italiani, ovviamente.

 



«Così si aumenta l’insicurezza»

A soffrire le pene del moribondo sistema penitenziario italiano, è anche chi ci lavora. I Direttori delle carceri italiane hanno persino manifestato a Roma. «Viviamo un enorme contrasto nel lavoro, c'è una demotivazione professionale che diventa pericolosissima. Qualunque norma della legge penitenziaria non è rispettata», ha detto ad Acqua & Sapone il dottor Enrico Sbriglia, segretario nazionale del Sindacato direttori dei penitenziari. La casta, sbandierando legalità e sicurezza, ha calvalcato le paure della gente ed ha introdotto leggi che hanno riempito le carceri di sbandati e poveracci, «la cui unica colpa – spiega il dottor Sbriglia -  spesso è solo quella di trovarsi sul suolo italiano. Le carceri, così come sono oggi conciate, costituiscono il pericolo più grande per la sicurezza: i detenuti, rimessi in libertà con un carico di odio senza pari, verosimilmente ritorneranno a commettere nuovi e più gravi reati». 

 


 

«A noi giudici non resta che astenerci dal mandare in carcere»

«Noi magistrati dobbiamo iniziare a pensare a forme istituzionali di obiezione di coscienza se non si pongono rimedi a questa situazione. Senza interventi da parte della politica, alla coscienza del giudice penale non resta che una sola strada: quella di astenersi dal mandare in carcere». Lo ha affermato Piergiorgio Morosini, ex segretario generale dell'associazione Magistratura Democratica. «Nella situazione attuale, mandando in carcere una persona, produciamo un effetto criminogeno», dice Morosini, che fa il giudice a Palermo e lamenta la pericolosa contraddizione per cui ci ritroviamo «carceri piene di detenuti in attesa di giudizio e paradossalmente boss mafiosi che escono dal carcere, perché scaduti i termini di custodia cautelare».    

 

 

 

 

 


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