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Golshifteh Farahani: donne, anima della rivoluzione

La grande attrice iraniana esiliata perché libera

Lun 29 Apr 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Se incontri una donna meravigliosa, dentro e fuori, prima ad Abu Dhabi e poi a Parigi, sei molto fortunato. O forse molto ricco. Oppure sei un critico e cronista cinematografico spiantato e precario che ha la fortuna di essere stimato da uomini di cinema a diverse latitudini. Quelle stesse persone che ti permettono di intervistare Golshifteh Farahani, magari anche un po' litigarci, per poi chiudere con un sorriso. Perché la migliore attrice iraniana – vivente e forse non solo – è appassionata e arguta, una combattente con un sorriso dolce quanto è forte il suo carattere. Da “About Elly” a “Pollo alle Prugne”, fino a “Come pietra paziente” (dal 28 marzo nelle sale), ha incarnato l'immaginario di tutti i più grandi registi iraniani, ma non solo. Ora vive e lavora in Europa, in Francia. Ma la scelta non è stata sua. La “Liz Taylor dell'Iran”, come l'ha definita Marjane Satrapi, ci ha raccontato tutto tra l'Abu Dhabi Film Festival al Rendez Vous di Unifrance, le Giornate del Cinema Francese, in una chiacchierata vivace, a volte anche tesa, ma sincera e intelligente. 

Prima di parlare di cinema deve dirmi una cosa: quando tornerà a suonare?

«Presto. Sono cresciuta avvolta nella musica, ballavo e suonavo per ore da bambina. A Teheran avevo un gruppo rock underground e ovviamente illegale!».

Come è crescere in mezzo a tante restrizioni?

«Diverso e forse persino più eccitante. Perché, se la libertà ce l'hai dentro, ogni cosa diventa strumento per violare le regole. Io, per esempio, portavo il velo a scuola, ma portavo i capelli cortissimi così che il pomeriggio potessi giocare con i maschi e andare in bicicletta. La verità è che a Teheran nulla ti è indifferente, tutto può essere pericoloso e sbagliato, persino recitare o ballare o suonare. O amare e bere. Ma puoi fare tutto, se sai nasconderlo».

“The Patience Stone” è un film atipicamente e coraggiosamente femminista: è d'accordo?

«Sì. Questa donna all'inizio è una moglie afghana, sottomessa persino a un marito inerte. Alla fine diventa una donna, compie un percorso di dolore e di consapevolezza, di rottura della tradizione e dell'identità, anche attraverso il proprio corpo, negato dalla famiglia come dalla società. Solo la zia, non a caso ripudiata, rappresenta una stonatura in quel coro. La sua crescita la senti dalla voce: all'inizio timida, nasale, alla fine potente, dal diaframma». 

La rivoluzione è donna, gridano in molte piazze. Che ne pensa?

«Hanno ragione. E in Medio Oriente ancora di più, dal momento che la donna e il suo corpo sono centrali nell'immaginario e non solo. Il dramma è che lo sono come piattaforma di dolore. Provare piacere, ad esempio, è considerata una colpa e la mia protagonista capisce, invece, che il suo corpo è la porta dell'anima, del sogno, di una vita in cui può fare quello che vuole». 

Le giovani generazioni lo hanno capito?

«Mi sembra di sì. Le giovani donne sono l'anima delle rivoluzioni più recenti. Da loro partono le battaglie, dal portare veli dai colori provocanti, a stringerli sui fianchi fino ad arrivare alle proteste. In Iran il 60% degli iscritti all'università è di sesso femminile. Vogliamo di più, ed è un'evoluzione positiva: una società che si riforma non può prescindere dalla condizione femminile. Vale per tutti i Paesi».

Lei è anche un'attivista politica. Questo conta nelle sue scelte artistiche?

«Non sono un'attivista politica, maledizione! Odio la politica, è sporca, scorretta. La verità è che nel mio Paese lo diventi anche se ti comporti e parli secondo ció che ritieni giusto. È indipendenza, non è politica».

Ok, chiedo scusa, lei è una donna libera.

«Non volevo essere aggressiva con te, scusami, ma è anche questo che bisogna combattere di certi regimi: quanto limitino le persone, anche nella considerazione altrui. Ogni atto che fai, dall'Iran all'Afghanistan, diventa politico. Tu definiresti mai Madame Bovary un'attivista politica? Io racconto e interpreto storie, non rappresento una nazione».

L'esilio è ancora una ferita aperta?

«L'esilio è durissimo, ma è anche il mio potere, mi rende più libera. Forse anche perché mi è stata lasciata una scelta e io ho deciso che a certe condizioni me ne sarei andata. Se un uomo si fosse comportato come me, non ci sarebbe stato alcun esilio. Ma il velo e una certa morale hanno inciso nella decisione sui miei comportamenti considerati non appropriati. Sono convinta, peraltro, che potró tornare presto, i tempi stanno cambiando. Se si tratti di giorni o anni, lo vedremo, ma vedo qualcosa di diverso. Anzi, in verità potrei tornare, il mio non è un esilio, ma un invito a non rientrare, dopo le immagini a seno nudo che ho fatto in Francia (sul settimanale Madame Figaro - ndr) contro gli abusi sulle donne. Se tornassi ora potrebbe succedere di tutto: potrei recitare come finire in prigione».

Si è mai pentita di quelle immagini? Le manca l'Iran?

«Mai pentita, erano per un'ottima causa e poi il mio corpo, in quanto attrice, è uno strumento che ho il dovere di usare. Togliereste il violino a un violinista?».

Dal maschilismo iraniano a quello europeo, cosa è peggio?

«Posso permettermi? Soprattutto dopo l'avvento di Berlusconi, in Italia la donna è considerata un oggetto. Lo è per carità, anche nel mio Paese, ma là c'è anche una potenza della figura femminile che da voi si annacqua in una fisicità superficiale, la donna o è madre o è un'immagine. E parlo conoscendo il vostro Paese. Certo, anche in Iran c'è il mito della vergine e con quel velo finisci per sentirti un ragazzo, a perdere la tua identità. Io solo ora ho scoperto di essere bella, cosa vuol dire essere donna. È una bella sensazione. Trovo che la negazione iraniana del corpo o l'esposizione italiana tendano allo stesso obiettivo: ad annullare l'identità femminile».   

 


 

Golshifteh Farahani, la biografia

La “Liz Taylor iraniana”, così come la definisce Marjane Satrapi, scrittrice e regista che l'ha diretta in “Pollo alle prugne”, è nata il 10 luglio 1983. Bellissima, è una delle migliori attrici persiane – molti la ricordano in “About Elly” di Asghar Farhadi -, ma anche un esempio femminile di straordinaria indipendenza. Non ha mai avuto paura di accettare copioni di film mai visti nel suo Paese a causa della censura, finché una foto in topless, in Francia, (fatta per una buona causa, quella della battaglia contro gli abusi contro le donne), l'ha resa persona non grata in patria e l'ha costretta all'esilio in Francia. Scoperta a 14 anni da uno dei maestri del cinema di Teheran, Dariush Mehrjui, ha recitato anche per Bahman Ghobadi. E, fuori dai suoi confini, anche per Ridley Scott in “Body of Lies”. E dal 28 marzo è nelle sale italiane con “Come Pietra Paziente” di Atiq Rahimi, tratto dal libro Pietra Paziente dello stesso regista (ed. Einaudi).

 

 


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