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Giovanni Minoli: La persona al centro della tv

Un grande comunicatore che ha scritto la storia della televisione

Lun 27 Mag 2013 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Essere un comunicatore è molto più che fare comunicazione. Lo si capisce incontrando Giovanni Minoli, da quarant’anni autore, conduttore e dirigente della Rai. Ideatore di innumerevoli e indimenticabili programmi televisivi, scopritore di tanti talenti e colonna portante del servizio pubblico televisivo.

La storia siamo noi, però la storia della tv sei tu!
«Sono un professionista che ha fatto del servizio pubblico la propria ragione di vita professionale. Per fare questo è necessario avere un’idea precisa dell’uomo: io ho sempre messo il cittadino e la persona al centro, sforzandomi di servirli come spettatori dei miei programmi. La televisione commerciale, invece, considera il pubblico come consumatore».

Come si è evoluto nel tempo il tuo progetto comunicativo?
«L’impegno che ho messo durante tutta la mia avventura televisiva è diventato clamorosamente evidente in questi ultimi anni attraverso il progetto “La storia siamo noi”: abbiamo creato una memoria condivisa che resterà un patrimonio del Paese. La Rai è stato il primo network pubblico europeo a portare la storia in prime time; il valore del nostro lavoro è stato riconosciuto in tutto il mondo. Ora, dopo la scadenza del mio contratto, vedremo se e come sarà possibile continuare la collaborazione».

Cosa fare per migliorare la qualità della nostra televisione pubblica? 
«Purtroppo in Rai i manager hanno gradualmente preso il posto dei creativi e oggi è necessario ritrovare un equilibrio, dando agli uomini di prodotto un’adeguata rappresentanza nei vertici aziendali. Bisogna limitare il ricorso a format pensati all’esterno dell’azienda e tornare a dare voce ai creativi interni, che con la loro sensibilità percepiscono e raccontano i cambiamenti della società. È indispensabile, inoltre, ridurre il peso della pubblicità nel finanziamento aziendale, per dare preminenza ai contenuti piuttosto che agli indici di ascolto. Con l’avvento del digitale terrestre, la Rai ha una straordinaria opportunità offerta dalla moltiplicazione dei canali, così come lo sviluppo tecnologico apre alle grandi potenzialità dei progetti crossmediali. La televisione ha una funzione educativa importantissima e i vertici dovrebbero essere consapevoli della loro responsabilità: per esempio, dovrebbe essere limitata la messa in onda di reality e talk show che danno un’immagine distorta della realtà e sminuiscono il valore del dialogo. Anche nel momento cruciale delle scelte di palinsesto, credo sia insensato continuare a mandare in onda i programmi migliori nelle ore notturne».  

Quale sfida è chiamato ad affrontare oggi il servizio pubblico radiotelevisivo?
«Viviamo un’epoca di grandi trasformazioni, in un mondo “glocalizzato”, dove cioè s’incontrano le spinte global e local. In questo scenario, il servizio pubblico ha il compito specifico di conservare e raccontare le radici di ciascun popolo. Affinché la globalizzazione abbia un senso, deve essere il punto di sintesi di una serie di identità molto forti».

La crisi sociale ed economica che stiamo vivendo ha una radice culturale?
«Ci stiamo accorgendo degli effetti negativi della globalizzazione e del predominio della finanza. C’è bisogno di riprogettare gli interessi dell’uomo di fronte agli interessi economici: questo è il vero impegno di questa fase storica. Il mercato deve essere al servizio dell’uomo e non viceversa: dobbiamo difenderci dalle storture che ci troviamo di fronte, anzitutto con un cambiamento culturale che arrivi a mettere l’uomo al centro di ogni iniziativa. Tutti, a cominciare dalle nuove generazioni, dobbiamo avere il coraggio di combattere contro gli uomini di potere che non hanno questa prospettiva; contemporaneamente, è necessario impegnarsi per formare la società a questo cambio culturale. La televisione, insieme alla scuola e alla famiglia, è uno strumento fondamentale di formazione delle coscienze per arrivare alla libertà dell’uomo». 

Le famiglie sembrano piuttosto disorientate.
«La famiglia risente del contesto nel quale viviamo: la nostra società è abbastanza disgregata e atomizzata, venditrice di stimoli antagonisti all’identità personale, costruita sull’egoismo e sul consumismo. Bisogna tornare dall’io al noi e per riuscirci è fondamentale la riaggregazione della famiglia. Naturalmente, sono auspicabili delle leggi che tutelino e sostengano le giovani coppie, ma soprattutto devono esserci uomini e donne che credono profondamente in alcuni valori e vogliono formare delle vere famiglie. È una sfida nuova rispetto al passato, dove i nuclei familiari si formavano spesso per tradizione».

Quali sono le persone dalle quali hai imparato di più?
«In primo luogo i miei splendidi genitori, soprattutto mio padre. Lui era una grande persona: professore universitario e grande avvocato internazionale, è morto precocemente in un incidente stradale. Mi ha donato tantissimo attraverso la sua forte testimonianza di Vita e la sua profonda conversione al Cristianesimo. Da lui ho imparato anche che la mia vicenda umana è collegata a tutto ciò che succede nel mondo e che a questo devo essere interessato: fu la spinta determinante per sviluppare la mia curiosità e la voglia di comunicare. Dal punto di vista professionale, ho avuto l’immensa fortuna di avere come maestro Ettore Bernabei, papà di mia moglie Matilde e inventore della televisione italiana. Infine, mia figlia Giulia è stata determinante per la mia maturazione personale». 

Tra le tue innumerevoli intuizioni ed innovazioni editoriali ci fu anche quella di portare il sacro sul piccolo schermo.
«Già molti anni fa, prima del grande successo delle fiction sulle vite dei Santi, quando tutti pensavano che certi argomenti potessero essere trattati solo nei programmi religiosi, provai con successo a raccontare storie sacre con le modalità tipiche del genere giallo. Quell’idea appassionò il pubblico, permettendo alla Verità di venire a galla e consentendo di comunicare molti valori universalmente importanti. Bisogna aprirsi alla presenza di Dio e sintonizzarsi sulla Sua guida alla nostra esistenza».

La Chiesa è ancora capace di comunicare i valori fondanti ad un’umanità sempre più confusa?
«Dopo un periodo di parziale smarrimento, in questi ultimi mesi la Chiesa ha dimostrato tanta vitalità ed una grande capacità di rinnovamento. Si vede che c’è un grande regista e sceneggiatore che è riuscito a realizzare ciò che nessun centro di potere poteva fare. Questa è la prova che la fantasia di Dio, quando decide di impegnarsi, è straordinaria».

Straordinari sono anche i frutti che ogni essere umano può portare se si impegna e collabora con Dio. 
«Certamente, ma il Padreterno con il Suo intervento si limita a suggerirci le forme del nostro possibile impegno. Perché Lui è sempre rispettoso della libertà degli uomini».

Cosa ti ha colpito dei primi mesi del pontificato di Papa Francesco?
«Il nuovo Papa ha detto una cosa fondamentale: Dio perdona sempre, ma siamo noi che dobbiamo aver voglia di farci perdonare».

 


 

La comunicazione nel sangue
Giovanni Minoli nasce a Torino il 26 maggio 1945, terzo di otto figli di una famiglia di grandi tradizioni. Dopo la formazione nelle scuole dei Gesuiti, con professori del calibro del Cardinale Martini, e le ottime prestazioni come promettente calciatore, consegue la laurea in Legge. Nel 1972 inizia a lavorare in Rai, realizzando alcuni programmi per bambini, viatico ad una grande carriera come dirigente, presentatore ed autore televisivo. Oltre a dirigere Rai Due e Rai Tre, Minoli firma alcuni dei più grandi successi della nostra tv, a partire dal rivoluzionario “Mixer”. Seguiranno poi “Report”, “Quelli della notte” e “Turisti per caso”, solo per citarne alcuni. Dalla sua curiosità, creatività e capacità comunicativa nascono anche i progetti di lunga serialità, come “Un posto al sole” e “Agrodolce”, così come molti programmi di Rai Educational e Rai Scuola. Grande formatore di giovani professionisti, è anche presidente dell’Accademia Silvio D’Amico e del Museo d'Arte Contemporanea del Castello di Rivoli. Vive a Roma, sposato con Matilde Bernabei, presidente della Lux Vide, dalla quale ha avuto una figlia. I suoi ultimi libri, pubblicati entrambi con Rizzoli, sono: “Opus Dei. Un’inchiesta” (con Stefano Rizzelli, 2008) e “La storia sono loro. Faccia a faccia con trent'anni d'attualità” (con P. Corsini, 2011).

 


 

La storia è finita?
Dopo tanti anni di ininterrotti successi, Giovanni Minoli lascia la conduzione de “La Storia siamo noi”, una delle trasmissioni più rappresentative del Servizio Pubblico. Il programma, progetto editoriale e produttivo unico in Europa con la missione di ricordare il passato, capire il presente e progettare il futuro, negli anni ha ottenuto un gradimento sempre maggiore da parte del pubblico ed è stato apprezzato anche a livello internazionale. Lo scorso anno ha ricevuto anche il prestigioso Outstanding Achievement Award, il premio all’eccellenza nei programmi televisivi di Storia. A Minoli, dopo il pensionamento del 2010, la Rai aveva affidato la responsabilità della struttura “Rai per i 150 anni”, per le celebrazioni dell'Unità d'Italia con un contratto scaduto il 31 maggio scorso. Al riguardo il Direttore Generale della Rai Gubitosi ha dichiarato: «La Storia siamo noi continuerà; ringraziamo Minoli per il suo lavoro e ci auguriamo di poter ancora collaborare in futuro».


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