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Raoul Bova: Voglio vedere storie positive

La regia, la libertà, i figli, lo sport e la condivisione, anche del lavoro, con la moglie Chiara

Lun 27 Mag 2013 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 9

Per la terza volta, in questi nove anni di vita, abbiamo deciso di dedicare la copertina a Raoul Bova, per il suo essere una persona trasparente, desiderosa di portare sul set storie positive e felice  di lavorare con la moglie, ogni giorno, in nome di quei valori che li hanno uniti. Perché per lui questo significa essere libero.
«Molti si dimenticano che la libertà è quella che abbiamo dentro di noi e che dobbiamo conquistare giorno dopo giorno. Spesso pensiamo di essere liberi, ma non lo siamo e siamo noi ad impedirlo a noi stessi!».

Cosa ti fa sentire libero?
«Mi fai una domanda importante. Una delle cose che mi ha fatto sentire libero è stato realizzare la fiction “Come un delfino 2”, di cui ho curato anche la regia e di cui mia moglie è produttrice (in preparazione “Come un delfino 3” - ndr). Perché essere libero significa poter fare ciò che si sente. E in questo ambiente spesso ti capita di non fare tutto ciò che sogni».

Cosa vi ha spinto a realizzare questo progetto?
«Io e Chiara (la moglie – ndr) abbiamo notato che vengono continuamente massacrati i nostri sogni. Quando ci siamo avvicinati al progetto, ci siamo domandati: qual è il nostro intento? E la risposta è stata: realizzare fiction che portino contenuti, in modo che le persone ne possano discutere a casa, con i figli e con gli amici. Da qui la decisione di investire in questo progetto in cui il protagonista è lo sport, che non è un elemento tipico della fiction italiana. È stata una scommessa, ma volevamo raccontare una storia di speranza, di riscatto, di persone che vogliono farcela, nonostante le difficoltà».

Tu sei stato un grande nuotatore: cosa hai voluto mettere in evidenza?
«Accanto alla gioia, alle vittorie, abbiamo voluto mettere in mostra anche le difficoltà, ispirandoci a Fioravanti e ai suoi problemi al cuore, o alla Pellegrini e ai suoi attacchi di panico: dietro una vittoria c’è un lavoro, una grande passione, una sofferenza enorme, una forza, una resistenza al dolore, una voglia di farcela che è difficile da immaginare. Ho voluto raccontare che quando si perde bisogna trovare la forza di allenarsi, di tornare in vasca, anche quando l’umore non è dei migliori. E questo riguarda lo sport come la vita di tutti i giorni. Raccontare lo sport è un modo per raccontare storie di vita, la vita di tutti i giorni. Nello scrivere la storia, cosa più importante di tutti, abbiamo pensato che volevamo raccontare una storia che avremmo raccontato ai nostri figli!».

Che emozione hai provato, girando un film che ti ha riportato ai tempi delle tue gare?
«L’emozione è stata bella e brutta nello stesso tempo, perché ho ripercorso i momenti di grossa difficoltà che ho vissuto da atleta. Bella, perché mi è servita come autoanalisi per capire che tante cose ce le mettiamo nella nostra testa e ci impediamo di raggiungere degli obiettivi, non per incapacità fisica, ma per dei blocchi mentali. Io, per esempio, da solo mi sono impedito di vivere nella maniera più bella lo sport. Spesso sono stato il carceriere di me stesso, senza che nessuno mi impedisse niente». 

Il nuoto sembra uno sport individualista: tu come l’hai vissuto?
«In realtà è singolo, perché sei solo con te stesso durante la gara. Ma c’è un gruppo che interagisce con te, fa le trasferte con te, lavora con te tutti i giorni. Il nuoto non è solo quello che si vede in gara. È uno sport di squadra fortissimo. Per esempio, quando gareggiavo io, singolarmente, non eravamo forti, ma in staffetta vincevamo tutto!». 

I tuoi figli che rapporto hanno con il nuoto?
«Per me è importantissimo, per questo ho voluto che facessero nuoto, lasciandoli poi liberi di scegliere. Credo che il nuoto serva per la vita, anzi a salvare la vita. Ma ora hanno lasciato (Ride - ndr) ed hanno scelto tennis e scherma!».

Quanto ti ha aiutato nel lavoro di attore e regista lo sport?
«La fatica fatta in questa fiction è stata enorme, ma l’ho fatto. Alla fine mi sono domandato come sia stato possibile. Ma quando sei abituato alla fatica, quando hai una passione, non senti la fatica. Ed è la passione la chiave di tutto».

Quanto è importante, soprattutto in questo momento, raccontare storie positive?
«Da spettatore è questo quello che voglio vedere. E sono le storie che voglio far vedere ai miei figli. Sarebbe bello farle vedere a tanti giovani, che, soprattutto negli ultimi tempi, sono bombardati da notizie e immagini negative. Se in questa situazione che stiamo vivendo non diamo un po’ di speranza… Credo che possa essere utile far vedere qualcosa che torni a far credere che le cose possono cambiare, che, se ci si impegna, si possono raggiungere degli obiettivi! Nella serie abbiamo inserito problemi legati all’attualità, ma abbiamo voluto mostrare come non sempre è necessaria una soluzione violenta, ma che la battaglia per la legalità la si può portare avanti cambiando la mentalità di ognuno e lo sport può essere un ottimo strumento per vincere sul male!».

Tu e tua moglie siete i promotori e sostenitori di “Coloriamo i Sogni”: quali progetti state seguendo?
«Stiamo ristrutturando altri stabili nel parco della Misticanza, dove abbiamo aperto una casa famiglia. Stiamo lavorando su altri progetti, come quello della violenza sulle donne».

Perché sei sensibile al tema della violenza sulle donne?
«Sono cresciuto in un ambiente femminile, con due sorelle e una mamma: non può che essere così! Credo che sia una tematica di grande attualità, da non sottovalutare. Tempo fa me ne sono occupato girando come regista il cortometraggio “Amore nero”». 

Perché hai deciso di fare il regista?
«è un passo che stavo preparando da tempo, timidamente. Non lo avrei fatto se non fossi stato supportato. Mi ha insegnato molto anche come attore. Ho capito che i registi dovrebbero fare gli attori e viceversa. Per ora non ho nessun altro progetto. Lo farò di nuovo quando sentirò di aver trovato la storia giusta». 

Intanto hai appena finito di girare a Roma “Angeli”, una miniserie che andrà in onda su Canale5, al fianco di Vanessa Incontrada.
«Vesto i panni di un angelo… Mi fa piacere farla, è una commedia che fa sorridere, ma io ti dico seriamente che per me gli angeli ci sono sulla Terra: io ci credo!».


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