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Non chiamatelo femminicidio

Non voglio che si parli (solo) di violenza contro le donne. Ai miei figli voglio insegnare il rispetto da entrambe le parti

Lun 27 Mag 2013 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Se mi lasci t’ammazzo. è una frase banale, una minaccia d’ufficio, un estremo quasi d’obbligo tra amanti, che si getta lì magari in un momento di giocosa passione. Io rifiuto la violenza e ancor di più la violenza in amore. Rifiuto anche l’idea che qualcuno possa far male a se stesso per amore, ma almeno in questo trovo una logica. Uccidere una persona che si ama, magari perché rifiutati, invece no, non lo capisco. è un veleno dell’anima che sento estraneo, anche ora che ascolto tv e giornali parlarne tutti i giorni, in modo sempre più allarmistico. I nomi, i volti delle vittime, tutte donne, scorrono sullo schermo e sulle pagine: Rosa, Carla, Daniela, Alessandra. Tutte sorridono, tutte paiono felici, come se proprio questa loro felicità le rendesse più esposte, più indifese, perché meno preparate all’odio di chi sta loro vicino.
I media parlano di femminicidio da un po’ di tempo e io rabbrividisco. Lo trovo un termine sbagliato, ghettizzante, come se essere uccise sia una prerogativa solo delle donne, come se noi fossimo sempre e comunque vittime designate. Non esistono differenze. Il mese scorso sul Corriere della Sera c’era una di queste carrellate di vittime in cui si riportava anche il caso di una donna pugliese e della figlia, uccise dal marito di lei. Il marito farmacista, in una posizione agiata, senza problemi apparenti, né disturbi depressivi, aveva però sterminato l’intera famiglia, incluso il figlioletto maschio. Ma per lui solo una citazione di striscio. I cosiddetti “femminicidi” non sono, non possono essere tutti uguali, accomunati tutti tanto per fare numero e impressione sul lettore. Quell’uomo dev’essere uscito di senno e deve aver considerato la famiglia come cosa a sua disposizione, incluso il maschio. Il genere qui non c’entra e questo ammucchiare tutto fa solo male, anche alle donne. Perché le donne non sempre sono vittime. Pochi giorni prima un’altra notizia grossolana: una donna sfigurata con l’acido finisce nel mucchio delle vittime perché femmine. I media dimenticano che nell’ultimo anno ci sono stati quattro casi del genere, due uomini e due donne, una par condicio dell’orrore. A fare minestroni non ci guadagna la causa della verità, ma nemmeno quella della battaglia contro il sessismo, che pure esiste. Ma francamente lo ritrovo di più nelle piccole violenze quotidiane, nelle battute sgradevoli e negli insulti per strada, nei soprusi in certi ambienti di lavoro, nel mancato rispetto delle differenze di bisogni.
Ecco, penso a tutto questo quando guardo i miei due figli maschi, così irruenti, ancora inconsapevoli delle differenze e penso a come posso fare a insegnar loro a rispettare le donne, a non farli mai diventare uno di quegli uomini che puniscono la ex per lo sgarbo di averli mollati. E mi rispondo che non so se posso davvero fare qualcosa, se può bastare una sana educazione in famiglia. Ma farò quello che posso: bandirò la parola femminicidio, non dirò loro che le donne sono fragili e per questo vanno protette, non gli insegnerò mai la cultura delle quote rosa. Cercherò di insegnar loro che tra uomini e donne ci sono differenze, ma l’uno deve rispettare l’altro anche nelle sue specificità. Anche se quando voi uomini insistete per vedere e farci vedere tutte quelle partite di calcio, mi verrebbe voglia di… 


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