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Ecco come la penso

Andrea Camilleri, 88 anni, lucido, ma distaccato e senza reticenze

Mer 26 Giu 2013 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 8

Finalmente l’ho incontrato. Seduto su una poltrona nel cortile dell’Accademia delle Belle Arti di Roma, Andrea Camilleri fuma la sua consueta sigaretta. Con movimenti lenti la porta alla bocca, la respira e poi, alzando leggermente la testa, emette il fumo. Giacca, cravatta, gli occhiali neri, sul tavolino un bicchiere d’acqua e l’ultimo libro, “Come la penso” (Chiarelettere editore), raccolta di articoli da lui scritti (in italiano) nel corso degli  ultimi 8 anni, dai quali apprendiamo il Camilleri pensiero.
«Sono testi scritti passata l'ottantina. Lo sguardo, quindi, è appannato. Ma non la lucidità. Perché a questa età le cose le vedi con una certa distanza e hai la possibilità di guardarle con maggiore oggettività. Per questo motivo, cose che non avresti scritto a 40 anni le scrivi a 80! Da una parte è il libro di una vecchiaia noiosamente saggia, dall'altro fortunatamente non lo è!».

Nel suo libro ogni idea politica, culturale, religiosa passa sempre attraverso il racconto. 
«La forma del racconto mi viene naturale. Da sempre. Ho cominciato a scrivere all’età di 10 anni. All’inizio scrivevo poesie per la mamma, per i templi di Agrigento. Poi mi dedicai a racconti brevi che mi pubblicava l'Ora di Palermo o l'Italia socialista, quotidiano romano del 1945. In realtà io non sapevo raccontare, perché non riuscivo proprio ad organizzare un testo che andasse oltre le 2 cartelle. E poi, soprattutto, perché nel corso della narrazione mi perdevo. Ci sono voluti molti anni prima di capire per quale ragione non avessi il fiato per raccontare: perché pensavo in italiano! La scoperta della maturità è stata proprio questa: pensare in dialetto! A quel punto mi è venuta la facilità del racconto e sono diventato il traduttore istantaneo di me stesso: penso in dialetto e traduco in italiano. E lo faccio anche ora mentre parlo. Perché il racconto è anche un fatto orale».

Scrive al computer o con la macchina da scrivere?
«Io scrivo al computer da 14 anni. Prima usavo la Olivetti. Poi mi hanno detto “basta”, perché io ho una fissazione: l'errore di “stumpa”. Che cosa è? Nasce da una vignetta che faceva una pubblicità ad una stamperia dicendo che si consegnavano velocemente i lavori e senza “errori di stumpa”! Ecco io sono terrorizzato da questo. Con la macchina da scrivere, quando sbagliavo, prendevo il foglio e lo buttavo, rischiando di morire soffocato dalle pallottole di carta... Allora ho accettato il computer! Ci siamo guardati con sospetto per 8 mesi. Poi ho cominciato ad usarlo. Ma il computer si rifiutava di scrivere come scrivevo io e mi sottolineava tutte le parole di rosso! Allora ho chiamato un tecnico che ha disattivato quella funzione! Poi ho notato che il computer era così veloce che scriveva parole che pensava che io avrei scritto. Ma non erano le mie parole. È stata lunga la lotta, ma alla fine abbiamo raggiunto un compromesso. Oggi scrivo, stampo il foglio, leggo ad alta voce e, se funziona il ritmo, procedo. Altrimenti individuo l'ingorgo, mi rimetto al computer e riscrivo. Finché raggiunge il ritmo giusto».  

Come si pone verso i lettori?
«Io mi definisco un cantastorie, come i cantastorie siciliani. Ricevo tantissime lettere. E molte di dissenso. Ricordo una volta ho ricevuto la lettera di un uomo che mi diceva che non potevo dare le mie idee politiche a Montalbano, perché Montalbano appartiene ai lettori e apparteneva a lui che non condivideva le mie idee. Per questo non posso pensare al pubblico quando scrivo. Penso a quello che ho in testa, a quello che credo sia giusto e doveroso. Se poi il rapporto diventa complicato con alcuni lettori, pazienza. Ma, tra le molte lettere che arrivano, ce ne sono alcune che ogni tanto sono capaci di stravolgermi. Ricevo lettere da malati terminali che mi ringraziano di averli sollevati. Zii che hanno nipoti che devono essere operati. Una volta mi arrivò una lettera senza un indirizzo a cui rispondere. Mia moglie, che se vuole è un segugio più bravo di Montalbano, tanto ha fatto che è riuscita a rintracciare l’ospedale nel quale era ricoverata la nipote di questa signora».

Qualche tempo fa ha detto che eleggere Napolitano una seconda volta è stato un errore.
«È un pensiero che ho formulato a casa. Poi è venuta la giornalista e io ho pensato che ormai ho 88 anni e me ne fotto: perché non dovrei dire quello che dico a casa? Allora lo dico: l'Italia è il Paese delle prove generali! Anche al G8 abbiamo fatto le prove generali: nella stanza dei bottoni allora c'era Fini che non era il democratico Fini. Ma è dall'Unità d’Italia che facciamo prove di democrazia. E a volte le prove ci portano fuori tiro. Come ora. Certo ho fatto un errore di calcolo invitando i lettori a votare Pd. Io e Asor Rosa avevamo fatto i calcoli sbagliati: pensavamo che il Pd sarebbe rimasto forte e che si sarebbe legato a Sel per non cadere in braccio a Monti. Poi abbiamo assistito al parricidio di Prodi e alla soluzione alla Gattopardo. Ma il “bisogna cambiare tutto per non cambiare niente” con noi è diventato subito “non cambiamo nulla”. Ma veniamo a Napolitano: io sono suo coetaneo e so cosa significa lo sfaldamento delle cellule cerebrali. Però io scrivo solo romanzi che al massimo danneggiano la casa editrice, lui no! Quindi mi sono espresso dicendo che è stato un errore eleggerlo di nuovo».

Come è questa Italia?
«Te lo spiego così: ho questo ettaro di terreno seminato a fave e non mi rende. Allora penso: lo seminiamo a ceci? No, perché prima bisogna fare la riforma organica dell'agricoltura in Italia! Questa è l'Italia che, invece di rifare la legge elettorale, fa la riforma della Costituzione! Il motivo? Perché cercano di ridurre il potere della magistratura! Questo è il chiodo fisso! Tutti dicono: leviamo l'Imu! Perché? Solo perché Berlusconi l'ha promesso in campagna elettorale! E a noi che ce ne importa? Togliere l'Imu a chi se l'è sudata la prima casa, va bene. Ma togliere l'Imu a me o a chi guadagna tanto no, perché poi aumenta l'iva che colpisce tutti. Preoccupiamoci di detassare il lavoro, piuttosto! Io ho un nipote di 18 anni e dico: ma che cazzo di Italia gli lascio? Quando si fa una guerra sul campo rimangono tre o quattro generazioni di giovani! Noi abbiamo fatto lo stesso, senza una guerra: i giovani di oggi sono vivi, ma senza speranza».

La nascita di Montalbano.
«Sono stato produttore delegato Rai delle inchieste di Maigret. E ricordo che lo sceneggiatore mi diceva sempre che il successo è tutto nell'inizio e nella fine. Al centro puoi scrivere tutte le cazzate che vuoi! Quando ho voluto scrivere il primo poliziesco, il modello al quale mi sono ispirtato è stato Simenon. Con delle differenze: Maigret era sposato, Montalbano no; entrambi amano mangiare bene; Maigret si mette dalla parte del morto, Montalbano no; entrambi non usano la pistola; entrambi non sono personaggi inquietanti. Il nome lo si deve a Montalbàn, lo scrittore spagnolo ideatore del personaggio di Pepe Carvalho. Io volevo costruire un antieroe borghese che lo spettatore inviterebbe a cena volentieri!».

Quale legame c’è tra lei e Sciascia?
«L'ho conosciuto quando dovevo mettere in scena “Il giorno della civetta” a Catania. Per motivi personali non riuscì a portare a compmento la regia, ma comunque l'amicizia cominciò. Quando scrissi il mio primo romanzo, come invece avrei dovuto, non glielo mandai. Il secondo libro glielo mandai e gli piacque moltissimo. Ma mi disse: “Cammillee – pronunciando il mio cognome alla siciliana -, però se continui a scrivere così mica ti capiscono...”. E io gli risposi che solo così sapevo scrivere, in dialetto. Un giorno lo contattai per dargli tutti i documenti che avevo raccolto su una strage avvenuta nel mio paese in cui furono ammazzati 114 detenuti. Glieli diedi perché pensavo che fosse perfetto per scriverne. E lui mi disse: “E perché devo scriverlo io? Scrivilo tu”. Allora mi presentò Sellerio. E lì nacque “La strage dimenticata”. Con Sciascia, anche ora che non c’è più, continua ad esserci un legame forte. Non sempre eravamo d'accordo: ma il disaccordo con Sciascia era meglio dell'accordo, perché ti metteva tanti dubbi e intruppi addosso che uscivi accresciuto. Io lo chiamo il mio elettrauto: quando mi manca, mi prendo un suo libro e mi ricarico le batterie!». 

 


FIGLIO UNICO

Nasce nel 1925 a Porto Empedocle (AG), figlio unico di Carmelina e Giuseppe. Dopo il liceo classico, s'iscrive alla facoltà di Lettere, ma non si laurea. S'iscrive al Partito Comunista Italiano. Nel 1949 viene ammesso all'Accademia di Arte drammatica Silvio d'Amico. Tra il 1945 e il 1950 pubblica racconti e poesie. Nel 1954 partecipa con successo a un concorso per funzionari RAI, ma non viene assunto perché comunista. Entra qualche anno più tardi. Nel 1957 sposa Rosetta Dello Siesto. Ha tre figlie e quattro nipoti. Insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dal 1958 al 1965 e dal 1968 al 1970; è titolare della cattedra di regia all'Accademia Nazionale di Arte Drammatica 'Silvio D'Amico' dal 1977 al 1997. Nel 1978 esordisce nella narrativa. Nel 1994 pubblica “La forma dell'acqua”, primo romanzo con il Commissario Montalbano, e arriva il grande successo e la trasposizione in tv. A giugno ha pubblicato “Come la penso” edito da Chiarelettere.


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