acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Luca Argentero: Non mi arrendo

Il re del cinema italiano, tra commedia, thriller e noir

Mer 26 Giu 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 5

Luca Argentero è come il suo Detective Corso. Non si arrende: non lo ha fatto quando per tutti era “quello del Grande Fratello”. Poteva scegliere una scorciatoia, quella dei guadagni facili. Si mise a lavorare sodo, a studiare ed è diventato, così, uno degli attori italiani più interessanti. Non lo ha fatto, banalmente, anche quando gli si è chiesto di più: così ha prodotto l’horror di Simone Gandolfo, un suo collega. E anche ora che i capelli bianchi si fanno vivi su quella faccia d’angelo, nessuna resa: non cerca tinte improbabili, ma li lascia così. E ne guadagna in fascino e personalità. Da “Saturno contro” di Ferzan Ozpetek capimmo che questo torinese sarebbe diventato una stella. Ora Luca vira ancora: il buono per eccellenza – persino in un film “cattivo” come “Il cecchino” – diventa un eroe, sì, ma tumefatto, pestato, “sfigato”. Lo fa in “Cha Cha Cha” di Marco Risi, con Eva Herzigova e Claudio Amendola. Un noir di quelli che in Italia non si vedono.

Togliamoci subito il dente. Una scena di nudo integrale di qualche minuto non si può ignorare. Ce la racconti?
«Mi sembra molto eccessivo ciò che si è scatenato attorno a questa scena. Io mi sono approcciato a quel momento del set nel modo più tecnico possibile, anche perché avevamo a disposizione un numero limitato di ciak. C’erano ben quattro macchine da presa, doveva essere efficace quella giornata di lavoro, particolarmente impegnativa e difficile. Mi rendo conto che questo mio punto di vista sia lontanissimo da quello dei giornalisti e forse anche del pubblico, più voyeuristico, diciamo. Ma così è. Poi l'ho vista ed ero felice, perché se la fai bene funziona indipendentemente dai vestiti che hai addosso. E qui c’è tutto: adrenalina, terrore, buio, ombra».

Curi ogni dettaglio di questo personaggio. In alcune parti sembra quasi un western metropolitano.
«Sono felice che sia evidente il gioco messo in piedi da me e Marco nel costruire il personaggio con movimenti, piccoli gesti, vizi, fissazioni e manie. Un lavoro che abbiamo cercato di fare con cura e attenzione dei dettagli, appunto, e che fa piacere si noti. L’accendersi una sigaretta in un particolare modo racconta un mondo, così come portare la giacca in quella maniera in cui il mio detective Corso la tiene su». 

Questo sembra il tuo momento. Tre film in meno di tre mesi. Troppi?
«Non è il mio momento, è solo una concatenazione casuale di coincidenze distributive che ha fatto sì che tre miei film in due mesi e mezzo finissero in sala: peraltro non è molto utile a nessuno dei tre, le promozioni dell’uno e degli altri si cannibalizzano ed è un peccato. Certo è che, però, è bello vedere che sono opere profondamente diverse e che i miei personaggi lo sono ancora di più. Anche geograficamente. A livello professionale quindi la soddisfazione è grande».

In questo caso, il personaggio è diverso dai “tuoi”, ma anche dai soliti schemi del cinema italiano.
«Verissimo. Corso per esempio è il classico ruolo che ti concede di uscire fuori dagli schedari in cui nel mondo del cinema molto spesso ti infilano, con un certo genere di film, un personaggio fisso per te. Qui mi ritrovo un antieroe che segue come guide la moralità e l’onore, l’amore per la verità e la tenacia nel non voler consegnare la sua vita e il suo Paese in mano a chi calpesta ogni giorno le nostre leggi e le nostre coscienze. Un uomo dal grande intuito e così onesto da perdere il lavoro che amava, per denunciare i colleghi, degli sbirri corrotti. Lui non accetta le zone d’ombra del nostro Paese, delle sue istituzioni: lui non si è arreso. E nessuno di noi dovrebbe farlo, mai».

Ti sei stufato delle commedie?
«Di commedie ce ne sono tante, nella miglior tradizione italiana c’è pure chi tenta di scherzare sui nostri difetti, di metterli a nudo in maniera eccellente. Qui si sceglie un’altra strada, un’altra vita, un’altra linea narrativa e visiva, un’altra atmosfera. Ovvio che però al cinema finisce sempre qualcosa che rispecchia noi, il momento storico che stiamo vivendo, le difficoltà che conosciamo, lo spirito del tempo. Qui c’è la Roma degli intrighi e delle intercettazioni, la Capitale “bastarda”. E non mi hanno stufato affatto le commedie, tanto che ho appena finito di girarne una, “Un boss in salotto” di Luca Miniero, con Paola Cortellesi e Rocco Papaleo, che uscirà a gennaio. Perché in fondo è un altro modo per guardarci dentro e prenderci in giro».

Hai studiato molto per questo film?
«Marco mi ha dato qualche film da recuperare, da “Il lungo addio” a “Chinatown” di Polanski. E questo nonostante tutti vedano nella scena “famosa” il Viggo Mortensen de “La promessa dell’assassino” di Cronenberg».

Te l’aspettavi quest’avventura?
«No, ma ci speravo, stimo tanto Marco Risi, e speravo mi chiamasse per un suo film. Peraltro desideravo da molto anche di avere la possibilità di interpretare un film di questo tipo, magari con un supereroe. E il mio detective lo è, a suo modo. Volevo sfidarmi. C’è stata la trattativa persino sulle dimensioni del cerotto che ho per buona parte del film. Risi voleva spaccarmi la faccia, mentre tutti di solito la “sfruttano”. Qui era tutto al contrario: basta pensare che Eva Herzigova fosse stupita, per dire, che la scena di nudo il regista la facesse fare a me e a lei non chiedesse neanche di tirar giù una spallina. Sto scherzando, ovviamente, ma è utile per far capire quanto sia diversa questa pellicola dalle altre. E a proposito, Eva è eccezionale: professionale, disponibile, rigorosa. Molti pensavano fosse una scommessa: se è così, è stravinta». 


BELLO E INTELLIGENTE
Luca Argentero, nasce a Torino il 12 aprile del 1978, vive a Moncalieri e si laurea in Economia e Commercio, lavorando part-time come barman in una discoteca. A 25 anni supera il provino del Grande Fratello. Vince il reality, ma nel frattempo studia, vuole recitare: ci riesce, all’inizio, con “Carabinieri”. Viene scelto da Francesca Comencini per un ruolo in “A casa nostra”. La consacrazione arriva l’anno dopo con il ruolo di un omosessuale in “Saturno contro” di Ozpetek, e là comincia la sua ascesa. Recita per i giovani Cupellini, Lucini, Brizzi, Avellino e Carteni (“Diverso da chi” che gli vale la prima candidatura ai David). L’ulteriore svolta è Michele Placido che lo sceglie per l’autobiografico “Il grande sogno” e “Il cecchino”. Si è sposato nel 2009 con Myriam Catania, attrice e doppiatrice. 


Condividi su:
Galleria Immagini