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Il contadino che ferma il deserto con le mani

Spiega agli esperti mondiali come rendere fertile la terra arida

Mer 26 Giu 2013 | di Roberto Lessio | Ambiente
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Yacouba Sawadogo è uno degli uomini più importanti al mondo, forse molto più di Barack Obama per intenderci, anche se non lo conosce quasi nessuno. Perché lui ha trovato una soluzione ad un problema di cui gli altri dibattono da decenni senza risultati.
Non è né uno scienziato né leader politico, ma un semplice contadino che nella zona sub-sahariana del Burkina Faso, in Africa, da trent’anni ha trovato il modo di arrestare e far indietreggiare l’avanzata del deserto. Lo fa con le sue mani e con la sua zappa: arnese di cui va orgogliosissimo, mettendolo bene in mostra quando va con la sua moto a lavorare quella terra arida e ormai inerte. Terra che invece lui sta progressivamente trasformando in bosco e fertili campi da coltivare, proprio ed esattamente là dove prima non cresceva più nulla. Lo fa applicando il principio che tutti i contadini da millenni conoscono e che è alla base dell’agricoltura biologica: mai far perdere la sostanza organica, il suo humus e di conseguenza la fertilità ad un terreno. Il deserto avanza soprattutto per questo motivo. Cosi Yacouba ha perfezionato la sua tecnica: scava tante zaï, buche parallele larghe 20 centimetri e profonde 30, poi le riempie con sterco di capra, foglie secche e cenere di legna. Infine le semina quando arriva la pochissima pioggia, di solito in primavera, che cade da quelle parti. In questo modo la sostanza organica trattiene l’umidità e permette alle piante di crescere e sopravvivere.
La genialità ed efficacia della tecnica di questo agricoltore sta soprattutto nell’uso degli escrementi animali: è questo speciale “additivo”, introdotto proprio da Yacouba nelle buche tradizionali, ad attrarre le termiti. Questi animaletti poi, costruendo piccoli condotti, aiutano a frammentare ulteriormente il suolo indurito e reso impermeabile dalla siccità. Ora tutto questo Yacouba Sawadogo lo sta insegnando al mondo intero. Non si contano più gli incontri internazionali a cui è invitato. Quasi sempre sono affollatissime e impeccabili assemblee internazionali che si occupano, a parole, dell’annoso problema della desertificazione. Tutte piene zeppe di esperti di alimentazione, economisti, agronomi, analisti delle dinamiche di mercato, banchieri e politici vari. Esperti che finora, con le loro teorie strampalate e costosissime, basate su calcoli scollegati dai cicli della vita, hanno contribuito solo ad aggravare il problema, a colpi di pesticidi e fertilizzanti.
Tutti lì a riprendere gli interventi di questo campagnolo della periferia del mondo e a trascrivere ogni sua frase (rigorosamente in lingua e dialetto della sua terra), mentre lui, il contadino africano, con la sua aria imbarazzata e di persona fuori posto, spiega che la propagazione proprio della vita, anche in ambienti così ostili, è una cosa relativamente facile: basta il lavoro, il rispetto della Terra stessa e una buona dose di pazienza. 


La sua storia è ora un film
La storia, il “successo”, il coraggio e l'intuito di Yacouba Sawadogo sono diventati un film, “The Man Who Stopped the Desert”, girato dall'inglese  Mark Dodd – regista e autore di vari documentari per la BBC e altri canali indipendenti. Il film racconta la tenacia di fronte all’invidia dei suoi vicini, compresi lo scetticismo e l'opposizione del capo villaggio, fino alla ribalta davanti agli sbigottiti agronomi ed “esperti” mondiali, compresi quelli della FAO. 


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