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Storie oltre la crisi

Giovani che rinunciano ad un lavoro sicuro per tornare a vivere

Mer 26 Giu 2013 | di Lucia Cosmetico | Attualità
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Visionari? Pazzi? O semplicemente umani? Come definire chi molla un lavoro a tempo indeterminato e si ritira in campagna, cercando di coltivare l'essenziale per vivere e rinunciando al superfluo? è questo un progresso o un regresso? Una qualificazione o una squalificazione della propria vita? è bene che aleggino tutte assieme queste domande quando si decide di ascoltare le storie di chi, in questi tempi, sceglie di percorrere strade incerte. E forse bisognerebbe partire proprio dal linguaggio: smetterla di insistere su "questi tempi", perché, come disse una volta alla radio il commentatore americano Paul Harvey, "di questi tempi giova sapere che ci sono sempre stati tempi come questi". E allora uno si rilassa, distende i nervi tesi, fa un respiro yoga e si predispone ad aprire le orecchie con più libertà d'animo.  Queste tre storie sono tutte ambientate nell'estremo Nord-Est, Friuli Venezia Giulia, ma potrebbero stare a loro agio ovunque: dall'Arkansas al Salento, da Francoforte a Pechino. Ovunque ci siano persone che, a un certo punto della loro vita, si guardano dentro e si ascoltano. E scelgono, magari rinunciando ad alcune comode sicurezze.


Pecora nera, esci dal gregge!
Aveva 23 anni Devis Bonanni quando ha deciso di licenziarsi. Faceva il tecnico informatico: di informatici c'è sempre bisogno, l'avrebbero tenuto per tutta la vita, ma qualcosa, dentro, non tornava. «Fuori vedevi la primavera che sbocciava e tu eri dentro ad un ufficio stressato e nervoso»" Avete presente il film 'Into the wild' ('Nelle terre selvagge')? Quando senti parlare Devis, pensi al giovane protagonista, Christopher McCandless, che decide l'esperimento estremo dell'esilio dal mondo cosiddetto civile, per immergersi nella natura selvaggia. Per reimparare a vivere in quella natura che ci avvolge e ci fa respirare, se riusciamo a non cementificarla del tutto. Più che byte, giga, schermi e programmi, Devis sogna un orto dove poter coltivare pomodori e un lavoro che gli consenta di vivere senza dover morire per il lavoro. Così nasce il 'progetto Pecoranera', che poi diventa anche un libro, edito da Marsilio. Pecoranera, esci dal gregge! Tu che ti senti a disagio perché non riesci ad adattarti ai ritmi forsennati che ti vorrebbero sempre schiavo di una velocità che non è tua, hai il coraggio di uscire dal gregge? Devis l'ha fatto, e adesso la nuova vita la descrive così: «In questa nuova vita non ci sono domeniche. Le settimane non segnano più il passo. è la natura a scandire il tempo. Non dovremmo portare più orologi al polso, come cappi al collo». Un ideale di libertà estrema, che però si apre anche al mondo esterno. Come se quelle ultime parole del film 'Into the wild' fossero state un monito anche per Devis: "Happiness is real only when shared". "La felicità è reale solo se è condivisa". E la condivisione è diventata uno stile di vita aperto ad ospiti di passaggio nel piccolo paese di Raveo, cuore della Carnia, dove vivono Devis e la sua 'morosa' Monica. Per obbedire sempre di più a quella voce interiore che chiama e non fa stare tranquilli finché non ci si mette in moto. «Qui - avverte comunque Devis - non troverete un giardino dell'Eden fatto e finito, una risposta a tutte le crisi che caratterizzano il nostro tempo, ma un tentativo piccolo e ostinato di pensare e vivere in comunione con la terra e il territorio». Sempre in direzione ostinata e contraria. Sì, forse è ostinazione la parola che si adatta a descrivere cosa c'è dietro le scelte controcorrente di tanti giovani e meno giovani che non si lasciano cadere le braccia "in questi tempi". Ostinazione e determinazione. Più tenacia e coraggio. Virtù dei forti, virtù antiche e forse d'altri tempi. Quelli in cui non c'era tempo per piangersi addosso e bisognava reagire subito rimboccandosi le maniche in senso tutt'altro che metaforico.     


Haron il pastore
Haron fa il pastore di un gregge di pecore, che forse si sarebbe già estinto se non fosse arrivato lui. Poco più di quarant'anni, una lunga esperienza con i cavalli e l'ippoterapia, a un certo punto si è ritrovato a Repen, sul Carso triestino, con un bastone in mano e due cani: il pastore belga Pino e Drago, un mastodontico e dolcissimo pastore abruzzese che si sente a casa tra le quasi 200 pecore del gregge. «è una razza particolare, istriano-carsolina, in via di estinzione; da quando la porto a pascolare qui, abbiamo anche contribuito al ripristino della landa carsica», racconta Haron, che ogni santo giorno, due volte al giorno, porta le pecore al pascolo in libertà, cioè senza sentieri prefissati o recintati da un filo elettrico. Ci sono voluti tre anni per addestrarle a questa libertà. Ma in queste micro-transumanze carsiche Haron non è solo. Ha scelto di farsi accompagnare. O forse qualcun'altro ha scelto per lui. «Sono stati i genitori di alcuni ragazzi disabili a spronarmi. Ci eravamo accorti che, dopo un passeggiata nella natura seguendo il gregge, questi ragazzi erano più felici e si erano anche sentiti utili facendo piccoli lavori». Così è nata ‘Terra del sorriso’, una onlus che lavora per il reinserimento sociale dei tanti giovani “persi”. Persi: questo è l'aggettivo che Haron usa di più. «La nostra è una società persa, molti ragazzi sono ribelli perché non vedono alternative. Qui, grazie al contatto con la natura e con la terra, riescono a ritrovarsi». Ed imparano anche mestieri che rischiano, come le pecore, l’estinzione. 
«Quest'estate, grazie ad un finanziamento del Comune di Trieste, avvieremo un centro diurno per dieci ragazzi disabili, che impareranno a lavorare il cuoio, la lana, il legno e la pietra». Mentre Haron parla, il gregge attorno bruca l'erba con gusto e voracità. Non è solo un'immagine, ma anche un suono, un'armonica fusione di campanelle ed erba strappata, che da solo riuscirebbe a calmare gli spiriti più irrequieti. «Ogni gregge ha il suo suono, i pastori lo riconoscono». Chiunque sia anche solo un po' avvezzo alla lettura dei Vangeli, non può non sentir risuonare quelle parole che dicono: "Il pastore chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce".              


Barbara, arte e natura schermi anti-crisi
Tutto nasce sempre da una voce. Una voce interiore che chiama e conduce fuori. A pascolare greggi o a perseguire un sogno sognato fin da piccoli. Barbara Picotti è una "carnica doc", che però della durezza delle montagne della Carnia non ha nulla. Cosa farai da grande? La pittrice, ripeteva senza indugio. E se qualche adulto avanzava perplessità in merito, lei non ascoltava. «Il maestro mi chiamava alla lavagna se c'era da disegnare ed io poi ho sempre seguito quella che sembrava già da piccola una predisposizione all'arte». A 27 anni ha aperto un laboratorio a Nonta di Socchieve, paesino di venti anime nel cuore della Carnia friulana, e se oggi le chiedono cosa fa di mestiere, risponde "la calcografa". Ovvero disegni incisi su un foglio di carta attraverso un torchio manuale. «L'ho fatto arrivare da Urbino - spiega -, non avrei mai scelto un torchio elettrico perché nello strumento manuale c'è più sensibilità, è come se sentissi che lo strumento è un estensione del corpo, un po' come il pianoforte per il pianista». Il lavoro manuale ed artistico come scuola di vita? «L'artista quando crea - spiega Barbara - porta fuori qualcosa di sé, ogni atto creativo è questo: qualcosa di me esce fuori da me. Come quando vedo che dalla matrice il lavoro arriva nella carta. è quasi come un parto, ed io lo voglio accompagnare senza anestesia». E com'è la crisi vista da lassù? «Noi qui forse siamo privilegiati. Abbiamo la natura attorno che ci protegge, viviamo quasi ovattati. La natura ci preserva dalla schizofrenia. Credo che questa crisi possa anche portare a farci domandare: cos'è veramente importante per me? Dentro di noi abbiamo tutto, come i fiori. Dobbiamo solo lasciarli sbocciare». Impara l'arte, e non metterla mai da parte, perché forse ti può anche insegnare a vivere.   


50 anni, licenziato. «Così ce l’ho fatta»

Maurizio De Vito, da contabile a scrittore. Si è risollevato, vendendo da solo i suoi libri nelle stazioni, nella metropolitane e per le vie di Roma

«Tutti ce la possiamo fare! Io ne sono la prova vivente». Lo dice lui, troppo giovane per la pensione, troppo “vecchio” per essere assunto. Un dramma che Maurizio De Vito ha conosciuto e superato con le proprie forze. Nelle stazioni ferroviarie e della metro o per le vie di Roma in molti lo hanno visto, si sono fermati a parlare con lui, incuriositi da quella maglietta con su scritto “Io sono il nuovo povero”. E gli hanno dato dei soldi. Non l'elemosina o la mancia, ma i 15 euro del prezzo del suo libro con la sua storia di “nuovo povero”. E così è andato avanti, dignitoso, senza fermarsi a recriminare sul mondo crudele, sullo Stato assente, sull'economia beffarda. La sua storia è una potente testimonianza di speranza, coraggio e concreto amore per se stessi. Licenziato a 50 anni con moglie casalinga e due figli adolescenti a carico, dopo una vita da iperattivo e stimato ragioniere capo in una grossa azienda, con macchinona e doppio lavoro, Maurizio ce l'ha fatta. «Mi sono ripreso in mano e reinventato, ho iniziato a darmi una mano io», ricorda. Non ha ceduto alla crisi, soprattutto quella interiore che lo aveva attanagliato. Ha conosciuto lo sfratto, stordito dall'odissea in tribunale per mantenere un tetto, la depressione e la vergogna della spesa coi centesimi contati, il senso di colpa per non riuscire a dare più “tutto” alla famiglia, i corsi regionali per riqualificarsi. «Ma il lavoro, quello vero, non arrivava mai. Solo piccole mansioni come lavoratore socialmente utile a 300 euro al mese», racconta. Poi il risveglio personale: «In una notte ho buttato giù il primo libro “Non smettere mai di sognare” e mi sono deciso: vado a venderlo per strada». Poi è arrivato il secondo libro “Io sono il nuovo povero”. «Voglio squarciare l'indifferenza di fronte a questa nuova categoria di persone, i nuovi poveri: non sono i classici barboni che dormono sulle panchine, sporchi e con le scarpe rotte, ma gente che come me ha perso il lavoro, magari ti abitano di fronte, e cercano ogni giorno di vivere dignitosamente, affrontando la precarietà e l'ingiustizia di questa economia. Ma soprattutto voglio dire che si può andare oltre. Bisogna sentire che hai la forza, che non dipendi da nessuno, come Gesù». Nel frattempo Maurizio ha letto Padre Angelo Benolli su Acqua & Sapone e ha adottato a distanza un bimbo in Africa, con Italia Solidale e ad Aprilia, la sua città, ha avviato un'associazione di artisti di strada per far esprimere le persone e magari trovare un lavoro. Lui lo ha ritrovato dandosi da fare al dormitorio per i poveri. «Mi sono mosso, ed ho incontrato un imprenditore che mi ha dato fiducia». Ora ha ripreso a fare il ragioniere, ma non ha smesso di testimoniare che prima del calcolo c'è la vita, piena di energie per affrontare le crisi. 

Francesco Buda


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