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Abbas Kiarostami: “Il mio mito? Totò”

Un poeta del cinema con il coraggio di sperimentare. Un uomo gentile, sensibile, spiritoso.

Ven 02 Ago 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 9

Incontriamo Abbas Kiarostami all'undicesima edizione dell'Ischia Film Festival. Rapito dalla bellezza dell'isola e della rassegna, si lascia andare a riflessioni che solitamente nelle interviste non si concede, forse perché non ossessionato dalle solite domande politiche dei giornalisti. E ha ragione: è decisamente meglio, per lui e per chi ha la fortuna di ascoltarlo, parlare d'arte e di natura umana. D'altronde non è un caso se ha ammiratori illustri come Godard, Scorsese e Nanni Moretti: è semplicemente uno dei più grandi cineasti del mondo e anche un poeta delicato e potente. Presenta “Qualcuno da amare”, la sua ultima opera girata in Giappone.

La cosa più importante per Kiarostami?
«Il coraggio di sperimentare e di osare senza farsi intimidire dalla prospettiva che in sala, per un tuo lavoro, vadano tre soli spettatori. Purtroppo, da un punto di vista artistico, il cinema, rispetto a discipline come la pittura o la musica, si è fermato. C'è troppa dipendenza dal capitale. E l'Europa, come gli Stati Uniti, ha accettato di trasformare il cinema in mero momento d'intrattenimento». 

Lei è iraniano, ma nell'ultimo film ha scelto il Giappone come location. Come mai? Si lega alla sua passione per gli haiku (componimento poetico nato in Giappone)?
«Io vengo da un paese in cui la poesia ci è stata imposta da sempre. Quando andavo a scuola, componevo versi di cui non sapevo la definizione, solo in età adulta ho capito che potevamo chiamarli haiku. Chissà, forse in un’altra vita sono stato giapponese».

Lei ha quasi costretto Tadashi Okuno, il protagonista, a recitare per lei. Come lo ha scelto?
«Takashi Okuno è un uomo di 84 anni che ho preso tra i generici del film. Ha lavorato 50 anni nel cinema, non aveva avuto mai un’unica battuta e provava una paura terribile nel ricoprire il ruolo del protagonista. Io gli ho dato solo una pagina e mezza di dialogo e gli ho detto: “Guarda che sarà solo questa la tua parte di sceneggiatura: ce la fai ad impararla”. Solo così ha accettato, anche se era molto titubante. Ovviamente avevo mentito. Cercavo di fare questo film da 17 anni e ho capito che il destino lo aveva rimandato, perché voleva farmi incontrare lui, in un’età in cui avrei potuto capirlo. E ci comprendevamo alla perfezione sul set: io gli parlavo in “farsi” (l'idioma iraniano - ndr), lui capiva e mi rispondeva in giapponese. Una magia. E alla fine gli ho detto che il film era finito, ma che io non ero sazio del lavoro con lui. "Vorrei fare un altro film con te”, gli ho detto. Lui mi ha risposto: "Ti ringrazio tanto, ma io no. Non voglio più parlare, come in passato!”. Ecco, dove si può trovare un altro essere umano come lui, se non in Giappone? Tu gli offri un posto in prima fila e lui ti risponde “no, grazie, io preferisco ritornare nell’ombra”».

Lei è il vero erede del neorealismo italiano, lo sa, vero?
«Grazie! Ne sono felice. Quando ero piccolo vedevo tanti film americani, però era il cinema italiano e nello specifico il neorealismo italiano a emozionarmi, sono quei film che mi hanno fatto venire il desiderio e la determinazione di diventare un regista. I protagonisti delle pellicole statunitensi non erano a portata dei miei sentimenti. Forse non mi crederai, però il primo personaggio che mi ha profondamente colpito nel cinema è stato Totò. Avevo 17-18 anni e in lui ho subito visto un parente, uno zio. Per non parlare del mio amore per Sofia Loren!
Immagino un set in cui Kiarostami dirige Totò. Un sogno. In cui lei parla in “farsi” e lui risponde in napoletano. Non è impossibile. Ti racconto una cosa: farò un film in Puglia e cercavo la protagonista femminile di novant’anni. Ho incontrato Isa Barzizza e, come dite voi italiani, ‘m'è piaciuta subito e assai’. Non immagini che sorpresa e che felicità scoprire che ha recitato con Totò. Mi farò raccontare tutto».

Ultimamente mi sembra che stia guardando fuori dall’Iran, qual è il motivo? Un caso, la volontà di esplorare nuovi territori o forse non può più lavorare come vorrebbe nel suo paese, data la situazione politica?
«Forse tutte e tre le cose che hai detto, forse nessuna e forse una quarta risposta. Non c'è dubbio che da noi sia abbastanza difficile fare un film, è per questo che io sono uscito fuori dall’Iran e faccio film all’estero. Ma anche Woody Allen ha scelto di girare fuori dai confini del suo paese e non credo sia per motivi politici. Noi registi andiamo dove possiamo fare il nostro lavoro, dove ci chiedono e ci permettono di farlo al meglio. Questa penso sia la mia risposta alla sua domanda. Non possiamo dividere il cinema dalla sua location, la sua unica location è il mondo intero e il suo unico protagonista è l'essere umano. Non dobbiamo prendere sul serio le separazioni geografiche e politiche, dobbiamo prima di tutto convincerci che il mondo è uno e le persone sono uniche e tutte uguali». 

Ma il suo paese resiste e dimostra una vitalità culturale unica.
«Credo che la creatività sia qualcosa che va al di la delle condizioni sociali del paese, non può essere soffocata dalla situazione politica e da nessun sistema. Nonostante le grandi difficoltà, sono invece testimone di un grande fermento culturale negli ultimi anni in Iran, pieno di giovani talenti vivaci e creativi. Posso dire che la condizione sociale qualche volta addirittura può aiutare a vivacizzare la creatività. Certo, con il mio paese continuo ad avere un rapporto complesso, complicato. Non ci capiamo, non ci comprendiamo fino in fondo. Non c'è un rapporto diretto tra me e il governo del mio paese. Cosa che comunque io accetto, non amo lamentarmi delle difficoltà della mia terra».


 

IL REGISTA DI BAMBINI
Nato a Teheran, in Iran, nel 1940, si laurea all'università di Belle Arti della sua città e prima di intraprendere la carriera di regista, lavora come graphic designer nella pubblicità e nell'illustrazione di libri per bambini, che poi diventeranno protagonisti costanti delle sue pellicole. I suoi esordi riguardano per lo più cortometraggi ispirati al cinema Neorealista italiano. Il suo primo lungometraggio di rilievo s'intitola “Il viaggiatore”, del 1974. Nel 1997 ha vinto la Palma d'oro per il miglior film con “Il sapore della ciliegia”. Nel 2005 ha diretto un episodio di “Tickets” assieme ad Ermanno Olmi e Ken Loach. Ha pubblicato anche raccolte di poesia, come "Con il vento" (2001) e "Un lupo in agguato" (2003).


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