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Mauro Corona: Le mie ultime confessioni

il nuovo libro dello scultore e scalatore

Ven 02 Ago 2013 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Mauro Corona torna a scrivere e lo fa parlando di suo padre e sua madre, del suo paese, del Vajont, della montagna, del silenzio, della decrescita felice. Del suo modo di intendere la vita e della necessità di scrivere, come racconta nelle “Confessioni ultime”: «Se tacevo, morivo frainteso, e non era giusto nei confronti di qualche amico, dei miei figli oppure anche di voi sconosciuti che siete qui a puntarmi l’occhio di una telecamera. Dovevo liberarmi, per questo ho scritto libri. Ma non solo per questo».
Corona scrive perché non ama il silenzio, chi non racconta, chi non confessa che ha bisogno di aiuto. Perché oggigiorno sembra proibito chiedere aiuto. «Il mondo va storto soprattutto perché non abbiamo imparato e non vogliamo dirci le cose. Ci teniamo tutto dentro il nostro bozzolo. È molto triste. Fingiamo, con la tecnica delle apparenze, passeggiamo per la città con i capelli ben tirati: «Ciao, buongiorno, come va?». «Ah, bene.» Ma i nostri demoni, come diceva Dostoevskij, non li riveliamo a nessuno, che sarebbe il principio di una buona e migliore esistenza».
Corona parla, parla delle parole, del loro suono e del loro significato. Come della parola amore: «La parola “amore” oggi significa “aspettarsi di essere amati”: tu mi devi amare, altrimenti ti ammazzo. In pochi mesi sono morte più di cento donne, pugnalate, sparate, assassinate, calpestate. Non ho un vocabolario sull’amore, ho messo giù una definizione mia, amore vuol dire accettazione totale, donazione totale, silenzio. Questo è “amore”».
Lo scrittore che vive in montagna continua il suo dialogo con il lettore e parla della famiglia, della gente e della responsabilità di ognuno di noi: «Noi vediamo le città come il ricettacolo del male, ma non è così. Le città sono fatte di gente e la gente siamo noi. A volte sento brontolare “la società, la società...”, ma la società sono anch’io: uno più uno più uno facciamo sette miliardi. Non dire “la società” tirandoti fuori. Sei anche tu la società. Non possiamo sentirci fuori. Quel che succede nelle città succede nei paesi, nelle famiglie e dentro l’anima delle persone. Se sono felice, suscito invidia. Se vado a messa, suscito la rabbia di chi mi dice “bigotto”. Siamo come delle api che si pungono a vicenda tutto il tempo. È da qui che dovremmo ripartire per l’educazione dei bambini: tollerare, capire, perdonare, essere generosi, accettare le sconfitte. Se hai dieci euro, prendi un euro e regalalo a chi non ne ha. Con nove vivi lo stesso che con dieci. E invece siamo educati così, a tenerci tutto dentro».
Corona figlio, ma anche padre, fa considerazioni sul ruolo dei genitori che con il loro comportamento lasciano tracce: «Per fare i genitori bisognerebbe avere un patentino, superare un esame. Non è possibile che uno faccia il genitore rovinando questi ragazzini, che poi sono irrecuperabili, perché l’albero che cresce storto non lo raddrizzi più, rimarrà storto. Magari alla fine cercherà il sole anche crescendo storto, ma il suo corpo resterà piegato per sempre. Per questo dico che per fare il genitore bisognerebbe superare un esame. Lei no, lei non è adatto a fare il genitore. Perché? Perché inculcherebbe a suo figlio la vendetta contro un popolo diverso dal suo. Bene, allora lei non può fare il genitore. Con il nostro comportamento lasciamo una traccia. Nel mio caso scopro, e mi dispiace tantissimo, che nella mia arroganza, nella mia spocchia e anche nella mia maleducazione, ma convinto di essere nel giusto, ho indotto molti giovani a bere, perché vedevano in me un modello. Ma io sono pieno di paure e di fragilità, tutto quello che ho fatto, che gli altri reputano coraggioso, eroico, le scalate, non è stato altro che cercare di uscire dal terrore di stare al mondo, dalla paura del vuoto, della vita. Però gli altri, soprattutto i ragazzini, non lo sanno e vedono questo eroe fasullo, questo esempio fasullo».
Ma una sola è la radice di tutti i mali: la fragilità dell’uomo. «La radice di tutti i mali è che l’uomo non accetta la sua fragilità. Ci hanno insegnato a vivere la fragilità come un difetto, per questo la nascondiamo, reagiamo, diventiamo violenti. L’avidità, l’orgoglio, l’invidia, l’odio, la competizione nascono da qui. Sono la reazione alla nostra fragilità. L’uomo è un essere incompleto, ma il fatto di essere fragili non dobbiamo rifuggirlo come un difetto. La fragilità è tenerezza, sensibilità».
E accanto alla fragilità c’è la timidezza, un punto di forza, non di debolezza, che dovrebbe essere considerato un valore: «La gente ha messo una luce negativa intorno alla timidezza. Cominciamo a farne un valore, ecco perché dicevo prima che l’uomo deve imparare a raccontarsi, perché la fragilità te la devo confessare. Non ti dico: “Io ho coraggio a scalare una cima”, ti dico: “Io me la faccio sotto”, ed ecco un buon motivo per scalare la cima, per cercare il coraggio, per trovare la determinazione, per aver fiducia in me stesso. Non ho mai scalato senza il terrore. Io ho paura anche a svegliarmi. Il coraggio non è altro che paura. La paura e il terrore originano il coraggio. Alla fine ogni buon coraggioso, se non è un idiota o un folle, è un uomo che ha paura. La mancanza di paura è temerarietà, stupidità, follia».

E cosa è la vita per Mauro Corona? 
«La vita è un gioco a perdere. In fondo io ho avuto anche dei figli che non si drogano, che hanno studiato, si sono laureati, qualche birra la bevono ma, se devo fare un bilancio, anche la salute, ho sessantadue anni, mai neanche un raffreddore, sono un uomo fortunato, per questo non mi lamento. Mi manca un po’ di non essere stato accettato come figlio, mi è mancato un po’ di affetto, ma ormai non ne ho più bisogno. Oggi le coccole le evito, è difficile che mi lasci andare, perché non ne ho avute da piccolo e quindi adesso mi danno fastidio, come la cioccolata. Ho un’età che preferisco amare che essere amato».

Ma cosa è essenziale?
«Un pasto al giorno, un litro di vino e tempo libero, tempo per riflettere. L’essenziale è l’obiettivo da perseguire, da parte mia ci provo. L’essenzialità è avere la capacità di sapere cosa ci serve e basta».


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