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Giovanni Allevi: Il futuro nelle nostre mani

Dopo gli attacchi e la depressione torna con tutta la sua fragilit

Gio 29 Ago 2013 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 8

Giovanni Allevi è tornato. I suoi ricci sempre più ricci, i suoi jeans, le scarpe da ginnastica, il suo emozionarsi per ogni forma di apprezzamento e accoglienza nei suoi confronti. È tornato dopo gli attacchi degli accademici, dopo la depressione e quel mettersi in discussione che lo ha portato a capire di voler essere così. Con tutte le sue debolezze e fragilità.
«Quando sono stato attaccato, ho pensato che per me fosse finita. Poi ho capito che la cosa importante era che la mia musica era arrivata dove doveva arrivare: al cuore della gente».
Tu come sei?
«Nel mondo in cui viviamo, siamo portati a dover esprimere, quando diventiamo famosi, una volontà di potenza. Viviamo in una società in cui dobbiamo omologarci, perché è considerato solo chi è forte e bello. Invece tutta la mia storia va da tutt’altra parte. La mia musica è la dimostrazione della mia fragilità. Anzi, sono scombinato e sicuramente finirò in un ospedale psichiatrico! Ma, a differenza di ciò che ci si aspetta, ho sempre voluto manifestare la mia fragilità, la mia imperfezione. La mia speranza è che la mia musica possa aiutare ognuno ad accettare il proprio essere diverso, il proprio non omologarsi a modelli che ci vengono appiccicati addosso.  Quando ho capito che la mia forza è la mia fragilità, ho cominciato a vivere. Mi sono accettato senza pensare di dover dar conto delle mie imperfezioni».

Jovanotti è stato uno dei primi a scoprirti, tanto da produrre il tuo primo cd “Tredici dita”. Cosa è cambiato in te da allora?
«Tutta la mia riconoscenza va a Jovanotti per avermi dato questa possibilità. Io avevo mandato una cassetta alla “Sole Luna”, la sua casa di produzione, e tutto potevo pensare tranne che mi rispondessero. Quando mi telefonarono, dicendo che erano entusiasti, io stavo dormendo sul pavimento della stazione di Torino. Allora facevo concerti di musica classica ed avevo una vita un po’ avventurosa. Ricordo che mi squillò il cellulare. Ero appoggiato con la testa sullo zaino… Davvero tutto può succedere...».
Ennio Morricone prima di un concerto ha detto che se uno non è arso dal fuoco della passione per la musica deve lasciar perdere. E tu che dici?
«Posso essere d’accordo sul fuoco della passione, ma non mi piace la frase del lasciar perdere. Perché scoprire il proprio talento, ciò che uno vuole fare nella vita non è facile e quindi non possiamo lasciar perdere prima di averlo scoperto. Noi ci accorgiamo di ciò che ci piace fare perché ci brillano gli occhi o non ci dormiamo la notte. Ma scoprirlo non è semplice. Lo aveva capito e detto anche Platone. Lui diceva che prima di nascere ci fanno vedere ciò che saremo. Poi, entrando nel mondo, dimentichiamo la sua natura ed abbiamo tutta la vita per ritrovarlo. Quindi non dobbiamo lasciar perdere. Ma dobbiamo fare le cose con una passione bruciante, perché solo così provochiamo dei cambiamenti positivi intorno a noi».

Come è il tuo rapporto con il passato, la tradizione classica?
«Euripide, Eschilo, Sofocle hanno scritto delle tragedie. Che poi le tragedie sono delle storie in cui ci sono due personaggi che si scontrano, ma che hanno ragione entrambi. L’unica soluzione è la morte di uno o di entrambi. Spiegavo ai ragazzi del liceo classico cosa significa entrare nella classicità: significa studiarne la trama e rimanerne affascinati e basta? Oppure pensare: ho studiato Euripide, ho capito la sua grandezza, voglio scriverla io oggi una tragedia? Uso quella struttura e racconto il presente. Sarebbe un percorso entusiasmante. Studio la tragedia perché voglio diventare un tragediografo. Il mio invito ai ragazzi è a fare Euripide. Ed è lo stesso approccio che ho nei confronti della musica e della classicità. Ho studiato tutta la vita i classici, ma non per continuare ad eseguire, ma per arrivare ad avere l’ardire irriverente di fare come loro. Il mondo antico, il mondo classico deve essere portato ad oggi».

Grazie alla tua musica tu guardi il mondo attraverso gli occhi di un bambino. Come lo vedi il mondo?
«Noi viviamo in una società adulta e tutto è stato trasformato ad immagine di un adulto. Dove è finito lo spazio dei sognatori? Non c’è più. È tutto inquadrato. A volte vedo le donne e vedo che la loro strada è incasellata: le donne devono essere belle, devono lavorare, devono diventare madri per forza, mogli per forza. Guardare con gli occhi di un bambino significa ritrovare la natura più profonda, andare oltre quegli schemi. Attraverso la musica entro in contatto con quel Giovanni che andava sullo skate quando aveva 10 anni, che si è rotto il dente, che è stato sospeso da scuola e che si arrampicava sugli alberi. Attraverso la musica ritrovo quel Giovanni».

Sei stato depresso per due anni a causa delle numerose critiche rivolte non solo contro la tua musica, ma anche contro te come persona. Come hai fatto a superare questa depressione?
«Se uno mi pesta un piede io chiedo scusa per aver messo sotto il piede. Io vivo di ansia e sensi di colpa, i due pilastri della mia personalità. Quindi immagina come ho potuto vivere le critiche… Tutto è partito dal grande maestro violinista che ha dato il la, cominciando con una critica furibonda contro di me. Poi è stato seguito da tutti. Chiunque prendeva un microfono in mano se la prendeva con me. Non capivo perché. Poi ho capito: perché i sognatori fanno paura, perché ti ricordano il sognatore che sei stato, ti ricordano che non sei libero. Per un po’ di anni ci sono stato male. Ora non più».

Cosa provi quando suoni?
«Quando faccio i concerti, dietro le quinte tremo come una foglia. Allora c’è qualcuno del mio staff che mi dà una spinta. Per questo entro sul palco correndo, perché mi spingono! Poi mi siedo al pianoforte, 88 tasti, 10 dita… mica è giusto! Ma alla fine arriva questo applauso e io dimentico quella paura e sento che prevale l’entusiasmo…».

Che differenza c’è tra l’eseguire la musica classica e suonare la tua?
«Quando suonavo la musica classica sentivo la gioia di aver suonato bene un brano. Qui è diverso perché suono la mia musica, quindi provo un’infinita riconoscenza. Per questo alla fine del concerto abbraccio i presenti con un trasporto ai limiti dell’accettabilità sociale!».

Cosa vuoi ottenere, quando scrivi?
«Quando scrivo non lo faccio perché voglio creare un’emozione. I ragazzi mi scrivono dicendo: “Beato te che puoi esprimere le tue emozioni tramite la musica”. Ma non è così. Io sto lì che sto facendo i piatti – cosa che mi piace moltissimo – e mi arriva una musica in testa. E la porto sul pentagramma. Io sono ansioso e la musica è estroversa. Io sono timoroso e lei è impertinente. Io non esprimo le mie emozioni. Ma quella musica emoziona me. è qualcosa di misterioso».

Grazie a te molti giovani si sono avvicinati alla musica classica.
«L’infinita distanza che molti giovani sentono dalla musica classica è perché è stata scritta due secoli fa. Il mondo cambia e anche la musica. Allora mi si dirà che non sono rispettoso. Forse è vero. Ma non c’è mai stato nella storia occidentale un così grande culto del passato come in questo momento. Come nel 1500 ci fu il culto della classicità greca. Si guarda indietro, pensando che sia culturalmente un gesto nobile. Se io fossi un esecutore ti direi: “Ma certo, bisogna amare la musica classica, perché così ci sentiamo più elevati”. Ma io sono un compositore contemporaneo. Come creare un collegamento? Recuperando le forme del passato. Una forma classica nelle forme e contemporanea nei contenuti».

È un momento complesso per tutti, per i giovani, in modo particolare italiani: come affrontarlo?
«Siamo in un momento di crisi. Però dobbiamo approfittare di questo momento di crollo delle certezze per ricominciare a costruire qualcosa di nuovo. Io ho vissuto una crisi personale nello scontro con il mondo accademico da cui è scaturito un rinnovato entusiasmo. Questo può essere un esempio per non lasciarsi andare al disfattismo. Quando dicono che ai giovani è stato rubato il futuro, dicono una falsità. Proprio quando tutto crolla, tutto è nelle nostre mani!».                                                                 



La critica più feroce

Dopo un concerto di Allevi al Senato a fine 2008 il violinista Uto Ughi sentenziò:  «Sono offeso come musicista. Allevi Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà… Mi fa molto male questo inquinamento della verità e del gusto. Trovo colpevole che le istituzioni dello Stato avvalorino un simile equivoco». La risposta di Allevi: «Come ha potuto farmi questo? Come ha potuto sputarmi addosso tanto veleno, proprio il giorno della Vigilia di Natale? Lei si ritiene offeso, e di cosa? Come fa una musica a offendere, se è scritta e suonata con tutta l’anima? Una musica strumentale senza parole? … Alla luce delle sue parole, sembra paradossale che lei sia Presidente dell’Associazione Uto Ughi per i giovani».


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