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Faye Dunaway: Il mio segreto? L'istinto

Una donna per le donne che vorrebbe Hillary Clinton Presidente degli Usa

Gio 29 Ago 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 8

Il suo viso, riscoperto in uno splendido “Chinatown”, è stato il “regalo” del direttore artistico del Festival di Locarno, Carlo Chatrian, al pubblico, nella serata preinaugurale della rassegna ticinese. E ha conquistato tutti. Quel film di Polanski ce la offrì bugiarda, dark lady, donna fragilissima, sensuale musa. Tanto che quasi dispiace che Faye Dunaway non abbia saputo sopportare la vecchiaia, combattuta con la chirurgia estetica, come fece invece proponendo e imponendo la sua bellezza diversa e irresistibile da attrice a Hollywood. Ma la vincitrice del Leopard Club Award rimane una diva straordinaria, che in più di un'ora ha ammaliato tutti, con racconti di sé e della sua carriera. «Nonostante il jet lag e la senilità!», ha ammiccato all'inizio della chiacchierata.

Cos'è il cinema per lei?
«Tutto. Sono una super cinefila, sono ancora fermamente convinta che ci siano una magia e una poesia uniche nel tradurre una storia in e per immagini. Forse anche per questo ho sempre seguito l'istinto per la scelta dei miei ruoli: devo farmi trascinare da ciò che si racconta, da ciò che un film mostra. Prima ancora che pensare alla mia convenienza come interprete. E sono stata fortunata, ho fatto grandi film e sono stata sul set con attori straordinari. Deve avermi guidato lui, il mio boss che sta in cielo, Dio. Ci sono colleghe, invece, che hanno avuto meno istinto di me: non tutte sanno scegliere. Sharon Stone è una splendida persona e un’ottima attrice, ma ha fatto scelte artistiche non sempre centrate».

Lei, insomma, ha l'ingrediente segreto per il successo. Così ha vinto l'Oscar?
«Direi di sì. Quando scelsi “Quinto Potere”, al di là della bella sfida che mi poneva quella donna così fredda, da non saper provare sentimenti se non nell'universo televisivo, mi colpirono il talento e il coraggio di Sidney Lumet, il fatto che volesse raccontare una storia difficile, ma che sapevo sarebbe divenuta tristemente profetica. E lo stesso vale per “I tre giorni del condor”: sentivo, in quella spy-story, un legame fortissimo con la nostra società, anche se impensabile allora. Purtroppo avevamo ragione anche in quel caso».

Tra tutti i suoi incontri, quale ricorda con più trasporto?
«Non saprei scegliere. Ora mi viene in mente Marlon Brando, uno che ha letteralmente inventato un nuovo modo di recitare, il suo. Che nessuno ha mai più saputo replicare. Certo, era un tipo strano, oltre che un uomo straordinario e vitale: per dirne una dalla sua limousine spesso scendeva in accapatoio! E non posso dimenticare uno dei migliori, Warren Beatty. Ho sempre ammirato il suo perfezionismo: per cercare la scena perfetta è disposto a ripetere anche 30 volte un ciak. Poi, tra i registi, non voglio trascurare Elia Kazan. Per il motivo più semplice e importante di tutti: mi ha insegnato a recitare».

Cosa suggerisce alle colleghe che volessero diventare Faye Dunaway?
«Di non limitarsi solo a studiare, anche se è fondamentale. Il mestiere si impara facendolo, quindi devono lavorare il più possibile. Sul set, sul palcoscenico, ovunque. Non importa dove. Importa come. Io ero una povera ragazza del sud che voleva fare questo lavoro con tutta se stessa. Facendomi le ossa su palchi sconosciuti ce l'ho fatta. E ho imparato cosa vuol dire recitare davvero».

Lei è cosciente che il suo esempio, sullo schermo, ha contribuito alla crescita del ruolo e del rispetto della donna negli ultimi decenni?
«Sì, e devo ringraziare i grandi scrittori e gli eccellenti cineasti che sono stati capaci di offrirmi ruoli che potessero essere un simbolo per tutte quelle donne che dovevano e volevano ribellarsi al maschilismo dei decenni passati. In “Bonnie and Clyde”, per dire, c'è molto dell'essere umano Dorothy Faye Dunaway, prima ancora dell'attrice. C'è molto del mio passato. Mi ritengo fortunata per queste opportunità e perché forse, in minima parte, quelle figure di donne piene di grazia e allo stesso tempo di forza, hanno proposto un modello femminile che molte persone hanno usato come ispirazione per combattere per i propri diritti. E a proposito di questo, dico sinceramente che sto aspettando Hillary Clinton come Presidente negli Usa. Spero, anzi credo, che i tempi siano maturi per eleggere una donna alla carica più importante del mio paese e forse del mondo».

Qual è il sogno nel cassetto di una diva come lei?
«Ne ho realizzati tanti, ma francamente è l'ultimo quello che mi rende più felice. Da anni volevo fare un film su Maria Callas, una donna straordinaria, complessa, tormentata, che per amore rinunciò all'arte che tanta parte aveva nella sua vita. In lei c'è la contraddizione che molte di noi vivono: seguire la propria passione, così totalizzante, non sempre è conciliabile con la vita privata. E devi operare scelte dolorose. Il film sarà l'adattamento cinematografico di “Master Class”, dramma teatrale di Terrence McNally, vincitore del Tony Award nel 1996 e che ho già portato in scena. Un progetto cullato per molto tempo per il quale, per poterlo scrivere e dirigere, ho frequentato dei corsi di sceneggiatura e ho studiato a fondo il lavoro di Ingmar Bergman e David Fincher. (con un tweet, qualche settimana fa, ha detto che l'opera uscirà su grande schermo entro la fine dell'anno – ndr).

E se avesse una bacchetta magica cosa cambierebbe di questo mondo?
«Che domanda difficile, direi impossibile... La gente non la cambi, non ne modifichi il cuore e la testa.
La natura umana non puoi renderla diversa, ma forse per rendere migliore, almeno un po', il nostro pianeta sarebbe sufficiente qualcosa di molto semplice: essere più gentili l'uno con l'altro».                       




DA PREMIO OSCAR

Faye Dunaway nasce a Bascom, negli Stati Uniti, il 14 gennaio del 1941. Figlia di un militare, fu costretta fin da piccola a girare il Paese per seguirlo e così studiò recitazione a Boston per poi lavorare, con Elia Kazan, a New York. Ha interpretato capolavori come “I tre giorni del condor” di Pollack e “Quinto potere” di Lumet (per quest'ultimo vinse l'Oscar come migliore attrice), “Chinatown” di Polanski e “Bonnie and Clyde” di Arthur Penn (per entrambi ottenne delle nomination all'ambita statuetta), per il quale recitò anche ne “Il piccolo grande uomo”. Ha lavorato con tutti gli attori più importanti, da Brando a Beatty, e con registi come Preminger e De Sica, Zeffirelli e Kusturica e, confermando la sua capacità di non avere pregiudizi, con Vanzina e Besson. Tra le relazioni sentimentali più importanti va segnalata una storia bella e intensa con Marcello Mastroianni.



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