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No, la realtÓ non sempre Ŕ uno show

Quando il male Ŕ grande, i media devono avere un altrettanto grande rispetto, la tv ne Ŕ capace?

Gio 29 Ago 2013 | di Alberico Cecchini | Editoriale

Torno da un ex campo profughi dell’Uganda dove le persone in 40 anni hanno subìto il peggio del mondo. Sfiancati da persecuzioni razziali di Amin Dada, guerra civile, bambini soldato del Lord’s Resistence Army e anche da aiuti umanitari che li hanno resi mendicanti prima e disperati poi, quando sono finiti.  

Sono già stato altre volte in Africa, mi sono preparato molti anni, ma lì non è bastato. Il contrasto fra la vitalità dei bambini e la melma che inchioda gli adulti nei nervi mi scuote a reagire per mantenermi vivo, per non farmi annullare dalla morte che aleggia intorno palpabile. Dormo per terra accolto la prima notte da un topo sul cuscino. Tutto intorno sporcizia, desolazione e vecchiume, fra molti uomini folli, alcolizzati e depressi. 

Deboli nel lavoro e violenti in famiglia. Donne dolcissime, dalla voce sottile finalmente vorrebbero parlare: Mary, Suzan e tante altre, bellissime, piene di dignità. Qui Italia Solidale è l’ultima speranza, ma non si può aiutare chi non si aiuta. Non è colpa loro, ma molti hanno grandi difficoltà a reagire. L’ultimo giorno, pensando a quei bambini, mi fa male il cuore e scuoto i loro genitori, con amore li imploro di sperimentare la rinascita che stanno vivendo le famiglie supportate da Italia Solidale. 

Arrivo in Italia e sento che la Rai vuole fare un reality show in un campo profughi da quelle parti. Penso che non c’è mai limite al male: possibile che questi poveri Cristi debbano subire anche smanie e manìe di apparire di qualche ‘vip’ della Tv italiana? Sì, magari se fatto bene e con rispetto può aiutare, ma sono molto perplesso e non ho voglia di protestare. Ho bisogno solo di rimanere in silenzio, di meditare su ciò che ho vissuto. Stavolta è stata molto dura.  


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