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Cibo buttato per colpa del look

Nei Paesi ricchi, la maggior parte viene buttato prima ancora di arrivare ai negozi

Gio 29 Ago 2013 | di Roberto Lessio | Soldi
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E' una cifra spaventosa la quantità di cibo che ogni anno si perde nelle fasi di commercializzazione a livello mondiale perché “piccola e brutta” o malconservata, in aggiunta a quella che viene gettata nei rifiuti perché non consumata: corrisponde a circa 1.300 miliardi di kg all’anno. È come se annualmente ogni abitante attuale del nostro pianeta, anche quelli che muoiono per denutrizione, soprattutto i bambini, trascurasse di consumare o buttasse via quasi 185 kg di alimenti. Cioè oltre mezzo kg di cibo buono al giorno. Nutrimento che basterebbe a sfamare ognuno dei 7 miliardi di persone che vivono oggi sulla Madre Terra.
Il calcolo è stato eseguito per la prima volta circa due anni fa da tre ricercatori svedesi per conto della FAO (Food and Agriculture Organisation), l’organizzazione dell’ONU che si occupa della fame nel mondo. L’occasione era fornita da un convegno tenutosi in Germania e che non a caso aveva come titolo “Save Food” (salvare il cibo). Lo studio ha comparato le perdite di alimenti a livello mondiale sia nei Paesi cosiddetti ricchi che in quelli poveri.
Ne è emerso che in tutte le nazioni che dispongono di un alto reddito pro capite la gran parte di tali perdite si realizza nella catena di fornitura alla distribuzione, cioè nel passaggio dai produttori ai negozi soprattuto ai supermercati e ancora di più agli ipermercati, con punte che possono arrivare anche al 55% del prodotto raccolto dai produttori, come nel caso della frutta e verdura. Il motivo principale, che riguarda anche tutti gli alimenti facilmente deperibili (carne, pesce, latte, uova, ecc.) è legato alla temperatura di conservazione. Ma le basse temperature servono pure per il “maquillage” degli alimenti e colpire l’occhio dell’acquirente, essenzialmente per abbellire i prodotti con il cosiddetto shock termico, cioè facendo passare ad esempio la frutta o gli ortaggi dalla temperatura ambiente a pochi gradi in meno di cinque minuti. Queste tecniche migliorano l'aspetto esteriore, ma contemporaneamente aumentano la deperibilità del prodotto che quindi dura meno e di conseguenza c'è meno tempo per venderlo e consumarlo. Risultato: va buttato prima.
Tenere al freddo il cibo ha costi energetici elevati (per supermercati ed ipermercati l'elettricità per i frigoriferi la climatizzazione dell’ambiente di vendita è la voce di costo maggiore, più del personale per intenderci) ai quali si aggiungono quelli di trasporto. Questi costi insieme sono la principale voce che determina il prezzo di vendita. Per questo motivo, se il prezzo all’ingrosso e al dettaglio non compensa almeno le spese, quei prodotti vengono buttati via. Un tempo si mangiavano solo prodotti di stagione, mentre gli alimenti deperibili si conservavano utilizzando il sale, lo zucchero, l’olio, l’aceto, oppure seccandoli o affumicandoli.
In sostanza, mettendoci un po’ di fatica personale quotidianamente. Ma al giorno d’oggi i consumatori sono stati invogliati ad avere in modo facile tutto in ogni stagione e le conseguenze sono queste. È la beffarda degenerazione dell'usa e getta: si getta senza nemmeno aver consumato! Montagne di cibo vengono scartate all'origine, sul campo, durante la fase di raccolta, perché non rispettano gli standard estetici imposti dalla grande distribuzione organizzata. Nei Paesi dove il reddito pro capite è decisamente più basso, invece, il problema è diametralmente opposto. Manca la possibilità di conservare adeguatamente le enormi quantità di alimenti che comunque si producono anche in luoghi difficili (la fame nel mondo è deteminata dalla iniqua distribuzione del cibo, non dalla sua carenza). Lo studio dei ricercatori svedesi ha stimato che nel Sud e nel Sud-Est asiatico, ad esempio, ogni anno vengono perduti circa 90 milioni di tonnellate di cereali. Spesso le perdite sono causate dalle cattive condizioni igieniche dei locali dove vengono stoccate le derrate, ma altrettanto spesso la causa è una diversa destinazione d’uso di tali alimenti; per esempio per produrre alcool.
La soluzione? Mangiare cibi di stagione, possibilmente locali o reperibili da un produttore che si conosce. Gli occhi non possono sostituire la nostra capacità di conoscere e riconoscere cosa mettiamo in tavola.
Non potremo di certo in tal modo comprare banane, caffè e cacao, ma almeno eviteremo di acquistare inconsapevolmente pomodori importati dalla Cina durante l’inverno. Non fosse altro per il fatto che nella cucina cinese i pomodori non esistono, mentre nel frattempo ce li vendono, trasportandoli per migliaia di chilometri, proprio a noi.                            

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L’Europa vietava la verdura storta e “brutta”

Lo spreco di alimenti è stato addirittura imposto da una legislazione burocratica ed ottusa dell’Unione Europea. Fino ad alcuni anni fa, ad esempio, si potevano commercializzare solo zucchine praticamente dritte, cioè che non avevano un curvatura superiore a 10 millimetri rispetto a 10 centimetri di lunghezza. La zucchina storta poteva eventualmente essere venduta solo per essere “trasformata”: sotto olio era buona lo stesso, ma trifolata e cotta in padella no. Stessa sorte capitava ai cetrioli, che in aggiunta avevano anche l’obbligo di essere “privi di odori e sapori estranei”, mentre per le carote biforcate e con radici secondarie la messa al bando era completa. Queste regole assurde sono state emanate nei decenni scorsi per tutti i 26 ortaggi e frutti più diffusi nell’UE: cavolfiori, albicocche, melanzane, meloni, spinaci, fragole, ecc. Regolamentata era persino l’estetica dei funghi e... dei cavoli di Bruxelles. Dal 1° luglio 2009, per la verdura (ma non per la frutta) questi regolamenti sono decaduti. Ormai perché nella testa di produttori, venditori e consumatori il danno irreversibile era stato compiuto.


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