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Massimiliano Tresoldi: Un risveglio lungo dieci anni

Storia di un’incredibile battaglia per svegliarsi dal coma e testimoniare il valore della Vita

Gio 29 Ago 2013 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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In certi giorni, anche quelli pieni di impegni, mi viene il dubbio se sono davvero sveglio. Molte volte mi accorgo di essere chiuso in me stesso, incapace di cogliere quello che mi succede intorno e di relazionarmi con gli altri. Mi domando: sono presente o assente, veramente vivo o subdolamente morto? L’incontro con Massimiliano Tresoldi e i suoi genitori mi ha insegnato molto sul confine tra la vita e la morte, sul vero significato della fede e sull’immensa potenza dell’amore. Dieci anni di “coma” e ritorno raccontati nell’emozionante libro “E adesso vado al Max” (Ed. Ancora), rivissuti in questa intervista con l’inarrestabile mamma Lucrezia.

Cosa successe in quel lontano Ferragosto del 1991?
«Mio figlio Massimiliano, un ventenne molto semplice e brillante, stava tornando, in anticipo ed a nostra insaputa, dalle vacanze balneari trascorse con alcuni suoi amici. Quel giorno, alle sette di mattina, feci un salto nel letto e sentii un gran rumore, ma aprendo la finestra della mia camera non vidi nulla. Alle nove ricevemmo una telefonata dall’ospedale: nostro figlio aveva subito un grave incidente stradale proprio due ore prima. Quando lo vedemmo, eravamo stravolti dal dolore, ma anche molto sorpresi: sul letto Max appariva integro, rilassato e abbronzato, ma ci dicevano che stava per morire». 

Quali erano le condizioni di salute di suo figlio?
«Aveva un’emorragia interna e gli era stata asportata la milza, ma per un danno cerebrale era entrato in coma profondo. Dopo qualche giorno avevano deciso di staccare le macchine che lo tenevano in vita, ma tre medici si opposero, perché tutti gli esami clinici erano ottimi: così concessero a Max la possibilità di ricominciare a respirare autonomamente. Ma dopo un mese la terapia intensiva stava per essere interrotta per i pochi posti letto a disposizione».

Qual era lo stato d’animo della vostra famiglia?
«Eravamo distrutti dal dolore e confusi per la mancanza di conoscenze scientifiche su temi così complicati. Però iniziai a capire che nel nostro Paese bisogna combattere accanitamente per ottenere un minimo di rispetto verso i disabili e i malati più deboli. Dicevano che mio figlio era un “tronco morto”, considerato un peso ed un costo non giustificati per la struttura ospedaliera. Max era un calciatore dilettante ed un appassionatissimo tifoso della Roma: riuscimmo a far venire in ospedale la squadra giallorossa alla vigilia di una partita di campionato in casa del Milan. Sono molto riconoscente verso la squadra capitolina e verso i suoi atleti per tutto quello che in questi anni hanno fatto per noi: dal lunedì successivo, dopo le notizie dei tg e dei giornali, tutti si dimostrarono magicamente più disponibili e ottenemmo del tempo per trovare una soluzione adeguata».  

Come reagiva Max alle cure ospedaliere?
«La situazione era in costante peggioramento e io percepivo che si stava chiudendo sempre di più. Durante il giorno sembrava sereno: dalle 11 alle 21.30 lo seguivo personalmente, facendo tutto quello che era necessario per lui. Ma al mattino lo trovavo sempre stravolto per delle incomprensibili crisi: era immerso in un clima di generale incuria, trattato come un numero, con il personale che faceva del tutto per toglierci ogni piccola speranza. Dopo avergli salvato tre volte la vita per le disattenzioni degli operatori ospedalieri, decisi di farlo uscire e portarmelo a casa».

Quali furono le reazioni alla sua idea di continuare a curare Max a casa?
«Naturalmente tutti, medici e non solo, si scatenarono contro di me, giudicandomi matta e minacciando denunce. Ma io non mollai e, paventando una disponibilità economica che in realtà non avevo, riuscii ad ottenere le dimissioni di mio figlio. La sua cartella clinica recitava: “Stato vegetativo irreversibile”. Da quel momento, oltre che mamma, sono diventata segretaria, fisioterapista, infermiera e… quasi medico. Nei primi mesi, anche se con un impegno massacrante, mi accorsi di aver fatto la scelta giusta: le crisi di Max sparirono, intuii i grandi errori che erano stati commessi in passato e imparai gradualmente come trattarlo e stimolarlo, dal cibo a tutto il resto». 

Come organizzò le cure casalinghe di suo figlio?
«Appena lo riportai a casa gli dissi: “Tu non sei malato, ma un uomo che ha vissuto una brutta avventura; ora ci rimbocchiamo tutti le maniche e anche tu devi impegnarti per fare la tua parte”. La salvezza di Max è stata che l’abbiamo sempre trattato come una persona normale, viva e presente, anche grazie all’aiuto impagabile dei suoi amici e di un gruppo di volontari; nonostante lo stato vegetativo, abbiamo fatto tante cose, viaggiando e andando anche al mare o allo stadio. Inoltre, ho cercato del personale medico che fosse sensibile e non attaccato al denaro: una fisiatra ci disse che avremmo dovuto fare un faticoso percorso per recuperare i danni subiti da Max in otto mesi di ospedale; sostenuta da uno pneumologo, inoltre, decisi di eliminare quasi completamente gli inutili e dannosi medicinali che erano stati prescritti a mio figlio. Alle mamme vorrei dire: qualsiasi cosa possa succedere a vostro figlio, siete voi a dover per prime lottare per lui. Nessuno può farlo al posto vostro».

Che ripercussioni ebbe sulla vostra famiglia un impegno così gravoso?
«Abbiamo fatto di tutto affinché l’esistenza degli altri nostri due figli non fosse condizionata o limitata. Ad un certo punto mio marito stava cedendo, ma l’ho spronato a restare uniti e a non tirarsi indietro, senza dare retta ai medici che gli dicevano che era malato. Tutti dobbiamo lottare sempre per la vita, reagendo a chiunque tenti di schiacciarci o a qualsiasi situazione negativa. Però gli anni passavano e, nonostante gli sforzi profusi, niente sembrava cambiare…».

Quale fu il momento della svolta?
«Tutto successe nel periodo apparentemente più buio! Ero molto provata dalla morte di mio padre e in quei giorni di Natale del 2000, con i volontari a festeggiare nelle loro famiglie, mi stava abbandonando anche la speranza. Dopo dieci anni di lotta ero davvero esausta: come ogni sera misi a letto Max ma, a differenza delle altre volte, con rabbia, gli dissi: “Oggi il segno della Croce fattelo da solo; io non ho più voglia di pregare, sono stanca”. Presi un fazzoletto e girandomi vidi che Max, con uno sforzo incredibile, alzò il braccio destro e si segnò. Poi, mi abbracciò così forte che non riuscivo più a respirare! Fu un’emozione indescrivibile, che si ripeté davanti a mio marito e ai nostri figli».

La vostra esistenza cambiò, ma la lotta è continuata.
«Max iniziò a comunicare con i gesti e l’alfabeto muto, dandoci molte prove che durante gli anni del suo coma lui era stato sempre presente e aveva sentito tutto, sia delle vicende familiari che delle notizie televisive. Però tutti ripresero a deridermi perché il mio obiettivo era far riconquistare a mio figlio la piena indipendenza, ritornando a camminare e parlare. Nel 2008 trovammo una logopedista disposta ad aiutarci e un grosso stimolo per Max fu la triste vicenda di Eluana Englaro».

Quale fu la vostra posizione sul caso di Eluana, la ragazza in coma da quattordici anni, morta nel 2009 dopo che gli fu tolta l’alimentazione e l’idratazione?
«Quella povera ragazza era in una situazione molto simile a quella di Max: lui diventava sempre più nervoso ascoltando le falsità che su quella vicenda venivano dette in modo ossessivo da giornali e tv. Provammo in tutti i modi a farci sentire dai media, ma, inascoltato, Max capì che doveva essere lui stesso ad esprimere la sua rabbia e la sua esperienza. Moltiplicando gli sforzi con la logopedista, iniziò a dare la sua testimonianza in alcune conferenze, tra le quali fu molto toccante quella ad Udine dove poco prima era morta Eluana. L’anno successivo incontrammo in un pubblico dibattito suo padre, Beppino Englaro. Io non posso giudicare nessuno, ma sono convinta che, se ci fosse stata la mamma, per Eluana Englaro tutto sarebbe andato diversamente. In quell’occasione il messaggio di Max fu chiarissimo: la libertà di ognuno deve essere rispettata, ma l’amore va ben oltre. Altro che “accompagnare a morire” chi è più debole e indifeso!».

Cosa pensa dei medici che volevano “staccare la spina” a suo figlio e dei tanti scienziati che parlano di “fine vita” per i pazienti in coma?
«Questo libro “E adesso vado al Max” lo abbiamo scritto per tutte le famiglie che si trovano ad affrontare un dramma come il nostro. Ci sono anche dei bravi medici, però lasciamo perdere i dottori, perché la responsabilità della vita di un figlio deve essere dei genitori. Dopo il risveglio di Max ho invitato a casa nostra alcuni medici che consideravano mio figlio già morto da tanti anni: sono venuti credendo di dover consolare una mamma che aveva le visioni. Invece, sono rimasti sbalorditi di fronte alla vivace accoglienza di Max e ai risultati clinici che mostrano inalterata dal momento dell’incidente la morfologia del suo cervello. Uno di loro, che era stato tra i più tenaci a contrastare le mie battaglie, ci disse: “Vi chiedo scusa. Sono alla fine della carriera e mi rendo conto solo ora che la scienza ha sbagliato tutto”. L’unica, difficile ma efficace medicina è l’amore della famiglia. Quando la scienza è impotente, un paziente in stato vegetativo deve essere messo in grado dallo Stato di vivere a casa. Questo forse potrà aiutarlo, anche se è un lavoro durissimo e non bisogna farsi illusioni sui risultati ottenibili. Noi abbiamo avuto la prova che credere non è sognare: ringrazio Dio per avermi dato la forza, la serenità e la speranza per affrontare con un sorriso ogni nuova giornata».

Quest’esperienza ha cambiato il vostro atteggiamento verso la fede?
«Sì, ci siamo decisamente avvicinati e abbiamo visto tante persone non credenti rivolgersi a Dio con una fede più grande di molti cosiddetti cristiani. In aggiunta, oltre che con i medici, ho dovuto lottare anche contro molti preti che volevano scoraggiarmi, convinti che certi miracoli non sono possibili. La mia risposta era: “Io sono certa che mio figlio è vivo e l’ho affidato senza dubbi alla volontà di Dio. Ho un tesoro impagabile chiamato speranza: non devo renderne conto a nessuno e non me la potrete mai togliere”. Fortunatamente, ho incontrato tanti giovani che hanno creduto e mi hanno aiutata, facendo un’esperienza concreta che non dimenticheranno mai».

Qual è il dono più grande ricevuto in questi lunghi e difficili anni?
«Il dono vero non è stata la guarigione di mio figlio, ma ciò che hanno ricevuto i giovani che ci hanno aiutato in questi anni e tutto quello che arriverà ad altre persone attraverso la nostra storia. Dopo il risveglio dal coma di Max mi sono rivolta a Dio dicendo: “Grazie, Signore, perché questi giovani hanno visto i segni del Tuo intervento”».

Lucrezia, quante volte l’hanno chiamata super donna?
«Tante, ma io ho fatto semplicemente il mio dovere di madre e non voglio elogi; ho sofferto solo per le aggressioni e cattiverie ricevute. Piuttosto, credo che Max sia stato davvero bravo e tenace a credere in se stesso, specie quando ascoltava tutto e non poteva né parlare né muoversi».  

 


 

SEGNI MATERNI

«Non so chi mi ha dato la forza in tutti questi anni così difficili – ci ha confidato mamma Lucrezia -, ma sono sicura che l’aiuto della Madonna è stato determinante. Molti segni parlano del Suo intervento materno; tra l’altro: Max è nato l’8 settembre (Natività di Maria); l’incidente avvenne il 15 agosto (Assunzione di Maria); mio figlio è tornato a casa dall’ospedale all’inizio di maggio (mese mariano); il risveglio dopo dieci anni è avvenuto a Natale; dall’entrata in coma, ogni anno, anche senza noi genitori, Max è andato al Santuario di Lourdes, dove due anni fa, davanti alla Grotta delle Apparizioni, si è alzato in piedi per la prima volta».  

 


 

FORZA ROMA!

Massimiliano Tresoldi prima dell’incidente del 15 agosto 1991 era un calciatore dilettante, ma ancora oggi conserva la sua grande passione di tifoso romanista. La A.S. Roma ed i suoi atleti si sono mostrati in questi lunghi anni molto solidali, facendo due volte visita all’accanito tifoso prima del suo risveglio. Pochi mesi fa si è coronato un grande sogno: Max ha fatto visita al centro sportivo di Trigoria, quartier generale della Roma, dove ha ricevuto l’abbraccio commosso di Bruno Conti (generoso promotore dell’iniziativa), Totti e compagni.


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