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L’Italia che ce la fa

A dispetto di molti pregiudizi, la nostra economia è una delle più competitive sui mercati internazionali

Gio 29 Ago 2013 | di Maurizio Targa | Soldi

Qualcuno pensa che il nostro sia un Paese senza domani. Che dietro l’angolo del nostro futuro ci sia un inesorabile declino, il tracollo nella hit parade della competizione internazionale. La retrocessione, dopo i trionfi vicini e lontani, a paese di serie B. E non sono solo isolate Cassandra a profetizzarlo: “Il modello di specializzazione dell’Italia – recita il rapporto redatto dalla Commissione Europea dedicato al nostro Paese, datato aprile 2013 – è molto simile a quello di Paesi emergenti come la Cina, con la maggior parte del valore aggiunto in settori tradizionali a bassa tecnologia, principalmente a causa della limitata capacità innovativa delle imprese italiane”.
Ma è davvero questa la fotografia del nostro Paese? Scarsamente innovativo, paralizzato dai lacciuoli di una burocrazia farraginosa e corrotta, in competizione al ribasso con i Paesi emergenti? Potrebbe darsi, a guardarlo con le lenti del pregiudizio e fermandosi a grigie griglie di valutazione e sterili modelli matematici. Ma se all’universo tricolore ci accostiamo con un po’ di simpatia e con un pizzico di attenzione in più, come evidenziato dal rapporto ITALIA (Industria, Turismo, Agroalimentare, Localismo, Innovazione, Arte) curato da Symbola, Fondazione Edison e Unioncamere e pubblicato nel luglio scorso, la risposta è no, decisamente no.

Locomotiva Italia
Se, per dire, continuiamo a misurare la competitività italiana con la quota di mercato detenuta nell’export mondiale – parametro sempre meno rappresentativo, ma ritenuto il principale valore di riferimento – vedremo un’Italia in discesa libera e saremo fuori strada. Se l’unità di misura adottata sarà invece la bilancia commerciale dei prodotti, il quadro apparirà ben diverso: l’Italia è uno dei soli cinque Paesi del G-20 (con Cina, Germania, Giappone e Corea) ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari. Vantiamo quasi mille prodotti, in cui siamo tra i primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero. Meglio di noi solo Cina, Germania e Stati Uniti. Può essere questo l’identikit di un Paese dalla “limitata capacità innovativa”? Nel 2012 siamo stati secondi solo alla Germania, in ambito europeo, per attivo manifatturiero con i Paesi extra-UE (proprio quei mercati emergenti che secondo la Commissione ci avrebbero mandato a picco). La maggior parte di questo surplus, poi, non proviene dai settori in cui tradizionalmente la nostra economia è forte, quali il tessile, le calzature o il mobile, ma dalla meccanica e dai mezzi di trasporto. Tra i prodotti per i quali guadagnamo una medaglia relativamente al saldo commerciale troviamo le tecnologie del caldo e del freddo, le macchine per lavorare il legno e le pietre ornamentali, oppure i fili isolati di rame e gli strumenti per la navigazione aerea e spaziale: tutti àmbiti che mostrano quanto siamo stati in grado di risintonizzarci, con successo, sulle nuove frequenze del mercato globale.

La miniera turistica
Stesso dicasi per il turismo. Fuorviante usare, quale indicatore, il solo numero degli arrivi, dove troveremo l’Italia in posizioni di rincalzo rispetto a partner UE, quali Francia e Spagna. Se invece prendiamo a parametro i pernottamenti, vedremo che l’Italia soffre certamente la contrazione del mercato domestico, ma è prima assoluta in Europa per pernottamenti di turisti extra-Ue, distaccando, e di molto, Gran Bretagna e Spagna. Siamo la meta europea favorita da americani, giapponesi, cinesi, australiani, canadesi, brasiliani, sudcoreani, turchi, ucraini e sudafricani.

Imbalsamati a chi?
Lo scenario si ripete sul fronte caldissimo dell’innovazione, proprio quello massacrato da analisti e ricercatori. Osservando meglio queste classificazioni, vedremo qualche distonia: una macchina per imballaggio realizzata su misura o una grande nave da crociera, ad esempio, sono considerati meno innovativi e complessi di un banale telefono cellulare o di uno dei tanti computer desktop fatti in serie. Questa una delle ragioni – prosegue il rapporto – per cui l’innovazione italiana è largamente sottovalutata. Ma, allora, come si giustificano i nostri primati in settori caratterizzati proprio da un alto tasso di innovazione, come la robotica di servizio, le biotecnologie, i nuovi materiali, la fisica delle particelle? Non è un caso che il nostro Paese sia in prima linea, con Cnr, in due importantissimi progetti su cui la Commissione Europea ha deciso di puntare forte con un finanziamento di due miliardi di euro: il grafene e il cervello artificiale.

Innovazione verde
C’è poi la green economy. Quasi un’impresa italiana su quattro investe in tecnologie o prodotti “verdi”: di queste, il 37,9% ha introdotto innovazioni di prodotto o di servizio, contro il 18,3% delle imprese che non puntano sull’ambiente. Lo stesso dicasi per la propensione all’export: il 37,4% delle imprese green vanta presenze sui mercati esteri, contro il 22,2% delle altre. Anche la filiera agroalimentare, settore in cui la vocazione alla qualità è evidentissima, soffre di simili letture distorte: l’Italia ha una capacità di creazione di valore aggiunto pari a quasi 2000 euro per ettaro; il doppio di quanto registrato mediamente in Francia, Germania e Spagna, il triplo circa della Gran Bretagna. Siamo il primo Paese nell’Unione Europea per numero di operatori biologici (48.269) e il secondo per superficie investita (quasi un milione e centomila ettari). Siamo undicesimi al mondo come valore agroalimentare complessivamente esportato, ma in tredici produzioni su un totale di settanta monitorate – dalla pasta agli aceti, ai superalcolici a base di vino - abbiamo la leadership globale. Il posto che ci siamo guadagnati nel mondo non è dunque frutto di fortuna, ma dell’attitudine a dare valore all’irripetibile patrimonio agricolo, ambientale ed enogastronomico del Paese.
Sono le imprese vincenti, quelle che disegnano il profilo di un’Italia che ce la fa. «Non conosciamo mai la nostra altezza - ha scritto Emily Dickinson - finché non siamo chiamati ad alzarci». A molti ingegni tricolori la possibilità di ergersi è preclusa dal peso di una burocrazia ingombrante e di un sistema politico imballato. Rimuovere gli ostacoli che ci separano da un futuro degno di questi talenti: ecco la vera priorità del Paese.                          



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