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Jasmine Trinca: Il fiume della vita

Pccole ragazze crescono: l’attrice scoperta da Nanni Moretti sul set con Sean Penn e Javier Bardem

Gio 29 Ago 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Casorella, Locarno. Una gonna con taglio scozzese, una camicetta bianca, un sorriso dolce, sempre più bella, forse anche grazie a quella maternità che le dona sempre di più. Jasmine Trinca è qui, per un giorno solo, a presentare “Une autre vie”, in concorso al festival ticinese. Si è presa una decina d'ore di pausa dal set internazionale, in Spagna, in cui gira con Javier Bardem e Sean Penn, femme fatale contesa tra i due, seduttrice di entrambi. Viene per raccontare la sua Aurore, pianista lacerata dall'arte e dai sentimenti per un uomo sposato, per vedere il film di Emmanuel Mouret che ha girato, ma non ha ancora scoperto sul grande schermo. Sempre molto umile, ma forse un po' più consapevole del suo talento rispetto agli anni scorsi, si racconta, cinematograficamente e non solo.

“Une autre vie” ti vede in un ruolo sentimentale che non ti capita spesso. Cosa ti ha spinto a sceglierlo?
«La curiosità verso un cineasta con cui ho trovato un'intesa immediata, il nostro incontro è stato da subito speciale, il nostro è stato un confronto particolare e profondo. E poi lavorare con Virginie Ledoyen è stato un privilegio, mi ha dato molto sul set. Se dovessi raccontare in una sola parola l'atmosfera che c'era mentre giravamo, me ne viene in mente una sola: libertà. Poi c'è da dire che il melodramma è qualcosa che mi appartiene molto, anche se non l'ho approfondito troppo nel mio lavoro».

Come è avvenuto l'incontro con il regista?
«Mouret l'ho conosciuto a Nizza. Mi era già successo con un altro film francese, del quale mi era arrivato un copione che non ero riuscita a leggere e così avevo perso il film. Ora così sembra che faccio la diva, ma è successo. Però un nostro amico comune, il compositore che poi avrebbe fatto le musiche di questo film, Gregoire Hetzel, mi ha fatto sapere che lui mi cercava. Pensavo che fosse un progetto fallito in partenza e in più durante il provino mi ha fatto fare anche una lettura in francese, che avvalorava questa possibilità. Credo che mi avesse visto nei film di Nanni Moretti e ciò deve avermi aiutato».

Lo stesso compositore che ti ha insegnato a suonare per il film?
«Sì, mi ha aiutato lui, con le bacchette sulle mani. Scherzo, ovvio. Con lui è stata fondamentale anche un'insegnante di piano che da sotto lo strumento mi guidava. È stato interessante, ma difficile capire e replicare in dieci giorni la postura che uno deve avere, il tentare di risultare credibile con quello strumento, imparare la forma mentale del musicista.
D'altronde fa parte di uno di quei rimpianti che ho da sempre, come il fatto di non aver studiato l'inglese da piccola. Una mancanza che ti ritrovi tra capo e collo quando diventi adulto: ecco, la musica fa parte di quelle rinunce che ora mi fanno un po' soffrire».

Sembra che in quest'ultimo anno tu, con scelte coraggiose e non banali, abbia fatto un'ulteriore salto di qualità.
«Per molto tempo certe cose non arrivano, perché probabilmente non hai la giusta predisposizione d'animo, magari hai una visione più cupa delle cose. Ora per me è un momento speciale e riesco a vedere certe splendide opportunità, a viverle. E allo stesso tempo ho passato anche un periodo di crisi che a suo modo mi ha reso più completa, forse perché ho capito che tutto fa parte del grande fiume della vita. Sono diventata una filosofa zen!».

E proprio mentre diventavi madre riuscivi a impersonare donne dure, modelli lontani dalla dolcezza che si associa alla maternità.
«Mi sono capitate nella vita privata negli ultimi cinque anni due cose che hanno trasformato qualcosa di me in senso negativo e positivo, in maniera irreversibile: sono diventata madre e non sono più figlia, perché ho perso mia madre. Questo mi ha tolto forse un pudore che prima c'era, mi ha dato il coraggio, anche la sfacciataggine di fare certe scelte. Sono cresciuta: quello sguardo anche immaginario che senti quando hai i genitori, ora purtroppo non c'è, ma inevitabilmente ti senti anche meno condizionata. La vita influisce su di te, sempre. E soprattutto in un lavoro come il mio».

Hai trovato anche compagni di lavoro straordinari, penso al sontuoso Carlo Cecchi, in “Miele”. Ti ha aiutato a crescere anche questo?
«Decisamente sì. Per me sentire l'altro è fondamentale, per me è più importante ascoltare che parlare nella vita. Ma poi sul set trovo difficilissimi i piani di ascolto, per me è complicato non distrarmi, ma è anche una delle cose più speciali di questo mestiere. Qui poi mi succede in francese e sta succedendo lo stesso, ora, in Spagna, con un film in inglese, in cui faccio la pupa contesa tra Bardem e Penn! Farlo in un altro idioma è ancora più difficile».

Hai sempre più voglia di lavorare all'estero?
«Io ne ho molta, è vero, ma c'è anche da dire che in Italia non tutti muoiono dalla voglia di lavorare con me, quindi finché mi fanno viaggiare, sono ben felice di farlo, anche perché percorri mondi diversi, esci da un Paese che sa sempre meno guardare al di là di sé».

E alla regia ci pensi?
«Recitare mi dà anche molta sofferenza, come donna potrebbero esserci ruoli, per il mio carattere, migliori, come la scrittura e la regia. Ma non voglio bruciare nessuna tappa, proprio seguendo l'esempio di Valeria Golino che ha accumulato esperienza e ha aspettato il momento giusto, voglio fare lo stesso. Quindi desidero sì spostarmi dietro la macchina da presa, ma non voglio affrettare i tempi».                                                




Jasmine Trinca biografia

Jasmine Trinca nasce a Roma il 24 aprile del 1981. Frequenta il liceo capitolino Virgilio e nel 2000 esce con il massimo dei voti. Proprio in quella scuola viene notata da Nanni Moretti che la sceglie per “La stanza del figlio”, Palma d'oro a Cannes ed è l'inizio della carriera, che l'ha vista lavorare con tanti dei nostri registi più importanti, da Marco Tullio Giordana (“La meglio gioventù”) a Michele Placido (“Romanzo criminale”), per cui partecipa anche a “Il grande sogno”. L'ennesimo salto di qualità, però, arriva quest'anno con “Un giorno devi andare” di Giorgio Diritti e lo splendido “Miele” di Valeria Golino, in cui forse interpreta il suo ruolo più bello e difficile. Ora sta girando all'estero con Sean Penn e Javier Bardem.


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