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Condizioni d置so (o di fregatura?)

Decine di servizi ci fanno accettare clausole che nessuno legge. Ma sulle quali molti guadagnano

Gio 26 Set 2013 | di Maurizio Targa | Soldi

Social network, servizi web, telefonia mobile: chiunque abbia a che fare con questo tipo di prestazioni è sottoposto all’accettazione di contratti con clausole molto complicate. Solo per le condizioni di vendita sull’Apple Store, ad esempio, l’azienda di Cupertino fa accettare un contratto di venti pagine. Facebook non è da meno, lo stesso per sottoscrivere un account di Google. Le aziende ci obbligano a trangugiare papiri dal linguaggio arcano che spesso neanche leggiamo, tutti presi nel cercare il pulsante “ok”, senza prestare alcuna attenzione a ciò che stiamo dando per rato e valido. 

Ci dai l’anima? Ok!
Il sito inglese di videogiochi Game Station l’ha fatta grossa: per prendersi gioco degli utenti, nelle condizioni d’uso ha scritto: «Acquistando su questo sito ci concedi un’opzione non trasferibile per pretendere, ora e sempre, la tua anima immortale. Se noi volessimo esercitare l’opzione, l’anima sarà ceduta entro cinque giorni ecc ecc...». Hanno accettato in tanti; nessuno ha protestato per essersi venduto l’anima a causa di un videogioco. Perché? Semplicemente, nessuno ha letto il contratto d’uso, dimostrazione che chi li stila può scriverci quello che gli pare. Il problema è che si tratta di una questione di prendere o lasciare: per essere membro della società moderna, in molti casi non accettare non è opzione consentita. 

Una miniera d’oro
Ma vi siete mai chiesti cosa ci sia dietro quei testi giuridici astrusi? Un film-inchiesta uscito negli Stati Uniti intitolato “Terms and Conditions May Apply” fa luce su questa parte oscura della rete: dai cavilli ignoti persino agli avvocati che li scrivono, come dice il comico Eddie Izzard nelle battute iniziali del documentario. Oltre tremila ore di lavoro del regista Cullen Hoback hanno dimostrato come, se un utente medio dovesse davvero leggere tutti i TOS (Terms of Service) dei servizi a cui accede, impiegherebbe un mese lavorativo l’anno. Impossibile. Il risultato? Una generale mancanza di consapevolezza su come i Google e i Facebook di turno traggano beneficio dai nostri dati e su come abbiano condotto al più grande incubo per le libertà del nostro tempo: la distruzione della privacy. Ai fornitori di servizi, in estrema sintesi, interessa raccogliere, immagazzinare e vendere dati personali ad agenzie di pubblicità terze, che li utilizzano per proporre a loro volta beni che potresti comprare.

Condividere, ovvero regalare
Google ne è un esempio. I TOS del motore di ricerca gli permettono di raccogliere i dati degli utenti, con la scusa di offrir loro i migliori risultati di ricerca. In realtà Google usa questi dati per realizzare campagne pubblicitarie personalizzate. Avete mai fatto caso, supponiamo, dopo aver cercato un agriturismo in Toscana per quel week end che avete tanto sognato, come in ogni angolo dei siti che visiterete comincino a comparire pubblicità attinenti proprio la vostra ricerca? Stesso dicasi per Facebook, i cui termini di servizio consentono di raccogliere qualsiasi informazione e registrare i tuoi movimenti sul web.  Ai cacciatori di notizie tutto ciò frutta oltre 250 miliardi di dollari l’anno. E mentre godono di importanti benefici economici, nelle pieghe dei TOS si cautelano dichiarandosi non responsabili in caso di furto dei dati, riservandosi pure la possibilità di chiuderti l’account in qualunque momento.

Occhio ai modi di dire
Anche la sicurezza è un’arma a doppio taglio. Per la Cia, Facebook è una benedizione, recita un passaggio del documentario, ed anche da noi molti ricercati sono stati traditi dalla voglia di mostrarsi in vacanza, alla partita, nella scampagnata di Pasquetta. Gli accordi tra i giganti web e l'intelligence svelati nel Datagate, dunque, non debbono sorprendere. Peccato che la prevenzione non solo ha un costo elevatissimo, cioè la nostra riservatezza, ma può far andare incontro a mostruosi equivoci, tipo quello occorso ad un ragazzo irlandese, Leigh Brian, che venti giorni prima di un viaggio negli States chiede su Twitter a una ragazza di vedersi «prima che vada a spaccare l'America». Intendeva dire far casino, al limite sbronzarsi, protesta lui quando al momento di imbarcarsi viene preso per il bavero ed interrogato per cinque ore. Sbattuto in cella, gli agenti non trovano nessuna reale minaccia in lui, ma ora il ragazzo è in lista nera e rischia di finire interrogato a ogni aeroporto.

Come difendersi
In sostanza, cosa si può fare per proteggere la propria privacy? Per evitare di essere bombardato dalla pubblicità personalizzata sui vari servizi, una buona idea potrebbe essere di usare quelli a pagamento. Dipendendo meno dagli ingressi pubblicitari, in genere a fronte di un canone modesto condivideranno i tuoi dati al massimo con le forze dell’ordine, e solo quando saranno obbligati a farlo, per esempio in caso di indagini. In più danno una migliore assistenza ai propri utenti e non chiudono account senza avvisare.

È consigliabile usare e iscriversi a portali che offrano sommari chiari e concisi in relazione alle loro politiche; in caso necessiti aiuto, cerca in rete opinioni e valutazione dettagliate. Ne sono state pubblicate alcune molto esaustive (disponibili però in inglese), ad esempio Terms of Service: Didn’t Read e Terms of Service & Privacy Policies in plain English. Occhio, poi, alle impostazioni sulla privacy: Facebook, ad esempio, permette di modificare almeno in parte i dati condivisi con le agenzie pubblicitarie terze. Ed anche negli altri siti, leggi attentamente le istruzioni e imposta con cura i parametri. Se le condizioni sono vessatorie, puoi decidere di cancellarti dal servizio in qualsiasi momento. Anche da Facebook. 


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