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Elvis Costello

Gio 26 Set 2013 | di Federico Scoppio | Interviste Esclusive
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Se sua moglie, la pianista e cantante Diana Krall, gli chiedesse di registrare un disco con musiche per bambini da regalare ai loro due gemelli, Elvis Costello non esiterebbe ad accettare. Imprevedibile ex punk, rocker, crooner prima di molti altri, ha incantato al fianco di Burt Bacarcah e Paul McCartney. Padre di due gemelli, che si affretta a definire “veri e propri monelli”, Costello è un personaggio imprevedibile. Mai si può sapere cosa ha in mente di fare e di raccontarti. Inatteso è anche il nuovo disco “Wise Up Ghost”, realizzato niente meno che con la partecipazione della band hip hop The Roots. «È un lavoro molto spontaneo, ci siamo incontrati e non abbiamo mai parlato di cosa avremmo dovuto suonare. Lo abbiamo fatto e basta». 

Un modo per avvicinarsi ai giovani?
«The Roots sono stati la house band del talk-show Late Night con Jimmy Fallon sulla NBC, dove sono stato invitato per ben tre volte nel giro di un paio d'anni. Puntualmente, uscivo affascinato da Questlove (batterista e leader dei The Roots - ndr) e dalle sue idee. Alla fine dello show, un anno fa, ci siamo ripromessi di incontrarci in studio. Questlove mi ha confessato che aveva paura, pensava che avrei chiesto alla sua band di reinterpretare le mie vecchie songs. Invece ci siamo trovati a lavorare su materiale nuovo. Prima e durante le registrazioni non abbiamo cercato accordi con case discografiche, volevamo sentirci liberi di suonare quel che ci veniva». 

Come si è trovato con il rap?
«L’ho utilizzato, come ho sempre fatto con il jazz, la musica orchestrale, il country o il bluegrass, per raccontare delle storie. Se penso a quanti anni sono passati da quando, ancora ragazzo, provavo a suonare la chitarra timidamente, ma con grande convinzione, mi commuovo. Però era già lì il mio segreto: ero infatuato della musica, la consideravo un’amante terribilmente affascinante, senza paletti di genere. La mia fortuna è aver saputo indirizzare il mio lavoro proprio verso un buon numero di campi diversi, ho suonato musica negli stili più diversi, ho una certa quantità di specializzazioni, e quando compongo posso permettermi di far emergere tutte queste mie esperienze. Non mi rimane che seguire l’ispirazione... ». 

Sua moglie dice che lei avrebbe voluto comporre Almost Blue, una delle sue canzoni più conosciute. Lei cosa invidia, professionalmente parlando, a Diana?
«Il rigore con cui riesce a continuare a lavorare. Scrupolosamente mette in fila ogni minimo dettaglio della sua musica. Dal punto di vista creativo, mi impressiona la facilità con cui riesce a trovare la chiave di volta per architettare ottime melodie». 

Difficile rimanere uniti con i vostri impegni?
«Purtroppo il tempo da trascorrere insieme non è mai sufficiente, ma la qualità del nostro stare insieme è sempre molto alta. Ci ritroviamo in casa a cantare canzoni con i nostri figli».

Quali?
«Decisamente più Beatles che Lady Gaga, stanno crescendo bene. Anche se rimpiango un paio di anni fa, quando andavano pazzi per le musiche dei cartoni che vedevano. Ho sempre trovato le canzoni di “Toy Story” incredibili, chi le ha composte deve essere proprio un genio».

Anni fa ha condotto un talk show per la tv canadese, prodotto dal collega Elton John. Quali sono stati i personaggi più curiosi che ha incontrato?
«Ho trovato incredibilmente simpatico Bill Clinton, che si è messo a suonare il sax quando pensavamo che non lo avrebbe mai fatto. E poi Tony Bennett, perché si è messo a raccontare dei suoi incontri con Fred Astaire e Bill Cosby; Herbie Hancock che ha paragonato la delicatezza di Joni Mitchell alla ruvidità di Miles Davis. Ma anche i più giovani Norah Jones e Rufus Wainwright sono stati molto appassionati. Stavo per dimenticare Lou Reed, un grande uomo».

C’è sempre stato molto jazz nella sua vita, vero?
«Mia madre gestiva un negozio di dischi a Londra, mio padre era in un’orchestra da ballo e sapeva anche comporre, era molto bravo ad assecondare il gusto del suo pubblico. Nonostante i miei genitori fossero degli addetti ai lavori, in casa non avevamo molti dischi, credo ne avremmo avuti qualche decina. C’erano sicuramente gli album di Charlie Parker, Miles Davis, e anche un po’ di classica, a iniziare da Bach. Scoprii il rock’n’roll qualche tempo dopo, grazie ai Beatles, dopo di loro andai indietro nel tempo, alla ricerca di Chuck Berry, Buddy Holly, Carl Perkins».

Ci sono stati momenti in cui ha pensato che non ce l’avrebbe fatta?
«Sono stato abbastanza fortunato, il mio esordio, alla fine degli anni Settanta, fu ben accolto. Un momento buio lo attraversai qualche tempo dopo, quando fui coinvolto in un caso di razzismo. In un club, dopo aver bevuto molto, lasciai dei commenti molto offensivi su James Brown e Ray Charles. Fui subito travolto dalle critiche. Ma riuscii a trasformare quel momento negativo in un nuovo percorso da intraprendere, legato alla lotta al razzismo e ai soprusi sulle minoranze e la gente indifesa».

Tante collaborazioni nella sua vita, ma tra gli artisti italiani chi sceglierebbe?
«Il primo che mi viene in mente è Ennio Morricone, un maestro per tutti, e lo penso non solo nelle vesti di compositore di colonne sonore, ma come musicista globale, capace di confrontarsi con opere di taglio diverso».            

 


 

Born in London

Elvis Costello, nato a Londra il 25 agosto del 1954, pur non essendo mai riuscito ad arrivare all'apice delle classifiche commerciali in una carriera che dura dal 1977, annovera centinaia di canzoni e collaborazioni con artisti come Burt Bacharach, Chet Baker, Brian Eno e Paul McCartney. Costello è sposato dal 2003 con la cantante jazz canadese Diana Krall, dalla quale ha avuto due gemelli.


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