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Franco Di Mare: Un pizzico di follia

Franco Di Mare: ieri inviato di guerra, oggi a “La Vita in Diretta” per raccontare la gente

Gio 26 Set 2013 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Ha raccontato l’Afghanistan, la Bosnia, la Croazia, il Montenegro, la Serbia, l’Albania, il Rwanda, il Sud America con i suoi colpi di Stato, le due guerre del Golfo, la Somalia, il Mozambico, Timor Est, l’Iraq e ha ancora in bocca il sapore di quei conflitti e negli occhi la polvere, le bombe, le ferite, il dolore che difficilmente si può dimenticare. E poi i volti e i nomi di quei suoi amici che non ci sono più, perché la guerra che loro cercavano di raccontare glieli ha portati via. Proprio per loro Franco Di Mare ha deciso di dire basta. Di non fare più l’inviato in terre insanguinate dalla politica, ma di continuare il suo lavoro in Italia, raccontando la vita e le storie dimenticate. 

Come ti ha cambiato la guerra?
«In positivo, credo che mi abbia aiutato a relativizzare. Ho visto livelli di sofferenza difficili da raccontare. Ricordo che una volta a Kabul arrivammo in un orfanotrofio e riuscimmo a riprendere un bambino mentre mangiava alla mensa: lui non aveva mai visto una telecamera, eppure, non la guardava, una cosa innaturale, soprattutto in un bambino. Mangiava, ma la sua mente era altrove. La guerra spesso rende i bambini autistici. E quella sofferenza nessuna telecamera la può descrivere. Ma io l’ho vista. E quando te ne vai, la porti dietro. Questo, inevitabilmente, ti trasforma. Io penso continuamente, per ogni cosa che accade, “che ne sapete voi?”. Ma questo relativizzare, se da una parte mi rende zen rispetto alla vita, dall’altra mi porta a non dare importanza alla vita di tutti i giorni, mi slega dalla realtà».

Sarajevo è stata forse per te la guerra per eccellenza, anche perché ti ha portato Stella, che oggi ha 20 anni. Perché lei e non altri?
«Il titolo del libro che ho scritto è “Non chiedere perché”, proprio perché non esiste una ragione. Ricordo il momento in cui è scattato l’amore, in cui l’ho vista, piccolissima. Ma non so perché lei. Ho deciso che dovevo portarla via e ho fatto di tutto perché questo accadesse».

Quante Stella c’erano a Sarajevo?
«In quella stanza in cui sono entrato ce n’erano una quarantina e avrei voluto portarmeli tutti  via quei bambini. Il mio sogno per un periodo è stato trovare i soldi per creare una casa per i bambini, dove anche i bambini con i genitori sarebbero potuti andare. Ma ci vogliono tanti soldi, troppi…».

Come ti ha aiutato Stella ad arginare il dolore?
«A chi mi dice che io l’ho salvata rispondo che non ha capito niente. Perché è lei che ha salvato me. Ero uno sbandato: separato, con un lavoro interessante, sempre in giro per il mondo, con un inconscio meccanismo autodistruttivo che mi portava anche a scegliere le missioni più pericolose».

Perché hai scelto di fare l’inviato di guerra?
«Era il mio sogno di bambino. Mio padre, che era un ostricaro, era un lettore onnivoro e disordinato: leggeva qualsiasi cosa, dall’elenco del telefono a Proust. La sera, quando tornava a casa, portava libri. Ed Ernest Hemingway era il mio preferito: volevo diventare come lui». 

La tua prima missione?
«Riunione di redazione: stavano partendo i primi voli di aiuti umanitari aerei italiani e bisognava mandare qualcuno. Il direttore pensa a me. Esce dalla riunione il capo dello sport. Passa da me e mi dice: “A Fra’ fatte venì una colica renale. Ti vogliono mandare a Sarajevo”. Io mi ero da poco separato. Quando mi hanno chiamato, ho detto sì!».

Cosa ci vuole per fare l’inviato di guerra?
«Coraggio, passione, curiosità e un pizzico di follia».

Ti manca quella vita?
«No. Perché ho perso 13 amici. Da Ilaria Alpi a Palmisano, con cui ho fatto il mio primo servizio e che è stato ucciso da un proiettile nella schiena, in Somalia…».

Vengono ricordati?
«Sì, con una targa in Rai. La Cutuli è il nome di una scuola a Firenze. La Alpi è una strada di Saxa Rubra. Sarebbe meglio se fossero vive. Io sono vivo per miracolo. Questi che sono morti non erano meno bravi di me. Io ho avuto solo più fortuna. Troppe volte mi è andata bene: quanti jolly mi potevo giocare?».

Ma anche qui in Italia c’è molto da raccontare.
«Oggi abbiamo un Paese con mille risorse, ma che ha anche 3 milioni di poveri che non riescono a mettere insieme il pranzo e la cena. Ci sono impiegati che fanno la fila alla Caritas. Tutto questo è terribile. Senza nulla togliere all’impegno internazionale, forse dovremmo proiettare lo sguardo all’interno». 

Dopo “Uno Mattina”, da quest’anno sei alla guida de “La Vita In Diretta”: alla luce del tuo impegno nel lavoro, della guerra, di ciò che hai vissuto, come fai a lavorare in una tv che a volte può essere frustrante?
«Perché la tv che faccio io prevede anche un momento di disimpegno. Anche nella guerra si ride. Si ride delle cose più macabre, si ride della morte. Gli antropologi parlano di esorcizzazione del negativo. Tu hai bisogno di cancellare il dolore per un attimo. È anche vero che Uno Mattina l’avevo trasformata grazie ad uno straordinario gruppo autorale. Raschillà è un genio, ed ora è con me a “La Vita in Diretta”. “Uno Mattina” prevedeva tanta politica, tanta cronaca, tanta divulgazione. E poi io facevo il telegiornale, gli speciali e tutto questo era fantastico. Ma quando faccio le stesse cose non in un minuto, ma in 12, e la vecchina mi ferma per strada e mi dice “quando voi parlate io vi capisco” è il complimento più bello. Io parlo per lei, non solo per il professore universitario».

Cosa sogni per Stella?
«Le ho detto che, qualunque cosa voglia fare nella vita, io la appoggerò. Importante che lo faccia al meglio delle sue possibilità». 

 


 

IN DIRETTA 

Nato a Napoli nel 1955, giornalista professionista dal 1983, nel 1991 entra in Rai dove si occupa di cronaca per il TG2 e della Guerra dei Balcani, oltre a coprire le principali zone dell’Africa e dell’America centrale. Nel 2002 passa al TG1, seguendo buona parte dei conflitti degli ultimi 20 anni. Nel 2003 è al timone di “Uno Mattina Estate”, di “Uno Mattina week end” e poi dal 2004 di “Uno Mattina”. Dal 2005 al 2009 conduce "Sabato e domenica". Torna ad “Uno Mattina” dal 2011 a maggio 2013, quando passa alla conduzione de “La Vita In Diretta” con la Perego.


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