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Tom Welling: mi sento vivo... non divo

“Dopo Clark Kent, cerco di salvare Kennedy”

Gio 26 Set 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Chi si rivede. Aveva lasciato due anni fa Smallville e i panni di Clark Kent – il giovane Superman in incognito per intenderci, un alieno nella profonda provincia americana – dopo dieci anni di militanza nella serie tv (218 episodi!) che l'avevano reso un idolo delle teenager. Ora lo ritroviamo maturato, anche esteticamente, e alle prese con il bel film d'esordio del giornalista Peter Landesman, “Parkland”, presentato a Venezia a settembre, in concorso, e che a novembre andrà in onda, in esclusiva, su Rai3. E noi lo incontriamo proprio per parlare dell'opera che ha deciso di raccontarci le ultime ore di Kennedy e i due giorni seguenti all'omicidio. Senza ipotesi di complotto, ma guardando alla gente comune coinvolta suo malgrado nella tragedia.

Che emozione le ha dato interpretare un giorno così importante per la storia americana?
«Una grande emozione, senza dubbio. Da quando sono nato quest'evento ha fatto parte della mia vita: tutti nella mia famiglia o tra i miei amici hanno un'opinione sull'omicidio Kennedy. Peraltro i miei genitori sono divisi politicamente, quindi anche la dialettica tra repubblicani e democratici imparata fin da piccolo mi ha aiutato ad approfondire questo argomento, che è centrale nell'immaginario del mio Paese e del mondo. E che rappresenta per le generazioni che ci hanno preceduto quello che per la nostra è l'11 settembre. E spero che entrambi gli eventi non si ripetano più».

I suoi genitori si dividono equamente i due partiti di maggioranza. E lei chi vota?
«Posso solo dirvi che non correrò per la Casa Bianca nel prossimo futuro (dice sorridendo - ndr). Mi interessa la politica, ma non credo interessi a nessuno la mia opinione in merito. Né che sia giusto che io la esprima. Quindi dico “no comment”».

Quindi non è l'impegno politico o sociale ad averla spinta verso questo film.
«Ci sono molte cose che mi influenzano quando preparo un ruolo: indago sul personaggio, sulla sua estrazione sociale, sulla sua famiglia. Immagino che figlio fosse, penso a che marito sia o a che padre è. Cerco di collocarlo nel mondo, con la sua emotività e tutto ciò che mi possa aiutare a impersonarlo. In questo caso la forza iconica dell'evento, ovviamente mi ha facilitato da una parte e complicato la vita dall'altra. Ma ciò che mi ha convinto è stata la bellezza dello script, nient'altro».

Cos'ha di speciale?
«Mi piace quest'uomo, perché la sua forza non è nei muscoli, ma ce l'ha dentro di sé, nell'anima. E in quella competenza nel suo lavoro, in quel senso del dovere e della responsabilità, nel rispetto per gli altri e per ciò che fa. Non alza la voce né minimizza con qualche battuta i problemi, non ha l'ansia del controllo, ma ha la capacità di essere fermo e deciso. Quello che colpisce di “Parkland” è la grande professionalità e umanità di questi esseri umani che si trovano dentro un fatto eccezionale e ad esso devono reagire. Ti senti coinvolto, potresti essere uno di loro».

Nessuna paura a essere tra i protagonisti di un racconto così doloroso per l'America?
«Era la prima volta che raccontavo un personaggio realmente esistito e già questo mi ha fatto sentire una responsabilità forte nei confronti dell'uomo che raccontavo. Essendo poi lui coinvolto nelle ultime ore di Kennedy, ovviamente, si è acuita ancora di più».

Aveva bisogno di scrollarsi di dosso “Smallville”?
«Non scelgo il mio percorso professionale in base a una strategia, non ho voluto “Parkland” per far dimenticare la mia immagine televisiva, anche perché Smallville è finita da ben un anno e mezzo. Semplicemente la sceneggiatura mi ha coinvolto talmente tanto che sarei stato disposto anche a fare solo il catering per gli altri attori pur di esserci nel film. Avevo ragione: è stato una grande scuola, una bella lezione di cinema e anche di umiltà. Peter è stato di grande ispirazione per me e ha saputo farmi mettere in discussione, a scuotermi da alcune certezze, ed è la cosa migliore per un attore». 

E il prossimo progetto?
«Il prossimo film sarà con Kevin Costner e racconterà il peggior giorno della vita di uno sportivo, da cui uscirà con la decisione giusta. Per la precisione siamo due giocatori di football americano: io sono il giovane che insidia il suo posto. Costner è un uomo straordinario, ha fatto sì che noi dessimo tutti il meglio di noi. Mi ha sostenuto molto, mi ha fatto superare l'emozione comprensibile di recitare con un mostro sacro. E poi ho amato molto il football americano, la loro organizzazione, la loro velocità di esecuzione, la loro grinta. E poi nei sogni di ogni bambino americano c'è il diventare un quarterback, ma io l'ho fatto solo nel giardino davanti casa, con i miei amici, quand'ero un bambino appunto. E il film mi ha convinto che ho avuto totalmente ragione a non andare oltre! Ovvio però che il Superbowl lo guardo sempre». 

Ora che ha scelto solo il cinema sta spesso fermo. Prima aveva gli orari televisivi, massacranti. Come vive questo passaggio?
«Per me la vita viene prima del lavoro. Sentirmi vivo, insomma, è decisamente meglio che sentirmi divo. Ecco perché non temo i lunghi tempi di attesa che ci sono sempre nella vita di un attore: leggo libri e sceneggiature, viaggio, cerco di crescere».

E della polemica su Affleck a “Batman”? E dell'ultimo “Superman”?
«Di Ben Affleck nei panni di Batman non posso che dire bene, è un ottimo attore. “Man of steel” confesso di non averlo visto, nonostante io sia stato Clark Kent non ci sono riuscito. Ma lo vedrò presto, ne ho sentito parlare benissimo».

Quindi non è tra i firmatari della petizione arrivata fino alla Casa Bianca contro il suo collega!
«Davvero esiste una petizione del genere? Sarebbe assurdo perdere la cittadinanza americana per un ruolo! Mi sembra un po' esagerato, no? (La petizione è stata dichiarata illegale e impercorribile - ndr). Comunque sono sicuro che Ben trarrà da questa disavventura ancora più energie per dare il meglio nel film: lui è un combattente, ha grande talento e saprà zittire questa opposizione eccessiva». 

E lei tornerebbe supereroe?
«A dire il vero io ero solo Clark, un alieno in incognito. Ripeto, per me conta la sceneggiatura. Per ora penso che non lo farei, ma se mi arrivasse un tomo scritto benissimo, perché dovrei rinunciare a un bel ruolo?».

E il salto per diventare regista lo farà?
«Il mio più recente ruolo di produttore mi piace molto, il coinvolgimento nei progetti mi consente di conoscere meglio il mio lavoro e di crescere. Non so se diverrò regista, ma dietro la macchina da presa, comunque, ci sono già stato, per 8 episodi della serie tv. Se troveremo il film giusto, chissà che non lo faccia anche al cinema».                                     



 


EX SUPERMAN
Thomas John Patrick Welling (New York, 26 aprile 1977) è attore, produttore televisivo e modello, famoso per il ruolo di Clark Kent nella serie televisiva “Smallville”. Suo padre è un dirigente in pensione della General Motors e sua madre una casalinga laureata in ingegneria. Ha due sorelle, Rebecca e Jamie, e un fratello più piccolo, Mark, anche lui attore. Il 5 luglio 2002 ha sposato la modella Jamie White.


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