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Stefano Accorsi: “Non ho più paura di sporcarmi”

A teatro con l’Orlando, in tv con tangentopoli e al cinema con l’arbitro. nel futuro la regia

Gio 26 Set 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Quarantadue anni e non sentirli. Stefano Accorsi non ci è mai sembrato più giovane di ora, con un entusiasmo e un’energia che forse non sono mai stati tanto potenti in lui. Partendo da “L'arbitro”, il suo ultimo film – uscito a metà settembre – si arriva a una serie di considerazioni e progetti che fanno intuire un prossimo grande cambiamento in lui. E proprio questo strano protagonista, ambiguo ed elegante, folle e ballerino, ci sembra tra i migliori della sua carriera. Eppure il meglio, a quanto ci dice, deve ancora venire, dall’Orlando in teatro a “1992” in tv.

Stefano, dopo aver visto il tuo ultimo film, l’impressione è che hai sempre più voglia di leggerezza e divertimento.
«Hai ragione. Sento molto l'esigenza di percorrere entrambi, forse anche perché l'età mi ha dato una consapevolezza diversa e mi fa essere più sereno nelle scelte. Con Paolo Zucca, il regista, ci siamo fatti lunghe chiacchierate e gli ho detto che mi piaceva molto la dinamicità di questo personaggio e la sua capacità di essere indefinito, mai univoco. Non volevamo un cattivo tout court, un colpevole e basta, mi interessava solo la sua parabola umana. Volevamo evitare di spiegarlo troppo, ma esplorare vari suoi aspetti, senza che nessuna delle sue sfaccettature ti desse una risposta definitiva su di lui. Ha un'istintività che cozza contro la sua ansia di controllo, è uno che alla fine molla gli ormeggi». 

È un po' quello che stai cercando di fare nella tua carriera, “sporcarti”?
«In effetti è vero, un po' come nella fine de “La vita facile”, dove mi rivelo diverso da come appaio. E devi ancora vedermi in “1992” (prossimamente su Sky Cinema - ndr), nella parte di Leonardo Notte! Credo che ci siano delle fasi nella tua esistenza in cui senti il bisogno di operare un passaggio, di diventare anche altro.
Non è che ho voglia di sporcare la mia immagine, ma di sicuro non mi preoccupo più di farlo. Mi sono liberato di un senso di responsabilità che alla fine ti condiziona troppo in questo mestiere». 

Questo momento è stato “Il dubbio” fatto a teatro? Quel padre Flynn ti ha cambiato?
«Forse sì, fare quel testo potrebbe essere stato il momento decisivo. Non solo per la natura ambigua di quel ruolo, ma anche per il mio forte coinvolgimento nel progetto. Lo vidi in Francia e montammo con la mia agenzia la produzione e la regia di Sergio Castellitto, è stato l'inizio di un altro viaggio per me. Un viaggio in cui essere più attivo in ciò che facevo, non a caso dopo è arrivato “Furioso Orlando” con l'adattamento e la regia di Marco Baliani e “1992” regia di Giuseppe Gagliardi e Gianluca Iodice, che ho ideato e interpretato». 

Quanto ti ha fatto crescere vivere all'estero?
«Di sicuro vivere in Francia mi ha aiutato. Prima ero molto condizionato dallo sguardo degli altri, stare all'estero mi ha aiutato a liberarmi da questo peso, sono riuscito a relativizzare tante cose, ad essere più oggettivo verso questo lavoro. Io non mi sono mai sentito così italiano come da quando vivo all'estero, l'ho sempre detto. Ecco, ora aggiungo che non ho mai conosciuto me stesso come da quando sono Oltralpe. La scelta del nuovo film di Giulio Manfredonia, “Madre Terra”, una commedia allo stesso tempo divertente e impegnata, forse non l’avrei scelta se non ci fosse stato tutto questo. Poi, per carità, conta anche l’età, ho passato i 40 anni, soprattutto i figli: ti cambiano lo sguardo, ti aiutano a tenere tutto nella giusta dimensione. Infine sono stato fortunato con gli incontri e le opportunità, devo essere sincero».

E ai tuoi figli consiglieresti di fare gli attori?
«A loro consiglierei solo di seguire una grande passione nella vita, che è ben più importante, in questi tempi di crisi, di un piano di studi ben concepito. E se essa fosse la recitazione, ben venga, così come se fosse la pittura o il ballo. Devono sentir dentro il desiderio, la necessità di fare qualcosa».

Una curiosità: di tanti momenti fondamentali della storia recente d'Italia, hai scelto di raccontare, alla tv, Tangentopoli. Perché?
«Tangentopoli mi ha toccato profondamente. Quell'anno, il 1992, è stato un anno cardine non solo per il disvelamento di quella rete corruttiva abnorme, ma anche perché ha visto la caduta della Prima Repubblica, l'inizio della Seconda, l'avvento di un fenomeno come quello della Lega. E allora si sentiva il profumo di una rivoluzione, di qualcosa che poteva cambiare il nostro Paese. Un capovolgimento che è stato tradito: non si è modificato nulla, anzi siamo persino peggiorati. Avevo bisogno di raccontare questi ultimi vent'anni dell'Italia, fondamentali per capire cosa ci è successo. Parliamo di qualcosa di così eclatante da non poter essere trascurato: io questi vent’anni li ho subìti, sia in Italia che all’estero. Mi hanno messo a disagio, li ho vissuti con fatica. Abbiamo un potenziale enorme e siamo solo peggiorati, ci siamo involuti, le nostre qualità enormi non le abbiamo usate e abbiamo preferito legittimare comportamenti pessimi, oltre che illeciti. Potevamo far diventare il nostro un grande Paese e invece lo abbiamo maltrattato. E questo mi ha fatto male, tanto. Credo che sia per questo che un progetto così mi sia stato subito a cuore». 

E per raccontarli hai scelto un ruolo molto scomodo, un pubblicitario. Non un “facile” giudice.
«Non posso parlare molto di questo progetto, ma posso dire che Leonardo è sorprendente. Nasce e parte da Bologna, ha un passato nei movimenti di fine anni '70, è di sinistra. Poi si trova a diventare pubblicitario nella Milano da bere degli anni '80. Sceglie la tv privata, con la sua grande professionalità, perché quella pubblica non gli permetteva di esprimerla. E lì succede qualcosa. Mi è piaciuto mettermi a disagio, non regalarmi una posizione comoda e in questo sono stati bravissimi gli sceneggiatori: Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e Alessandro Fabbri hanno saputo disegnare i personaggi di “1992” alla perfezione, i protagonisti come i comprimari. E io, in particolare, sono pazzo del mio. Mi sono sporcato le mani, anche perché amo i cattivi alla Iago, quelli umanissimi, che non a caso tutti chiamano “amico caro”. Tra lui e Otello, preferisci sempre lui, siamo sinceri».

E a teatro ancora Orlando. Un'ossessione?
«”Giocando con Orlando” sarà l'ultimo però (inizia il 16 novembre a Firenze e la tournée durerà fino a marzo e toccherà anche Genova, Milano, Bologna, Napoli, Roma e altre città - ndr). Questa dell’Orlando è una versione più comica e giullaresca, nata trovandoci in scena per caso con Marco Baliani. Torniamo a quella leggerezza percorsa con serietà di cui parlavamo prima, percorsa con impegno e lavoro, ma con un approccio mentale lieve. Qui si recita in versi, mica è facile, ma mi piace faticare sentendomi bene. Così diventa tutto più semplice».  

A sentire tutto questo sembra che tu sia pronto a un grande passo. La regia, magari?
«C'è qualcosa del genere nel mio futuro. Ma ne parliamo la prossima volta, ora non posso. Ci riserviamo questo argomento per un'altra chiacchierata, ok? Mi farà piacere raccontarvelo, appena potrò».                                             


 



UN GIOVANE 40ENNE
Nato a Bologna il 2 marzo del 1971, è venuto alla ribalta 20 anni fa. Negli anni è stato protagonista di film di successo: "Fratelli e sorelle", "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", “Un viaggio chiamato amore”, “Radiofreccia”, “L'ultimo bacio”, “Le fate ignoranti”, “Santa Maradona”, “Romanzo criminale”, “Saturno contro”, “Baciami ancora”, “Il clan dei camorristi”, “Viaggio sola”, “La vita facile”, “L’arbitro”. Dal 2003 è legato alla ex-modella e attrice francese Laetitia Casta, dalla quale il 21 settembre 2006 ha avuto il primogenito, Orlando e il 29 agosto 2009 la secondogenita, alla quale è stato dato il nome di Athena. 


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