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Jacqueline Bisset: Bella senza ritocchi

Sulla soglia dei 70 anni č ancora incredibilmente attraente e piena di fascino

Gio 26 Set 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Jacqueline Bisset ha il potere di guardarti, sorriderti, muoversi e conquistarti. Ancora adesso, che non è più la stordente bellezza giovanile di “Bullit”, la matura e sensuale scrittrice di “Ricche e famose”, la maglietta bagnata di “Abissi” o la portatrice splendida di sensi di colpa di “Class” e, in fondo, anche “Airport”, ti fa girare la testa. Per i suoi occhi, per la sua consapevolezza, per la decisione e la forza che mostra. Per il carisma, che ci ha fatto innamorare tutti, ad esempio, in “Effetto Notte”. La incontriamo a Locarno dove ha vinto il premio alla carriera Life Achievement Award- Parmigiani. E lì si è raccontata con generosità, ironia e qualche divertita e inaspettata confessione.

Cos'è per lei il cinema, Jacqueline?
«Un modo per mangiare! E anche far la dieta. Scherzi a parte, è incredibile come i miei inizi sullo schermo siano legati al cibo. Uno dei motivi per cui facevo provini era anche che da giovane avevo grandi difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena e quello dell'attrice era uno dei pochi lavori che ti permettevano di avere vitto e alloggio gratis. Ma è anche vero che per il mio secondo film, “Cul de sac”, Polanski mi mise a stecchetto. Se avessi voluto la parte, mi disse, infatti, avrei dovuto perdere cinque chili, perché ero troppo grassa. Cominciai a mangiare solo 500 calorie al giorno, feci persino alcune iniezioni con un estratto di mucche incinta. Alla fine ce la feci, pur svenendo varie volte».

E a Locarno le hanno dato un premio alla carriera. Bella soddisfazione, no?
«Altroché. Anche se sento che è troppo presto per un riconoscimento del genere, visto che sto ancora girando un grande film con Abel Ferrara – “Welcome to New York” – sullo scandalo Strauss-Kahn, e sarò sua moglie, Anne Sinclair. Ma ne sono orgogliosa e spero di meritarne anche altri in futuro, magari per singole performance. Ma certo da Roman a Abel è stato un gran bel viaggio finora».

Ha incontrato uomini di cinema straordinari in questo percorso.
«Tanti, tutti loro avevano un grande talento e a nessuno di loro è stato facile tener testa. Polanski è intelligente, ma anche molto duro, ma se capisce che lo segui, puoi fidarti di lui ciecamente. Ricordo i suoi consigli serali, a fine giornata, preziosissimi. Rammento Sinatra in “The Detective”, una forza della natura, con cui, però, non era facilissimo girare, perché voleva fare tutto in fretta, al massimo uno o due ciak per scena. Truffaut fu disponibile e generoso in “Effetto notte”. Pretesi di recitare nel mio francese scolastico e lui, interpretando io una straniera, me lo concesse. Fu un'esperienza straordinaria che rischiai di non fare: il mio agente si dimenticò di comunicarmi che avevo avuto la parte! Lì incontrai una delle mie più grandi amiche, Natalie Baye. Mi vengono poi in mente anche Marcello Mastroinanni o Luigi Comencini, eccezionali. Anche se con il primo non è stato facile, facevamo fatica a capirci per la lingua e io tuttora del film fatto insieme, “La donna della domenica”, non ho capito la trama! Però ricordo Trintignant: un vero paradiso, forse il mio migliore amico». 

Si è dimenticata Peter Sellers, forse il più grande attore del dopoguerra...
«Non a caso (sorride e ti viene difficile non scioglierti). Ammetto che Casinò Royale non lo ricordo con grande piacere. Avevo due ruoli carini (tra cui la mitica Giovanna Goodtights, la cui traduzione è belle cosce), ma non sono mai riuscito a farmelo piacere. L'impressione è che per lui non faceva alcuna differenza se sul set fosse stato da solo o con altri attori». 

Lei è una donna forte, intelligente, bellissima. Possono farcela solo donne come lei in un cinema così maschilista?
«Non saprei dirti. So che però una donna deve essere di sicuro più sensibile di un uomo per farcela in quest'ambiente. Qui è tutto molto più complicato, i maschi più potenti su un set tendono a creare una sorta di regno e tu devi essere capace di abitarlo, senza farti schiacciare dai re. Riuscendoci godi degli aspetti positivi di collaborazioni difficili, ma motivanti. E poi hai bisogno di tanta sensibilità per resistere alla competizione che c'è nel cinema».

E come ha resistito a Hollywood, che è la massima espressione di questi difetti?
«Perché il cinema è un lavoro meraviglioso, ma anche molto duro. E se lo ami, ti prendi anche le parti più dure. Hollywood, questo posso dirlo serenamente, non è un luogo comodo, un posto confortevole per un attore. E in più, a mio parere, ha forse condizionato il cinema europeo, portandolo a essere, in alcuni casi, ciò che non era». 

Ci dica una cosa che non sopporta.
«La slealtà. E poi che qualcuno mi tocchi i capelli! Su quasi tutti i set ho provveduto io a pettinarmeli e ad acconciarmeli, forse tutto nasce dal fatto che a Los Angeles mi dicevano che con i capelli lisci avrei lavorato di più. Io li avevo ricci e me li stiravo: un disastro. Così ora ogni volta che si ha a che fare con la mia chioma, soffro. E se è un estraneo a farlo, non riesce a capire la mia paura. Una cosa piccola, lo so, ma tutti abbiamo le nostre fragilità».

Cos'è per lei la bellezza? Lei è ancora conosciuta come la donna più bella del mondo.
«Credo sia qualcosa che non possa risolversi solo sul lato estetico. Allo stesso tempo è un mezzo e, pur non avendo mai voluto rivolgermi alla chirurgia estetica, trovo che non sia strano che delle mie colleghe lo facciano. A volte, purtroppo, si tratta di sopravvivenza professionale: rimanere giovani, ti consente di lavorare ancora. Io ho resistito, ma chi lo sa che fra cinque anni (lei è una classe '44 - ndr), non ceda anche io? Sai cosa mi frena? Il fatto che rischio di perdere espressività, tutta tirata, con la testa bloccata, e senza più riuscire a ridere. E ridere, soprattutto per noi che siamo un po' cresciuti, è essenziale, vitale.

 


 

DI PADRE SCOZZESE

Nasce in Inghilterra, da padre scozzese e madre inglese, nel 1944. Interpreta una piccola parte in “Cul-de-sac”, film del 1967 di Roman Polanski. Affianca David Niven e Orson Welles in “007 - Casino Royale” e nel 1968 è la protagonista di “Bullitt” con Steve McQueen. La consacrazione arriva nel 1973 quando François Truffaut la chiama per interpretare “Effetto notte”. Nel 1974 fa parte del cast di “Assassinio sull'Orient Express” dove recita, tra gli altri, con la Bergman. In Italia, partecipa alla riduzione cinematografica de “La donna della domenica”, recitando con Mastroianni. Negli anni successivi interpreta “Candidato all'obitorio” nel 1975, con Charles Bronson, e “Sotto il vulcano” di John Huston. Partecipa a “Orchidea selvaggia”.  


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