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Ogm in fuga dall’Europa

I leader mondiali dei semi artificiali e brevettati sconfitti anche grazie all’Italia

Gio 26 Set 2013 | di oberto Lessio | Ambiente
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Proprio l’Italia, una volta tanto, potrebbe esser stata decisiva nel determinare una svolta importantissima per la qualità e la sicurezza del cibo che mettiamo in tavola ogni giorno. Nello scorso mese di luglio la multinazionale agro-chimica americana Monsanto, leader mondiale nella produzione di sementi Ogm (Organismi Geneticamente Modificati) ha deciso di ritirare tutte le domande presentate all’Unione Europea, per l’omologazione e la conseguente autorizzazione alla coltivazione dei suoi semi brevettati. Le domande riguardavano 5 varietà di mais, una la soia e una la barbabietola da zucchero. La decisione è stata assunta a causa dell’assenza di prospettive commerciali nel vecchio continente, confermando con ciò quello che noi andiamo ripetendo da tempo: gli Ogm, tra le altre cose, dovevano servire a sfamare il terzo mondo, ma in realtà si trattava e si tratta solo di far soldi brevettando la natura – dopo averla stravolta – per controllare le produzioni e dettare legge nell'alimentazione al livello planetario.

STOP DAL GOVERNO ITALIANO 
Sta di fatto che la Monsanto oggi si ritrova con un solo tipo di seme autorizzato in tutti i Paesi comunitari: la varietà di mais denominata Mon 810. Ma anche questo seme “Frankenstein” stenta ad essere preso in considerazione dai produttori, soprattutto italiani, prima ancora che dai consumatori. Non convince. Infatti il 12 luglio scorso, esattamente una settimana prima della decisione della multinazionale americana (da qui la coincidenza), i nostri attuali Ministri delle Politiche Agricole Nunzia Di Girolamo, della Sanità Beatrice Lorenzin e dell’Ambiente Andrea Orlando, hanno firmato congiuntamente il rinnovo del decreto che vieta nel nostro Paese la coltivazione anche del Mon 810. La decisione conferma un orientamento già assunto dai governi passati e che vede d’accordo tutti gli schieramenti politici. 


MEGLIO IL NOSTRO (VERO) CIBO
La ragione di questa decisione è semplicissima da spiegare: nella culla dell’alimentazione mediterranea, presa in considerazione come modello di riferimento ormai da tutti i nutrizionisti del mondo, è assurdo introdurre varietà di semi su cui persistono dubbi persino di carattere sanitario. Ci vogliono giustificazioni ben più solide, oltre a quelle del “libero mercato” (controllato però da un pugno di multinazionali chimico-sementiere), per modificare la nostra cultura alimentare millenaria. Dunque in Italia, malgrado qualche patetica inziativa contraria (vedi la vicenda dalle parti di Pordenone del coltivatore che ha voluto coltivare a tutti i costi mais Ogm), i semi modificati e violentati con l’ingegneria non riescono a passare le soglie dell’accettabilità culturale in primo luogo e colturale in secondo, cioè nelle colture agricole. Ormai è un dato acquisito che non si fanno soldi con gli ogm nella patria del cibo più famoso e più amato del mondo.


ALTRI PAESI CONTRARI
Ma anche nel resto dei Paesi europei le cose si sono messe male per i fautori di queste biotecnologie: altre otto nazioni, tra le quali Francia e Germania, a loro volta hanno confermato la moratoria (una sorta di divieto) per la coltivazione della varietà di mais Mon 810. Solo Spagna e Portogallo ne hanno autorizzato la coltivazione, ma anche in questi Paesi gli affari dei mercanti di semi brevettati stentano a decollare. Lo conferma anche il fatto che gli unici altri due ogm autorizzati dall’UE, un tipo di patata e un’altra varietà di mais (la T25), brevettati rispettivamente dalle multinazionali tedesche Basf e Bayer, non hanno preso piede nel nostro continente. L’attività di ricerca sulla patata è stata trasferita negli Stati Uniti lo scorso anno, mentre il mais T25 non lo sta coltivando nessuno. 


IL RISCHIO RIMANE
Attenzione però. Questo non vuol dire che siamo fuori dal rischio di mangiare inconsapevolmente cibo ingegnerizzato e senza tutte le certezze scientifico-sanitarie. La stessa Monsanto infatti, dopo la decisione di ritirare in Europa le richieste per i nuovi semi, ha comunicato che intende concentrarsi sulle autorizzazioni per l’importazione degli stessi semi ogm coltivati fuori dall’UE. L’Europa infatti è fortemente dipendente dall’estero per l’alimentazione animale con mangimi altamente proteici, in particolare a base di soia. Di conseguenza la carne, il latte, i formaggi e gli altri derivati che acquistiamo quotidianamente, già oggi potrebbero risultare prodotti con questo tipo di mangimi. Comunque, intelligentemente e sempre al fine di preservare la nostra cultura in fatto di cibo, buona parte delle aziende alimentari italiane che commercializzano questi prodotti ha adottato un marchio volontario denominato “Ogm-free” (libero da Ogm). Anche in questo caso, dunque, la libertà di scelta parte dalla volontà dei produttori di dare ai consumatori un’informazione corretta. Con la disinformazione, prima o poi, non resta altra scelta che battere in ritirata.       





Impoveriscono terra e contadini

Oltre a concentrare nelle mani di pochissimi il potere sul cibo, gli ogm si sono rivelati davvero poco utili in diverse aree del pianeta. Clamorosi flop si sono registrati in Sud America: dopo i primi raccolti “miracolosi”, ben presto il terreno si impoverisce per l'enorme uso di fertilizzanti e dalle coltivazioni intensive di una sola varietà. A questo tipo di forzature venongo costretti gli agricoltori-clienti, ai quali viene venduto il “pacchetto” semi ogm più fertilizzante chimico e pesticida (come un cellulare con la batteria...). In Africa sono in atto operazioni commerciali dai nomi rassicuranti e seduttivi, come ad esempio la campagna “Semi della Speranza” in Kenya. Si punta specialmente sui piccoli coltivatori, che si ritrovano dipendenti da semi che danno frutti sterili (quindi devono sempre comprarne di nuovi) e prodotti chimici. Negli Stati Uniti, poi, i creatori dell'agente orange (studiato per disboscare le foreste nella Guerra in Vietnam) hanno brevettato le piante GURT (tecnologia con restrizione dell’uso genetico), anche dette “Terminator”: dopo un raccolto, si “suicidano”. E che dire del riso, che sfama tanta gente soprattuo nei Paesi più impoveriti? I soliti mercanti volevano brevettare persino il Basmati, da millenni patrimonio della cultura indiana! Secondo gli scienziati del Central Rice Research Institute, i parassiti attaccano di più i risi manipolati, causando perdite annuali tra il 30 ed il 100% della produzione. Similmente per il cotone. E così i coltivatori hanno doppio danno: resi dipendenti dai semi sterili, hanno pure raccolti a rischio. 





La rivincita della zappa sui pesticidi

Troppo costosi e poco efficaci: sempre più agricoltori tornano ai vecchi sistemi


La multinazionale americana degli ogm Monsanto nelle settimane scorse ha dovuto incassare un’altra pesante sconfitta culturale nel suo Paese di origine, gli Stati Uniti, dove gli ogm sono coltivati su larga scala. Durante l’incontro annuale dei rappresentanti dell’American Chemical Society (ACS) che è la più grande società scentifica del mondo, è emerso che il costo del controllo delle erbe infestanti trattate con erbicidi a base di glifosato è più che raddoppiato negli ultimi anni, in molte zone di quel Paese. Il glifosato è un principio attivo chimico che fa seccare le piante una volta spruzzato sulle loro foglie. In tutti i continenti del globo l’erbicida più diffuso che contiene questo principio attivo è il Roundup, prodotto proprio dalla Monsanto. Questo prodotto chimico a sua volta è stato alla base del primo brevetto registrato in America per una varietà ogm della stessa Monsanto; si trattava del mais RR, dove le due R stanno per Roundup Ready (pronto per il Roundup). 
Il brevetto quindi riguardava una varietà di mais adattato a quello specifico (e solo a quello) erbicida. Ora però gli scenziati americani hanno scoperto una cosa che gli agricoltori biologici avevano preventivato da un bel pezzo: è in corso un’inarrestabile diffusione di erbe infestanti resistenti a questo ormai ex erbicida; si tratta dello stesso fenomeno di chimico-resistenza che sta interessando i farmaci con cui ci curiamo. Le piante di seppola, di dente di leone (detto anche tarassaco), di cardo neve e soprattutto di amaranto hanno sviluppato una resistenza che neanche un potente cocktail di altri erbicidi riesce a farle seccare. In buone condizioni l’amaranto cresce di un centimetro al giorno e può arrivare all’altezza di oltre 3 metri. Ed è una pianta di amaranto resistente agli erbicidi può produrre anche 1 milione di semi, perpetuando così all’infinito la minaccia. Un vero incubo per le aziende agricole, soprattutto perché procurano danni alle attrezzature meccaniche con cui di solito si affinano i terreni da mettere a coltura, spesso senza riuscire a sradicarle. 
Per scrollarsi di dosso il problema sempre più agricoltori stanno abbandonando l’uso di ulteriori prodotti chimici e ricorrono ad uno strumento molto più semplice ed economico: la cara, vecchia zappa.


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