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L'amore, quando il cinema lo racconta a modo suo

A novembre in sala sentimenti estremi

Ven 25 Ott 2013 | di Boris Sollazzo | TV/Cinema
Foto di 8

Una famiglia terribile con un lato oscuro atroce, un'altra deliziosa e con il segreto più bello di tutti da custodire. Un uomo ossessionato dal porno, una donna rovinata da un sentimento estremo. Un regista e un'attrice che in una notte si legano in maniera morbosa. L'amore, in questo novembre cinematografico, trova sul grande schermo declinazioni tutte sue. E noi ce le godiamo.

Miss Violence
Se a Venezia non avessero premiato (giustamente) “Sacro Gra”, avrebbero dovuto dare il Leone d'Oro a questo piccolo grande capolavoro greco. Hanno comunque riconosciuto l'eccellente e dolorosa interpretazione di Themis Panou con la “Coppa Volpi”, giusto tributo all'opera di Alexandros Avranas, il cui film rimarrà negli occhi e nel cuore di chiunque lo vedrà. E che farà sussultare tutti per uno dei finali più veri, feroci, impietosi che si ricordino. Siamo di fronte ad una famiglia in cui tutto sembra andare come dovrebbe. Se non fosse che in un giorno di gioia, quello del suo undicesimo compleanno, Angeliki si suicida buttandosi dalla finestra. Quello specchio di apparenze, almeno agli occhi degli spettatori, si rompe: quel nucleo benpensante e borghese nasconde un buco nero dentro di sé. Si apre così un lungometraggio che sembra figlio degli incubi di Haneke e che non ci risparmia nulla, neanche la fatica morale e quasi fisica di sopportare una storia durissima. Avranas non ci aiuta mai: facciamo fatica persino a capire, fino alla fine, quali siano i loro gradi di parentela, modo geniale per entrare in quell'assurda eppure normalissima quotidianità fatta della violenza del titolo. Violenza che non è però esposta, fisica, ma ben più profonda e subdola. E alla fine, schiacciati sotto il peso di una sequenza finale atroce, è inevitabile pensare alla grandezza di un racconto che naturalmente sembra aderire alla crisi totale della Grecia attuale.

Questione di tempo

Ci sono delle regole che vanno oltre la critica e la cinefilia. Una di queste, per dire, è che un film con quell'attore meraviglioso che è Bill Nighy, elegante nella figura dinoccolata come nella recitazione, va visto comunque. Se poi c'è la splendida Rachel McAdams ed è un melodramma fantastico – in tutti i sensi –, che fa della tenerezza e del sogno il suo sentiero narrativo e visivo, allora non potete perderlo. Richard Curtis, che della narrazione lieve, ma mai superficiale, è un maestro, qui cuce su attori e spettatori un film d'amore dolcissimo, persino ingenuo, ma irresistibile. Il suo linguaggio è quello di una fiaba pop, che parte da un presupposto incredibile: Tim Lake scopre da un padre meraviglioso (Nighy, appunto) di poter viaggiare nel tempo solo chiudendosi in un armadio, stringendo i pugni e chiudendo gli occhi. Può modificare la sua storia, riparare torti, trovare la donna giusta. Ma anche scoprire che ogni gesto, con questo potere, è ancora più determinante. E dirimente. Ecco, immaginate di aver voi questa possibilità. Ripercorrete la vostra vita e sorridete dell'uso buffo e drammatico che ne fareste. Dal far andare al meglio il vostro primo appuntamento al poter far sopravvivere l'affetto più importante, nonostante tutto. Curtis si fa bambino e fa lo stesso con noi, si regala tutte queste possibilità. Non importa che questo renda il suo film troppo ingenuo e leggero, scalda cuore e anima come pochi altri. E ora scusate, ma riprovo a entrare dentro al mio armadio. Fosse mai...

Don Jon
Lo ammettiamo, quando vedemmo per la prima volta Joseph Gordon-Levitt (uno dei mattatori di “Inception”) lo sottovalutammo. Bella faccia, sembrava troppo sexy per essere bravo. E invece ci ha smentito, prima come attore e ora persino come regista. Il film siamo andati fino ad Odessa a vederlo – nel bel festival internazionale che vi hanno organizzato –, e ne è valsa la pena, anche se farà discutere. Un film sulla pornodipendenza, su un ragazzo che sembra “normale”, ma nasconde un'ossessione hard. Finché non incontra Barbara (Scarlett Johansson), bellissima e romantica, che appare come un taglio rispetto a quelle abitudini: ma Jon, abituato al sesso un tanto al chilo (un tot di video al giorno, un tot di donne rimorchiate in discoteca con tattiche dozzinali e amplessi in cui si è più ginnasti che amanti), non resiste. Finché la sua sensibilità, che lui tiene nascosta da quella banda larga a cui si collega per evadere, non viene scardinata da Julianne Moore, qui bellissima, indifesa e allo stesso tempo forte, in un ruolo coraggioso, persino buffo, ma molto profondo. E così un film sul porno diventa una visione a suo modo romantica sulla vita, la ricerca di due solitudini che si trovano, inaspettatamente, e si sostengono. E finiscono per darsi qualcosa di unico.

Still Life

Uberto Pasolini ha un modo di raccontare la vita semplice, lineare, empatico. Eppure, soprattutto in “Still Life”, lo fa attraverso un interprete straordinario, ma volutamente (qui) monocorde, Eddie Marsan. Lui è l'impiegato John May, costretto, dal puntiglio professionale e da un'autentica passione, a dare un'identità e possibilmente un degno funerale ai morti senza nome. Vuole dar loro un saluto, ricongiungere alla fine ciò che in vita si è diviso. Lui, sempre estraneo, senza legami, li cerca per gli altri. Se all'inizio la sua sembra un'ossessione invadente e persino fastidiosa, poi si finisce per tifare per lui. Per quello sguardo determinato e sperduto, per quell'ostinazione gentile, perché vuole riempire il vuoto altrui per non notare il proprio. Pasolini racconta tutto questo con una narrazione persino prevedibile e uno sguardo da cinema d'altri tempi, non cerca il virtuosismo, ma solo il racconto. Fino a un finale malinconico e solo negli ultimi secondi lietamente (ed eccessivamente) catartico. Un'opera semplice, garbata, che al regista è valso un premio a Venezia, nella sezione Orizzonti, e a noi una carezza al cuore.

Venere in pelliccia

Roman Polanski, basta la parola. Certo, a volte (raramente) ha fatto cilecca, ma, ora che ama chiudersi in piccoli ambienti per fare grandi film, è ancora più vero. Il padre del masochismo è l'autore dello scritto “Venere in Pelliccia”, il cineasta ci arriva dopo aver incontrato la piéce tratta da esso da David Ives. E ne fa un ritratto potentissimo di attrazione fatale e morbosa, dei legami perversi che spesso cerchiamo, degli incubi nascosti di chi recita o fa recitare. E di quanto tutto valga, se lo si vuole in due. In più ha dalla sua Mathieu Amalric, talento riscoperto dopo un periodo piuttosto opaco (come interprete, non come regista), e la moglie di Roman, Emmanuelle Beart. Prima svampita, poi dominatrice: e il rapporto familiare reale tra vero regista e protagonista femminile acuisce la forza di un lungometraggio così. Tutto è affidato alla parola, che qui sa diventare affilata, scandalosa, crudele e caldissima, tutto è volto a scandagliare l'animo umano con curiosità persino selvaggia. E alla fine vi troverete spossati, un po' più nudi e felici di aver affrontato un viaggio come questo. Lezione di cinema e di sentimento.

 


 

I FANTASTICI QUATTRO (in DVD)

La grande bellezza: se un'opera sa far discutere è già grande. Sorrentino ha ammiratori (tanti) e detrattori (pochi). Ma ha soprattutto tanto talento. E il consiglio, quindi, è comprare tutto il cofanetto.

Pacific Rim: vi piacciono robottoni, battaglie grandiose e improbabili, la fantascienza dei cartoon giapponesi anni '70 e '80? Bene, questo dvd vi farà tornare bambini. Prendete il blu ray.

Miele: uno dei migliori film che il cinema italiano ci abbia regalato negli ultimi anni. Valeria Golino esordisce alla grande, raccontandoci la morte con la vita e viceversa. Poesia, realtà e coraggio.

Uomini di parola: un film come questo l'avrete visto centinaia di volte. Ma non con il trio Pacino, Walken, Arkin. Come se nel calcio rivedeste un contropiede, ma di Maradona, Careca e Giordano.

 


 

I magnifici sette (in sala)

Miss Violence: ritratto di una famiglia perbene. Che tale non è. Un po' come scoprire che la Grecia, culla della cultura, è in crisi finanziaria e morale. Un capolavoro ferocissimo, l'Haneke greco.

Venere in pelliccia: Polanski sa girare persino quando, come succede qui, deve muovere la macchina da presa il minimo indispensabile. Lezione di recitazione, regia e soprattutto di vita.

Questione di tempo: una favola. Ma di quelle che ti fanno venire il magone mentre sorridi. E viceversa. E poi visi come quelli di Nighy e McAdams valgono, da soli, il prezzo del biglietto.

La mafia uccide solo d'estate: Pif, se lo seguite in tv, sapete già quanto sia bravo. Geniale e sensibile lo è pure al cinema, raccontando Arturo, nato il giorno in cui Ciancimino divenne Sindaco.

Don Jon: il Don Giovanni degli anni 2000 conquista donne con metodi dozzinali e guarda quantità industriali di pornografia. Eppure questo è un film romantico. Provare per credere. Il film, non lui.

Still Life: un'altra favola, malinconica e sottotono, che sa però scaldare il cuore. Chi non ha nulla può dare tanto, Eddie Marsan ce lo insegna con quella faccia unica al mondo. E la morte è vita.

The Canyons: Lindsey Lohan era una delle donne più belle del mondo e un'attrice dall'enorme talento. A Paul Schrader il duro compito di dirci che non sarà mai più né l'una, né l'altra.


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