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L’azienda social? Un vero affare

Blog e condivisione tra dipendenti fanno bene al fatturato

Ven 25 Ott 2013 | di Maurizio Targa | Attualità

Seppur in modo pionieristico, comincia a delinearsi anche da noi il profilo di un'azienda aperta, poco gerarchica, dove i dipendenti dialogano con strumenti come blog, wiki e social network. Certo è ancora una tendenza di nicchia, ma il messaggio sta passando: dalle grandi aziende agli istituti bancari, dalle compagnie assicurative sino, udite udite, alla Pubblica Amministrazione è in atto lo sdoganamento di forum, blog e compagnia.

Twittami ‘sta pratica
Grazie a un recente studio si è scoperto che nella realtà dove i dipendenti possono comunicare tra loro tramite wiki e social, dove la collaborazione conta più della pura competizione incentrata su ordini e ubbidienza, si lavora di più e meglio e si aumenta di conseguenza il fatturato. Si chiama social enterprise. Quali sono i vantaggi? Condividere significa ridurre i costi di viaggio, migliorare la circolazione della conoscenza e gestione dei progetti, stimolare il processo di innovazione, moltiplicare la capacità decisionale. Si stima che, grazie alla social enterprise, le società che adottano questo tipo di politica lavorativa possono aumentare la propria produttività del 20-25%. E in un momento economico difficile e di grande incertezza, il concetto di azienda che tenta di rilanciarsi tramite il coinvolgimento forte, trasparente e democratico dei suoi costituenti di base ha, senza dubbio, il suo appeal.

Condividere conviene

I dati italiani, basati su un campione di circa 250 aziende intervistate nel rapporto, confermano la nicchia cui ancora è conculcata la novità in embrione: solo il 10-20% dei dipendenti è attivo in iniziative di collaborazioni sociali, che peraltro nella maggior parte dei casi sono dirette dal top management. Ovvero, anche quando si tratta di adottare strumenti volti a scardinare la rigida scala “piramidal-gerarchica”, sono sempre i vertici a dettare tempi e modi. Solo in due casi su dieci il progetto parte unicamente dai bisogni e dalla motivazione dei dipendenti. La presenza di una figura dedicata a tempo pieno a favorire l’integrazione tra i lavoratori è riscontrabile in meno di un’azienda su sei, altrettanto esiguo è l’investimento econonico medio destinato a questo scopo: al massimo 50mila euro per le società intervistate, tutte dal giro d’affari di livello medio-alto. Ed il risultato appare proporzionale allo sforzo economico profuso: laddove la posta a bilancio in favore della socializzazione in ditta è stata uguale o superiore ai 100mila, il tasso di successo riscontrato si triplica.

Esperimenti tricolori
Apripista degni di nota si trovano anche tra le nostre aziende: Unicredit, tanto per dirne una, col suo Come One Net ha coinvolto 18mila dipendenti in dieci diverse nazioni. Anche i call center, di solito considerati lavorativamente un girone dantesco, possono trarre giovamento dalla social enterprise: Campus, ad esempio, è la piattaforma intranet di Telecom Italia. Sito interno alla rete aziendale, in esso gli operatori del 119 possono condividere ciò che hanno scoperto e imparato. E anche il pubblico impiego ha voluto provarsi nell’arduo cimento della condivisione: si è buttata l’INPS col social network Agorà, aperto ai suoi 25mila dipendenti.


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