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Paul McCartney: Il mio più grande sogno? Avere una vita normale

Essere stato un Beatles ha segnato la sua carriera professionale, ma anche la sua vita…

Ven 25 Ott 2013 | di Federico Scoppio | Interviste Esclusive
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«Se non fosse esistito, saremmo tutti degli impiegati e ogni giorno dovremmo indossare la cravatta», disse di lui Bono Vox, leader degli U2. Fisico asciutto, forma straordinaria, sguardo che buca, 71 anni. Cantante, compositore, produttore discografico e cinematografico, Paul McCartney è nato a Liverpool da padre pianista e trombettista jazz. A quindici anni incontrò John Lennon e propose nella band di quest’ultimo, i Quarrymen, l’ingresso di George Harrison. Quattro anni dopo i Beatles iniziarono a scalare le classifiche e, tra il ’63 e il ’64, si assestò la loro vera fama, prima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti. Paul McCartney ha presentato ad ottobre il nuovo album, “New”, che arriva a ben sei anni di distanza dal precedente di inediti “Memory Almost Full” e a due dall’omaggio al repertorio popolare di “Kisses On The Bottom”.

Sogno ricorrente?
«Il mio più grande sogno? Poter aver una vita normale. Ho conosciuto tante persone famose nel corso della mia vita, però niente potrà togliermi di testa l’idea che le persone più importanti sono nella mia famiglia, Liverpool è la mia casa».

Com’è mai possibile non farsi sotterrare dalla propria leggenda?

«Non ho una spiegazione universale, so cosa funziona su di me. Non mi guardo alle spalle, non mi volto indietro e cerco di non rileggere i miei diari, li conservo ma non li tocco. Se mi fermo e lucidamente penso a quante persone mi hanno detto che la musica dei Beatles ha cambiato la loro vita, mi viene un bel po’ d’ansia. Sentire oggi in radio canzoni di quarant’anni fa è qualcosa che va al di là di ogni immaginazione, perché nella società moderna tutto passa e va, i Beatles no. In quella musica c’è qualcosa che parlava e parla al cuore e alle orecchie della gente. E mi fa specie pensare che dietro tutto questo ci sia anch’io».

Essere stato un Beatles ha segnato la sua carriera professionale, ma anche la sua vita, non è vero?
«Va bene, lo ammetto, penso ancora come un Beatles, è un modo di sentire che non si può perdere. Dopo che ci sciogliemmo, quando formai i Wings, mi rifiutai di reinterpretare i classici dei Beatles per qualche tempo. Cercavo qualcosa di nuovo, era successo tutto troppo violentemente per non avermi scottato. Poi ho iniziato a pensare al pubblico, mi convinsi che erano ancora in molti che desideravano ascoltare le nostre canzoni e mi è tornata la passione. Per qualche tempo ho pensato comunque che il mio status mi permettesse di essere immune dalle tragedie, fin quando di colpo ho capito che soldi e successo non bastano mica se ti portano via la donna che hai vicino, com’è successo a me».

I Beatles appartengono alla memoria collettiva…
«Certo, tutti li conoscono ed è normale che sia così, ma io non mi sento come Napoleone all’isola d’Elba, non sono in esilio e per questo non sono nostalgico. Il ricordo è vivo e mi accompagna, ma lo penso senza nostalgia. Un paio di volte l’anno torno a Liverpool e, quando mi capita, mi ricordo tutto della mia gioventù, dal negozio dove andavo con John alle strade. E quando ho visto il biopic su Lennon (“Nowhere Boy” di Sam Taylor Wood - ndr) ho avuto molto da ridere su quello che raccontava».

Cosa, per esempio?
«Una volta in cui lui mi dà una spinta e mi butta a terra, falso. Oppure si racconta che la prima canzone che scrivemmo insieme fu un omaggio a sua madre che era molto malata e sarebbe morta poco dopo. Invece c’era un altro clima tra noi, proprio quello che rievoco nella canzone Early Days del mio nuovo disco».

Quando pensa a John come lo ricorda?

«Mi viene in mente una storia simpatica. Quando nel 1980 pubblicai “McCartney II” lessi che John, dopo aver ascoltato il brano di apertura “Coming Up” disse che per lui era giunto il momento di tornare a lavorare sodo. Era esattamente ciò che succedeva tra noi ai tempi dei Beatles: se lui componeva una canzone a me veniva lo stimolo di comporne un’altra, si innescava un processo creativo davvero prezioso».

Sta dicendo che se Lennon tornò a ruggire per un istante prima di morire nel dicembre del 1980 dopo il ritiro fu merito suo?
«No, non intendevo dire questo».

Eravate spinti anche un po’ dall’invidia?
«Niente affatto, perché avevamo due approcci totalmente opposti, lui aveva quell’ironia di chi aveva capito davvero i tempi in cui stava vivendo. Io mi concentravo più sull’aspetto prettamente artistico, spesso ero slegato dalle vicende sociali e politiche».

Pare che in origine, quando vi incontraste e decideste di mettere su una band, lei non voleva nemmeno essere il bassista del gruppo.
«Eravamo ad Amburgo intorno al 1961 e Stuart Sutcliffe, il nostro bassista perde la testa per una ragazza, ricordo ancora il suo nome, si chiamava Astrid, così decide di mollare tutto quanto. Stabilisce che da quel momento la musica non fa più parte della sua vita, vorrebbe solo fare l’amore e dipingere. Due attività nobili, ma poco remunerative. Però, contento lui… Per come era la musica allora, il ruolo del bassista corrispondeva a quello dello sfigato del gruppo. Quello timido e un po’ goffo che se ne sta in un angolo del palco al buio. Ecco, io non volevo entrare in quella parte. Poi ho accettato e, tutto sommato, ho ridato dignità a un ruolo che tutti consideravano minore e defilato».

Si legge in giro che lei in casa sia un uomo ordinario, è mai possibile?
«Mi sveglio molto presto, preparo la colazione per mia figlia e l’accompagno a scuola. Faccio jogging per tenermi in forma e prepararmi ai concerti. Così quando sono sul palco non sento più i miei settantuno anni, non rischio di annoiarmi perché so che l’esercizio fisico ha una finalità ben precisa, specie quando rievoco lo spirito dei Beatles».

Il futuro?
«Chi lo sa, posso dire qualcosa sulla musica. Mia figlia Stella ha un sogno, che io chiami Thom Yorke dei Radiohead, però non potrei mai telefonargli, se fosse impegnato ci rimarrei molto male. Invece un paio di anni fa qualcuno inventò che Bob Dylan ed io stavamo scrivendo qualcosa insieme. Non era vero, però da allora mi viene da pensarci e mi piacerebbe molto farlo». 

 


CONCERTO A TIME SQUARE

Ad ottobre, per lanciare il suo nuovo album, "New", l'ex Beatles ha tenuto un concerto in pieno centro di New York, a Times Square. Pochissimo il preavviso, lanciato via Twitter: "Molto eccitato di suonare a Times Square oggi all'una di pomeriggio", ha postato appena un'ora prima dell'evento.


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