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Antonio Socci: Solo tre parole

Mia figlia e il suo continuo, lento miracolo

Ven 22 Nov 2013 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Incontrare la potenza rinnovatrice dell’amore e rinascere attraverso la sofferenza, sono esperienze che trasformano l’esistenza di chiunque. Anche di chi ha una fede molto radicata come Antonio Socci. Intellettuale, giornalista e scrittore di successo, da quattro anni sta affrontando l’incredibile prova di restare al fianco di una figlia che sembrava morta. Caterina ci ribadisce ogni giorno uno dei messaggi più importanti che Gesù ci ha lasciati per trovare la gioia: “dite solo sì o no, e rivolgetevi a mia Madre, l’unica vera madre”.

Nel tuo ultimo libro “Lettera a mia figlia. Sull'amore e la vita nel tempo del dolore” (Rizzoli Editore) hai continuato a raccontare l’odissea della tua famiglia per la vicenda di Caterina. Cosa accadde?
«Nel settembre del 2009, la primogenita dei miei tre figli, ebbe un improvviso ed inspiegabile arresto cardiaco: a ventiquattro anni stava per discutere la tesi universitaria in Architettura. Mi telefonarono dicendomi che Caterina aveva il cuore fermo da un’ora e che i medici del Pronto Soccorso avevano già diagnosticato l’avvenuto decesso». 

Quale fu la tua reazione a quella terribile notizia?
«Dopo lo sconcerto iniziale, ricevetti subito il dono di un’indefinibile e irrazionale certezza interiore: “Dio può tutto”. In tanti, compreso a mia insaputa Papa Benedetto XVI, iniziammo a pregare e quando arrivai in ospedale mi comunicarono sbalorditi che, a dispetto di ogni conoscenza scientifica, il cuore di Caterina aveva ricominciato a battere dopo un’ora e mezza dal suo arresto!».

Come si è evoluto lo stato di salute di Caterina?
«Mia figlia è un continuo, lento miracolo. Era in coma giudicato irreversibile; noi e i suoi tanti amici le stavamo sempre vicini, parlandole e facendole ascoltare molta musica. Un giorno, dopo circa quattro mesi dal ricovero, mentre mia moglie le stava leggendo un libro, Caterina scoppiò in una fragorosa risata: fummo pazzi di sorpresa e di gioia! Successivamente, al di là di ogni previsione medica, mia figlia ha fatto anche un graduale e clamoroso recupero cognitivo, riacquistando piena coscienza. Ora deve migliorare a livello fisico e dovrà continuare a fare una lunga e durissima riabilitazione». 

Com’è oggi la relazione con Caterina? 
«Lei è felice. Prima era una ragazza un po’ ansiosa, mentre ora è sempre gioiosa e positiva. Inoltre, è tenace e ironica nei faticosi impegni che affronta senza scoraggiamenti: ci dona tanta forza! Comunica pronunciando solo tre parole: sì, no e mamma (Si apre in un bellissimo sorriso - ndr). È veramente la Madonna che la tiene tra le braccia!». 

Questi ultimi quattro anni ti hanno cambiato?
«La Fede fa miracoli, anche interiori; per me questo è un lungo cammino di conversione. Non ho il panico di pensare che la situazione dipenda da me. Io faccio il massimo, giorno e notte, però metto tutto nelle mani del Signore, perché è una montagna umanamente impossibile da scalare. Ho compreso che, come raccontato nella Bibbia, Dio a volte deve spaccarti il cuore per donartene uno più grande: anche Gesù lo ha provato su se stesso. E la vera conversione porta alla testimonianza». 

Come hai trasformato la tua sofferenza in un dono per gli altri?
«È successo in modo naturale, dato che dopo l’incidente si è messa in moto una catena di solidarietà e preghiera da parte di tantissime persone, in gran parte sconosciute. Mi sono sentito in dovere di condividere l’evoluzione della nostra vicenda attraverso il mio blog, alcune conferenze e i due libri (il primo è “Caterina. Diario di un padre nella tempesta” Rizzoli 2011 - ndr). È impressionante continuare a ricevere migliaia di lettere e mail, anche da tanti atei ed agnostici che hanno iniziato a pregare per mia figlia e vogliono ringraziarci per averli aiutati ad affrontare tragedie personali e a ritrovare la fede. È un piccolo, grande miracolo che Dio compie attraverso Caterina: dal letto d’ospedale la sua sofferenza si traduce in un messaggio di luce per l’esistenza di tanti. Ho incontrato molti casi di risveglio e guarigione e in questo nuovo libro ho voluto anche raccontare le storie di tanti, quotidiani eroi sconosciuti, persone semplicissime, ma piene d’amore. Altro che i miti di cartapesta proposti dalle tv e dai giornali...».

Tu hai anche l’incarico di vice presidente e direttore dei corsi della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia, dove si formano molti dei nuovi giornalisti della Rai. Come valuti la qualità dell’informazione nel nostro Paese?
«Ai nostri studenti dico: andate a cercare le storie e le persone, non le idee che avete in testa. Così facendo saranno costretti a guardare se stessi e a mettersi in discussione: bisogna crescere e far crescere. La responsabilità di un giornalista è enorme, però… quanto è difficile comunicare con rispetto e amore! Purtroppo la comunicazione oggi è diventata una sorta di guerra civile e un continuo linciaggio; la gente non ne può più di violenza e di scannamenti tra politici: non capirlo è indice anche di scarsa professionalità. Mi indigna che tantissime storie di altruismo, solidarietà e crescita interiore, che avvengono ogni giorno, non sono ritenute degne di essere raccontate. L’accoglienza che viene riservata ai miei libri mi conferma che le persone sono affamate di storie di Vita, di bellezza e di speranza». 

Quanto è stato difficile per te e la tua famiglia conservare la speranza in questi ultimi anni?
«Abbiamo sofferto molto soprattutto all’inizio, quando in tanti, incontrandoci, abbassavano gli occhi e non sapevano cosa dire. Nessun medico dovrebbe permettersi di dire che non c’è speranza, soprattutto in ambito neurologico, dove le conoscenze attuali sono minime. La speranza è preziosa e aiuta a tirar fuori le nostre energie migliori. Purtroppo, anche tanti sacerdoti si sentivano in dovere di fare la loro lezioncina e di insegnarmi la rassegnazione. È angosciante! Io affermavo la necessità della preghiera e loro cercavano di spegnere questo fuoco, quasi per giustificare Dio che non può fare tutto. Ma nel Vangelo c’è scritto tutt’altro: perché non devo prendere sul serio Gesù? Spesso i sacerdoti predicano un invito alla rassegnazione passiva che è in realtà una mancanza di fede. La preghiera serve anzitutto a cambiare noi stessi, ma possiamo anche chiedere a Dio di aiutarci nelle nostre necessità».

Cosa pensi di Papa Francesco?
«Di lui amo molto l’empatia, la capacità di abbracciare la sofferenza degli altri. La misericordia è forse il tema sul quale il Pontefice sta insistendo maggiormente. Tutti abbiamo bisogno di essere accolti per guarire dalle ferite dell’anima che sono dentro di noi e nelle nostre famiglie; Francesco ci sottolinea che solo Dio è il Padre che può guarirci da queste sofferenze. Anch’io mi accorgo che intorno a noi c’è un grande bisogno di conforto e consolazione: in tanti si stanno risvegliando dalle illusioni che ci hanno ingannati negli ultimi decenni e aspettano di essere aiutati».

L’esperienza della malattia di tua figlia ti ha fatto guardare con occhi diversi alla tua carriera e alla notorietà, anche televisiva, che avevi raggiunto?
«Sono nato in una famiglia molto popolare e sana. Mio padre era un minatore che ha vissuto nella povertà e, pur avendo iniziato a lavorare da bambino, ha sempre letto molti libri e ascoltato musica classica, impegnandosi tanto nel sociale. Quando ho iniziato a vivere negli ambienti giornalistici pieni di gente che si ritiene importante, io facevo sempre il paragone con lui: ho capito che essere uomini veri, anche se poveri, è molto più rilevante che avere lauree e potere. Poi, anche se non l’ho cercata, è arrivata per me una certa notorietà: oggi ne ho un buon ricordo, ma tutto è stato ridimensionato! I soldi, la carriera, il successo, ogni cosa mi sembra così insignificante di fronte al desiderio di vedere Caterina completamente ristabilita. Questi ultimi anni mi hanno fatto toccare con mano quello che ho imparato da bambino: l’unica cosa che conta è la dignità con la quale si vive e ciò che si ha nell’anima». 

Con quale atteggiamento ti prepari a vivere il Natale?
«Come giornalista, oltre che come uomo, non posso che constatare la notizia più grande, commovente e inimmaginabile di tutti i tempi: che Dio si fa uomo e viene ad abitare fra noi, che viene a guarirci e a salvarci. Natale non è altro che questo: la follia di Dio. è la sua irraggiungibile umiltà, avendo voluto spogliarsi della sua maestà e della sua gloria per abbassarsi fino a farsi un piccolo bambino povero e potersi donare a noi senza umiliarci. Concretamente, per ognuno di noi l’unico modo per vivere è tornare bambini, abbandonandosi come fa un bimbo con i propri genitori. Ricordo il grande senso di sicurezza che provavo da piccino quando ero abbracciato a mia mamma che mi riempiva di baci. Abbandoniamoci così con il Signore, senza l’ansia della prestazione: si aprono mille grandi strade per collaborare e partecipare all’azione di Dio».       

 


MADRE PRESENTE

“Cosa provano una madre o un padre di fronte a una figlia distesa su un letto, immobile, nell’impotenza di svegliarla, non si può dire. L’angoscia e la paura di quello che potrebbe essere non hanno limiti e bisogna subito rifugiarsi nel presente e nell’implorazione alla nostra buona Madre, che può tutto e che ci ama” (tratto da: “Caterina – Diario di un padre nella tempesta”, Rizzoli 2010).
Antonio Socci ci ha confidato: «Io sento la Madonna come vera Madre, una presenza che guida tutta la mia vita e la mia famiglia: mi fido di Lei. Ho vissuto molti episodi incredibili, a cominciare da quando, a cinque anni, fui investito da una automobile in corsa. Era la sera prima della Festa dell’Immacolata e sopravvissi miracolosamente. Inoltre, la mia secondogenita secondo i medici doveva essere abortita perché gravemente malformata: con mia moglie pregammo molto la Madonna e quando nacque sana la chiamammo Maria. Per Caterina, sono avvenuti molti segni. Ad esempio, il suo arresto cardiaco avvenne il 12 settembre, festività del nome di Maria. Inoltre, durante il Natale successivo, il fidanzato di Caterina andò a Lourdes a pregare per lei; al ritorno le donò una sciarpetta bagnata nell’acqua della fonte del Santuario. La mattina dopo Caterina, mentre la mamma le leggeva un libro, si svegliò dal coma con una fragorosa risata».

 


GIORNALISTA E SCRITTORE

Antonio Socci è nato a Siena il 18 gennaio 1959, dove si è laureato in Lettere moderne. Formatosi alla scuola di Don Giussani, impegnato fin dall’adolescenza nel movimento Comunione e Liberazione, dopo aver diretto il mensile “30 Giorni”, dal 1994 ha lavorato a “Il Giornale”, collaborando anche con “Il Foglio” e “Panorama”. Nel 2002 è stato chiamato alla vicedirezione di Rai 2, rete per la quale ha ideato e condotto il programma “Excalibur”, mentre due anni dopo è stato nominato direttore della Scuola superiore di giornalismo radiotelevisivo di Perugia, incarico che conserva ancora oggi. Esperto conoscitore delle vicende vaticane (ha scritto con largo anticipo delle dimissioni di Benedetto XVI) è anche un prolifico scrittore. L’ultimo dei quindici volumi pubblicati, “Lettera a mia figlia” (Rizzoli, 2013), narra la vicenda di sua figlia Caterina, da quattro anni impegnata in una dura riabilitazione, dopo essersi miracolosamente ripresa da un arresto cardiaco durato un’ora e mezza e dal conseguente coma. Altri suoi libri sono: “Il genocidio censurato” (Piemme, 2006), “Mistero Medjugorje” (Piemme, 2008), “I giorni della tempesta” (Rizzoli, 2012). Attualmente scrive sul quotidiano “Libero”.


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