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Il mio nuovo me

Francesco, Riccardo, Matteo e Gianluca sono i The Sun: un sole che porta musica e che parla di cambiamento

Ven 22 Nov 2013 | di Alessandra Manni | Interviste Esclusive
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Rock, fede e testimonianza: questa è la musica potente dei The Sun, quattro ragazzi vicentini che stanno infiammando i cuori di tanti giovani, e non solo, con i loro racconti di vita ritrovata attraverso la fede. La loro musica, contenuta negli album “Spiriti del Sole” e il più recente “Luce” (pubblicato dalla Sony Music) racconta di coraggio, di amicizia, di ricerca di felicità, di credere in noi stessi, di dignità, di fede, di amore sano e di viaggi che ti cambiano la vita. Parla di esperienze concrete, che Francesco, Riccardo, Matteo e Gianluca hanno vissuto in prima persona dopo un risveglio spirituale che li ha spinti a portare contenuti più profondi nella loro vita e nel loro percorso musicale, già decennale. La loro carriera di musicisti inizia nel 1997, quando nascono i Sun eats hours (letteralmente "il sole mangia le ore"), gruppo punk rock che parte da Vicenza per arrivare a condividere il palco con gruppi del calibro dei Misfits, Cure, Offspring, Deep Purple e ad ottenere nel 2004 il riconoscimento  come “miglior punk rock band italiana nel mondo”. Una vita fatta di successi, ma anche di eccessi, tipici della vita “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, che li ha portati a perdersi. 

Cosa è successo alla fine del 2007? 
Francesco: «Dopo una tournée di 100 date in 10 differenti stati tra Europa e Giappone, ho cominciato a vivere una crisi personale profonda a causa degli eccessi personali che vivevamo. Ciò mi ha portato ad allontanarmi dagli altri membri del gruppo, addirittura con Riccardo (con il quale Francesco è stato fondatore del gruppo - ndr), avevamo deciso di non suonare più insieme. Questo modo di vivere, il tipico “sesso droga e rock ‘n’ roll”, ci ha fatto dimenticare il motivo per cui suonavamo, portando i rapporti tra di noi alla deteriorazione. Non è stato facile per me, in quel periodo doveva anche uscire il disco nuovo, quello che ci avrebbe aperto le porte del successo, ma le canzoni per il disco non venivano. E lì ho cominciato a farmi una domanda: perché non ero felice anche se, a soli 25 anni, avevo realizzato tutti i miei sogni lavorativi?».

E in quel momento hai incontrato la fede.
«In quel periodo, la mia famiglia era rimasta l'unico punto fermo nella mia vita. Una sera mia madre, accorgendosi che mi era saltato il programma della serata, mi invitò a partecipare ad un corso di evangelizzazione in una parrocchia vicina. Decisi, inaspettatamente, di andare con lei e lì ci fu il mio primo incontro con le persone di fede: sono stato accolto da tanti giovani, semplici e felici, nonostante una vita tranquilla e ordinaria, ed io invece, con una vita “straordinaria”, ero quello più insoddisfatto e triste». 

Dopo questo incontro cosa hai fatto?
«Mi sono sempre più chiesto il perché di queste mie sofferenze, così ho iniziato a leggere il Vangelo ed a frequentare la Chiesa. Ho cominciato a sentirmi amato da un Gesù vivo e presente. Questo ha dato il via ad un moto interiore che mi ha portato a vedere cosa contasse veramente nella vita, cominciando anche a scrivere in modo diverso, prima di tutto in italiano, anche se questo avrebbe significato la nostra morte discografica. Tutto ciò ha provocato ancora più divisione con gli altri ragazzi del gruppo, anche perché non avevo ancora avuto il coraggio di condividere con loro profondamente ciò che stavo vivendo». 

Come è stato per voi questo cambiamento?
Matteo: «In quel periodo io e Francesco condividevamo la stessa casa e sono stati mesi di vera guerra fredda, perché vedevo solo il nostro declino musicale. Solo dopo aver ascoltato le parole delle nuove canzoni, mi sono reso conto che alcuni brani parlavano proprio di me e questo ha aperto il mio cuore. La fede è venuta dopo, andando a suonare in posti particolari e di fede, come a Betlemme nel 2011, quando sono venuto a contatto con tanti missionari, e non solo, che davano la loro vita per salvare i bambini e i meno fortunati».

Tutto ciò come ha influito nella vostra vita?
Riccardo: «Il cambiamento per me è stato profondo e concreto, perché durante quell'anno di stop lavorativo sono diventato un alcolizzato, mi vomitavo addosso, mi ero fatto terra bruciata nelle amicizie, specialmente con Francesco, con il quale avevo un rapporto fraterno da sempre. Ero solo. Quando Francesco mi ha testimoniato cosa stava vivendo, cercando anche di coinvolgerci, in un primo momento rimasi un po' sulle mie, anche perché avevo avuto un'esperienza passata di chiesa, dove purtroppo non avevo incontrato dei veri testimoni di fede. Piano piano però mi sono sempre più coinvolto, e lì Gesù ha cominciato a fare il suo lavoro da “scavatore”: mi ha aiutato ad entrare dentro di me ed a togliere ciò che non andava, fino ad arrivare alla consapevolezza che dovevo smettere di bere. Ho cominciato la terapia il 21 marzo 2010 ed ora sono 3 anni, 7 mesi e 10 giorni che non bevo».

E come sono cambiati i rapporti tra di voi?
Gianluca: «Abbiamo ritrovato un'armonia che era completamente scomparsa. Ci eravamo ridotti ad essere solamente delle persone che suonavano insieme sullo stesso palco, per questo ci siamo dovuti ritrovare prima come amici per poi ritrovarci come band. Solo dopo che Francesco mi spiegò questo suo profondo cambiamento, ripartì il nostro progetto che portò anche me, piano piano, ad avvicinarmi al mondo cristiano».

E' stata accolta sempre bene questa svolta spirituale? 
Riccardo: «No, all'inizio è stato difficile, abbiamo dovuto sentire maldicenze, attacchi gratuiti da vecchi fan e professionisti dell'ambiente musicale, specialmente dopo Luce, dove ci siamo esposti molto». 
Gianluca: «Prima di incontrare la Sony, che ha deciso di pubblicarci il disco proprio perché dicevamo qualcosa di nuovo, ci rivolgemmo ad altre etichette discografiche. Molte di loro ci dissero che anche se le canzoni erano belle, al giorno d'oggi per fare successo non bisognava dire qualcosa fuori dagli schemi, bisognava solo sparare merda. Queste porte in faccia non te le scordi». 

Ma adesso questa vostra esperienza non solo la suonate ma la raccontate nei vostri concerti/testimonianza. 
Francesco: «Ci siamo resi conto che attraverso questi concerti, frammentati dalle nostre testimonianze, potevamo offrire non solo una musica bella da ascoltare, ma anche utile per le persone».  

Cosa cerrcate di comunicare attraverso la vostra musica?
Francesco: «Cerchiamo di offire quel senso che le persone cercano nella musica, come anche nella vita di tutti i giorni: un modo, cioè, per trovare e mantenere quella forza e quel coraggio per prendere in mano la nostra vita e vivere, invece di sopravvivere». 
Matteo: «La musica è sempre stata un veicolo per l'espressione personale e può essere uno stimolo per riuscire a scoprire e realizzare i propri talenti, vedendosi come esseri unici e straordinari, riuscendo così a compiere un passaggio d'amore verso noi stessi».


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