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Il lavoro più bello (e duro) del mondo

Intervista ad Antonella Casini, che ci spiega cosa vuol dire essere Promotore di Sviluppo di Vita e Missione: "E' una nuova professione che sta interessando non solo i giovani"

Ven 22 Nov 2013 | di Alessandra Manni | Interviste Esclusive
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Cosa vuol dire essere un Promotore di Sviluppo di Vita e Missione per te?
Vuol dire fare una forte esperienza di me stessa, del mio io potenziale, un susseguirsi di esperienze concrete e non tanto di parole. Ho scoperto la meraviglia, la forza che ho dentro, che ho avuto la possibilità di muovere e liberare. Ho scoperto Dio e cosa volesse dire amare. Tutto ciò mi ha portato a lasciare la professione di avvocato e dedicarmi completamente a questa testimonianza. E ora posso vivere tutto questo nelle missioni, in Sud America, nelle regioni, con i donatori di Roma e con gli altri. 

Quanto tempo ti ci è voluto per arrivare a vivere tutto questo?  
Sono in cammino per ritrovare la mia vita dal novembre 1974, perché da sempre dentro di me desideravo vivere, ma sentivo solo la morte. Questo impegno per ritrovare me stessa va oltre al fatto di essere oggi Promotore – anche perché non mi sento ancora completa –, ma è nato perché da sempre sentivo questo forte contrasto tra la vita e la morte. L'unica cosa che mi ha aiutato è stata la testimonianza di P. Angelo Benolli, che mi ha permesso di conoscere una cultura di vita che corrispondeva profondamente alla creazione che avevo dentro. 

Cosa ti ha aiutato a vedere in te?
Ho capito che all'inizio di questo cammino io ero completamente divisa da me stessa e credevo di stare bene, sentivo una grande sofferenza, ma pensavo di essere una persona a posto. Credevo di vivere, ma non vivevo. Attraverso questo cammino, invece, ho visto che in realtà quella che sono, la forza che ho, era profondamente addormentata, come anestetizzata dalla mancanza d'amore ricevuta. Mi sono resa conto che quello che io pensavo fosse normalità era passività. Questo cammino mi ha fatto fare prima di tutto un'esperienza d'amore, che non è affetto, carezze, andare d'accordo o  volersi bene, cioè tutto quello che io pensavo fosse. L'amore, invece, è proprio il rispetto delle forze che hai dentro ed è quindi un aiuto per esprimerle. 

Come sei stata aiutata a tirare fuori le tue forze e sperimentarle?
In diversi momenti P. Angelo è stato molto fermo com me, mi ricordo quando dopo 3 anni che avevo cominciato il mio cammino, lui mi disse: «Guarda, se non ti muovi, non venire più qui». Questa spinta mi ha permesso di fare la prima forte esperienza di me stessa.  Io, infatti, ero iscritta all'università, studiavo giurisprudenza, ma ero proprio bloccata: non riuscivo neanche a capire quello che leggevo. Questo stimolo mi ha fatto realizzare che dovevo mettere in pratica le mie forze. Cominciai a studiare per un esame ed è stata la mia prima esperienza forte di preghiera, ed io neanche credevo a quel tempo. Dando quell'esame, però, scoprendo e sperimentando le mie forze, ho cominciato a sentire la presenza di Dio e da lì è cominciato il mio cammino di fede.

Cosa ti ha portato a sperimentare tutto questo?
Da quel momento la mia vita è stata un susseguirsi di questo tipo di esperienze: non tanto parole sul mio io potenziale, ma esperienze concrete di esso, dello stare con Dio e di testimoniare questa immensità. Tutto ciò è stato possibile grazie a questa cultura di vita e la testimonianza di P. Angelo, che ancora oggi mi spinge a permanere in questo impegno. 

Quindi la missione è stata una conseguenza di questo cammino...
Sì, dato che ritrovavo sempre più le mie forze sono potuta andare in missione, dove ho avuto l'opportunità di amare, dando una testimonianza e ricevendo amore. Perché, anche se in Sud America la realtà è dura, incontrare queste persone mi ha permesso di fare un passaggio all'amore, che non consiste nel ricevere, ma nel dare, e poiché dài ti purifichi, perché le forze personali vengono sempre più fuori. 

Che realtà sei chiamata ad affrontare?
I grandi mali del Sud America sono la dipendenza, la passività, la depressione, sofferenze secolari causate dai terribili travolgimenti che ha subìto questo continente, prima con gli spagnoli e poi con tutto l'occidente. è una terra continuamente violentata e la gente nella maggior parte dei casi è passiva, dipende e si fa sfruttare senza ribellarsi. Oppure, quando si ribella, lo fa con le guerriglie, dietro alle quali però ci sono gli interessi dei narcotrafficanti. In questi anni ho visto comunque che, grazie a questa cultura di vita, i sudamericani riescono ad uscire dalla dipendenza e dalla depressione, ritrovando le loro forze, il loro io potenziale ed amando. In Colombia, nel 2001, abbiamo cominciato con una missione, oggi ce ne sono 9 e quest'anno siamo arrivati a 2000 famiglie coinvolte. C'è ancora tanto lavoro da fare, ma questa è una novità fortissima che porta a delle vere rinascite.

Come la rinascita che hai vissuto nella tua vita...
Se io non avessi incontrato P. Angelo non sarei ancora viva e non avrei avuto 3 figli. Lo so perché vedo che fine hanno fatto le persone che frequentavo nel 1974: alcuni sono in clinica psichiatrica, altri sono morti, altri in ergastolo per i reati commessi con le Brigate Rosse. Ma soprattutto, vorrei dare la mia testimonianza anche come mamma e moglie. Nella mia famiglia c'è stata una separazione, perché ad un certo punto mio marito si è allontanato e mi sono ritrovata sola con i miei figli, che avevano da 1 anno e mezzo a 9 anni. Il fatto di non lasciare la missione, come mi consigliavano i miei genitori, e di mettere prima di tutto e tutti Dio, l'amore e i bambini, che continuavano a morire di fame, mi ha permesso di salvare anche i miei di figli. Infatti, nonostante la situazione familiare, se i miei figli sono sani oggi - per esempio Giacomo il più grande è anche lui Promotore - leggi la sua intervista su www.ioacquaesapone.it -, non è stato tanto perché io sono stata brava con le parole, ho fatto tanti discorsi e prediche, ma è perché mi sono continuamente alimentata con questa cultura di vita. Ho continuato ad andare in missione, non ho bloccato questo mio movimento, e questo in qualche modo è arrivato ai miei figli e li ha salvati.

Cosa consiglieresti a chi ti sta leggendo?
Consiglio alle persone, alle coppie, alle famiglie di fare comunità, leggendo i libri di P. Angelo, perché non solo dà senso alla famiglia, perché si va in profondità, ma dà senso all'amicizia e quindi ti porta ad amare. Inoltre, di partecipare alla Scuola di Sviluppo di Vita e Missione, partita a novembre, che ci tengo a precisare che non è una scuola come tradizionalmente viene intesa: non ci sono né professori né alunni, c'è chi vive e chi non vive. Se tu non sei missionario muori, se ti sposi e non sei missionario la famiglia non c'è. 
Tutto questo lo possiamo capire grazie a questa cultura che mi ha permesso adesso di essere cristiana, cosa che prima non ero, ma più che altro mi ha permesso oggi di sentirmi viva e di vivere. Questo mio cammino può essere spiegato con queste parole: “sperimentare le energie di Dio nelle energie personali, libere da ogni forma di condizionamento e testimoniare pienamente, secondo natura e nella carità, liberando sé ed ogni persona da ogni falsità culturale e dal condizionamento diabolico. Una grande novità per ritrovare lo Spirito in te stesso, in Dio e nei fratelli”.

 


 

LA FORMAZIONE
La scuola è iniziata a novembre e dura quattro anni, sono 3 lezioni al mese che si possono seguire anche tramite internet, ma almeno una volta al mese è richiesta la presenza in sede. Per informazioni Italia Solidale 06.68.77.999 


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