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Fare i soldi naturalmente

Copiando la natura si creano lavoro e benessere

Ven 22 Nov 2013 | di Roberto Lessio | Attualità
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Avete presente quando addentiamo un bel pezzo di pizza margherita appena sfornata e, in seguito al morso, la mozzarella si allunga come un elastico? Bene, questo è il fenomeno in base al quale una società tedesca ha pensato di ricavare fibre tessili, a partire dal latte di mucca, per produrre vestiti, biancheria e materassi perfettamente commestibili. Vuol dire che, in linea teorica, quando ci saremo stancati di indossare una determinata maglietta, potremo tranquillamente mangiarla o cucinarla come siamo soliti fare con un qualsiasi formaggio. Questo è uno dei tanti esempi di un nuovo tipo di economia che potremo definire “Nature Economy” (Economia Naturale), che potrebbe diventare presto la punta più avanzata della cosiddetta “Green Economy”. 

UN NUOVO CONCETTO DI PIL: IL BENESSERE COLLETTIVO
La definizione “Nature Economy” ancora non esiste; l’abbiamo creata noi per questa occasione: sta ad indicare un’economia che copia intelligentemente fenomeni naturali (come la filatura della mozzarella una volta riscaldata), per ricavare prodotti e servizi a basso costo, completamente eco-compatibili, che utilizzano pochissima energia e che determinano nuova occupazione stabile e a tempo indeterminato, ma soprattutto che non producono alcun tipo di rifiuto. Un’economia, quindi, completamente sostenibile in senso ambientale e sociale, che mira a capovolgere l’attuale concetto di PIL (Prodotto Interno Lordo), basato sull’accumulo di beni materiali e di ricchezza, che sempre di più va a vantaggio di pochi e a svantaggio dei tanti. 
L’attuale modello di economia, infatti, non tiene in alcun modo conto dei limiti ecologici e sociali presenti sul nostro pianeta, oltre i quali si produce più danno che benessere collettivo. Oggi non si tiene conto, ad esempio, del fatto che una nave da pesca in un mare dove non ci sono più pesci da pescare non serve a nulla: tutt’al più può essere utilizzata come mezzo di trasporto (magari di disperati che cercano una qualsiasi forma di sopravvivenza nel nostro continente), ma non più per lo scopo iniziale. Il PIL però dice che per il semplice fatto che quella nave è stata costruita, la ricchezza di tutti noi è aumentata.

LA FINTA GREEN ECONOMY: UN’OPERAZIONE DI FACCIATA
A tutte queste incongruenze logiche, prima ancora che economiche, dovrebbe rispondere la “Green Economy” o Economia Sostenibile, che però rischia di trasformarsi in una semplice verniciatura di “verde” dell’attuale modello di sviluppo, contribuendo ad aggravare i problemi che invece dovrebbe contribuire a risolvere. La nave da pesca del nostro esempio, al posto del petrolio potrà anche usare un bio-combustibile per funzionare, ma se poi i pesci nel mare continuano a non esserci, sarà utilizzata di nuovo per trasportare disperati al fine di guadagnare qualcosa. Oppure: il riciclaggio dei rifiuti è sempre ottima cosa, ma se la separazione la fanno dei bambini che rovistano a mani nude tra l’immondizia di una discarica di una qualsiasi metropoli del globo per portare a casa un pezzo di pane, anche se “green” siamo sempre e comunque dentro un’enorme ingiustizia sociale.

LA NATURE ECONOMY
Oggi giorno, dunque, occorre ripensare completamente al concetto di ricchezza e contemporaneamente a come la si ridistribuisce tra chi effettivamente la produce. In particolare bisogna sapere se questa ricchezza viene prodotta rispettando dei precisi limiti ecologici ed economici, quali, ad esempio: i tempi e cicli biologici della natura (non si deve attendere di restare senza legna da ardere per decidersi a piantare un bosco); la reale capacità di generare nuova occupazione (è il lavoro che crea valore di scambio e denaro, non il contrario); dotarsi di approvvigionamenti energetici realmente sostenibili e non inquinanti (petrolio, carbone e gas prima o poi si esauriranno, mentre nel frattempo, usando solo queste fonti, continuiamo ad avvelenarci l’aria che respiriamo e a sconvolgere il clima della Terra). Dunque la nuova frontiera economica sarà quella di capire, imparare e copiare intelligentemente come funzionano determinati fenomeni in natura, perché essa è già di per sé un’immensa ricchezza. Da qui la definizione di Economia Naturale. 

 


LA BICI CHE ‘POTENZIA’ LA PEDALATA
Anche il magnetismo (la forza attrattiva di una  calamita, per intenderci) è un fenomeno naturale che ha trovato un vastissimo impiego in area industriale. Ne è un tipico esempio il motorino di avviamento della nostra macchina o il sistema di funzionamento di un trapano elettrico. Qualcuno ha capito che, applicando un piccolo motore elettromagnetico ad una bicicletta (anche in questo caso l’inventore  è tedesco e si chiama Stefan Gulas), si arriva facilmente ad una velocità di 80 km ed anche oltre. Non è un motore che si sostituisce alla forza delle gambe quando non si pedala, come avviene nelle bici elettriche di prima generazione, ma aumenta appositamente la forza esercitata sul pedale dai nostri muscoli. La ricarica della batteria costa 1 € e dura dai 50 ai 70 chilometri. Può comunque essere sostituita facilmente, come se ci si fermasse a fare rifornimento di carburante con la macchina, La "Harley del 21° secolo", come viene definita sull’apposito sito web, purtroppo ha attualmente un prezzo di partenza elevato (12.460 €), prezzo che naturalmente scenderà di molto una volta superata la fase del prototipo.

 


VESTITI RICAVATI DAL LATTE DI MUCCA
Cominciamo da quel curioso fenomeno che è la caseina: la proteina che determina prima la coagulazione e poi la filatura di tutti i formaggi quando sono ancora freschi. Il processo non è nuovo di zecca, perché era già stato individuato negli anni Trenta per ottenerne fibre sintetiche, ma la microbiologa Anke Domaske, fondatrice della società QMilk di Hannover (Germania), nella sua piccola cucina e con le attrezzature comprate al supermercato per un valore di soli 200 €, ha sviluppato la prima bioplastica a base di latte di mucca e di altre materie prime naturali rinnovabili, senza alcuna aggiunta di prodotti chimici. Il processo inizialmente è identico a quelli per la produzione delle mozzarelle e dei formaggi stessi. Si parte dal latte crudo che viene riscaldato ad una temperatura al di sotto dei 100 gradi. Il latte coagulato viene poi mischiato con fibre e aggreganti naturali, ad esempio colture agricole (non è dato sapere quali perché ovviamente il prodotto è coperto da brevetto), che rendono il materiale molto più resistente. Il mix, infine, viene pressato e livellato in fogli sottili e continui in una sorta di macchinetta per fare la pasta in casa. Bastano due litri di acqua (la versione in tedesco parla di “wasser” = acqua in italiano, ma può anche essere il siero di risulta) e cinque minuti di tempo per ottenere un chilo di biopolimero. La QMilk della Domarske prevede di raddoppiare gli attuali 14 dipendenti a partire dall’inizio del 2014, anno in cui si prevede di produrre mille tonnellate di fibra.


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