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Massimo ghini: Non ho paura di provare

Quelle scelte originali da provocatore

Ven 22 Nov 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Cosa si può dire di Massimo Ghini? Il fatto che sia un grande attore è quasi pleonastico, il fatto che il racconto per immagini l’abbia percorso in lungo e in largo è un fatto. Ha recitato con Gian Maria Volonté e ha fatto i cinepanettoni, è stato uno straordinario Enrico Mattei in tv e Guido Rossa al cinema, ha recitato per Lizzani, Verdone e Virzì (meravigliosi i suoi bastardi in “Compagni di scuola” e “La bella vita”), D’Alatri, Rosi, Monteleone, Ferrario, Zeffirelli, Cristina Comencini. Per dirla alla romana, non s’è fatto mancà niente. E il suo ultimo film ha un titolo che gli sta a pennello: “Niente può fermarci”. Uscito in estate, è utile e divertente per conoscerlo meglio.

In “Niente può fermarci”, presto in home video, lei è l’unico normale in una compagnia di simpatici pazzi. O no?
«Io ho accettato proprio perché sembro quello normale, ma non lo sono. Nel film sono uno psichiatra e di solito l’analista dovrebbe essere un punto di equilibrio per chi gli è attorno, ma a volte è solo quello che tenta di dire o fare la cosa giusta. Ma quanto c’è di lucida follia in chi dice cose ormai scontate, che sembrano giuste a tutti ma magari non lo sono affatto? La verità è che siamo tutti figli di una visione all’americana, che rivolge, soprattutto nell’educazione, tutto all’analisi, junghiana o freudiana che sia. Il punto è che la soluzione migliore, in questa storia, rischia di essere un ceffone ben assestato. Che non risolve, ma magari aiuta a ragionare. Non che sia un metodo che approvo, però è illuminante sul fatto che non tutto sta scritto nei libri!». 

Ha molte perplessità su questo processo di cura della mente e dell’anima quindi?
«Quando penso all’analisi, mi viene, per associazione di idee, in mente Bernardo Provenzano con i suoi pizzini. Lui teneva in piedi una potentissima organizzazione internazionale con quel metodo, la maggior parte di noi ormai non vive se non è connesso, se non ha i suoi supporti digitali. Psicologia e psicanalisi non sono la stessa cosa? Sono diventate una rete che dà risposte preconfezionate, da cui a volte bisogna saper uscire. E non sempre ne siamo capaci. Intendiamoci, sono strumenti utilissimi. Ma se diventano gli unici a cui ricorriamo, sono inadeguati».

Lei ne sa qualcosa di scelte originali. Ha sposato la commedia quando sembrava da pazzi farlo.
«Questo è un vecchio ragionamento, almeno per me. Spero me lo riconosciate almeno questo, e ancora da vivo. Io sono sempre stato un po’ provocatore da questo punto di vista, un apripista a cui si è detta qualunque cosa. Quando ho fatto il primo film di Natale o ho deciso di andare in tv, mi hanno criticato in molti. Salvo poi seguirmi, dopo, in massa. Io sono un po’ così, consentitemi il termine un po’ forte, uno di quegli adorabili coglioni che non hanno paura di provare, sperimentare, essere il primo a fare una cosa. Il punto è che il vero dramma del nostro cinema è stato che molti sceneggiatori, se non tutti, si siano allontanati da un genere che ci ha reso grandi: la commedia. Non a caso quando un gruppo consistente di essi l’ha trascurata, convinto che fosse giusto dedicarsi solo a delle velleità autoriali, considerando “d’autore” solo un certo tipo di film, questo genere si è sgonfiato, proprio in coincidenza, purtroppo, con la mia infanzia e giovinezza artistica. Nessuno scriveva più commedie e così nessuno formava più gli attori a farla. Ed essendo l’interpretazione fondamentale, anche se non quanto la scrittura, si è creato un effetto domino per cui la situazione è sempre peggiorata».

E a quel punto cos’è successo?
«Poi, come dico sempre io, vince la sindrome Enrico Toti. Nel pieno rispetto dell’eroe, ma in qualche modo vince l’irrazionalità di chi arriva e lancia la stampella che lo regge contro il nemico. In altri posti non succederebbe, o meglio, non ce ne sarebbe bisogno. Noi invece facciamo sempre così: tocchiamo il fondo, poi i più coraggiosi fanno quella che sembra una follia - nel mio caso scegliere di tornare alla commedia -, poi arrivano “quelli che leggono il Corano al contrario”, i fenomeni, che hanno capito che forse noi così pazzi non eravamo. Così sono tornati scrittori e attori. Prima l’hanno fatta maluccio, poi benino, poi hanno reimparato. E ora eccoci qua, ovviamente (ride - ndr) per merito loro, mica nostro! Si è superato un tabù: quello di capire che non si doveva solo soffrire alla ricerca del proprio personaggio, del proprio ’68, della propria inquietudine, ma che si poteva anche cercare i propri tempi comici. Che erano altrettanto importanti».

Lei ha sofferto molto dello snobismo degli altri colleghi?
«Sono stato vittima di uno snobismo piuttosto violento. Lo dico senza problemi. Lo faccio perché mi sto avvicinando a un’età in cui ti fai meno problemi a parlare: ora che mi vedo invecchiare non ho paura di fare anche affermazioni dure, scomode. Quest’emarginazione l’ho sentita, e lo dice uno che a Cannes e Venezia c’è stato, ma c’è stata eccome. E quindi ringrazio ancora di più chi mi ha chiamato a lavorare in più occasioni in ambienti e dimensioni diverse da quelli da cui provenivo e questo non lo dimenticherò. Sai quando ho capito poi che le cose sarebbero cambiate? Quando vicino al manifesto del film di Natale che facevo io, ce n’erano altri due. Non ero più solo».  


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