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Bille August: non sono un maestro

“La mia incredibile carriera tra Jeremy Irons e Nelson Mandela”

Ven 22 Nov 2013 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Ci sono degli incontri che ti rimangono dentro. Dei registi che hanno vinto tutto, ma che sono ancora più sorprendenti e grandi come esseri umani. Bille August è uno di questi. Sessantaquattro anni portati con eleganza, trentacinque di cinema apprezzato in tutto il mondo, un premio Oscar (con “Pelle alla conquista del mondo”), due Palme d'Oro - solo in sei possono dire di aver fatto altrettanto lì in Costa Azzurra - una sceneggiatura di Ingmar Bergman, da cui ha tratto “Con le migliori intenzioni”, l'adattamento cinematografico de “La casa degli spiriti” di Isabel Allende e l'ultimo “Treno di notte per Lisbona”, adattato dal bestseller omonimo di Pascal Mercier.  Lo incontriamo all'Ischia Film Festival, alla Cattedrale dell'Assunta del Castello Aragonese, dove ha ritirato il premio alla carriera. In una rassegna che a cavallo tra giugno e luglio rappresenta uno splendido miracolo organizzativo e artistico che si deve al direttore Michelangelo Messina e alla sua sodale e moglie Enny Mazzella. 

Lei ha vinto tutto, ma si rimette in gioco ogni volta. Non si sente ancora un grande maestro?
«No, ma allo stesso tempo non si può in alcun modo rifiutare l'invito in una rassegna come questa. Certe iniziative assumono un valore ancora maggiore rispetto alle grandi manifestazioni: qui a Ischia ho avuto l'occasione di presentare il mio “Treno di notte per Lisbona” in un luogo incredibile e davanti a un pubblico motivato. Ed è l'essenza dei festival: potersi sempre confrontare con spettatori esigenti. Trovo che siano necessari per far migliorare noi registi. Vincere al Festival di Cannes mi ha cambiato la vita, mi ha dato molte opportunità. Ma anche venire qua mi consente di capire qualcosa in più del mio film. E quindi imparo, mentre i maestri, che io sappia, insegnano».

Dopo vent'anni ha lavorato di nuovo con Jeremy Irons. Tra voi sembra esserci un rapporto speciale.
«Non sbagli, è così. Siamo amici e dopo vent'anni, dopo l'impresa de “La casa degli spiriti”, ci siamo ritrovati ancora sul set. L'ho trovato ancora più bravo di come l'avevo lasciato: ha dato alla mia opera uno spessore e una forza che solo lui poteva imprimergli. E non nego che, quando ha accettato, anche tutto il resto del cast si è accodato entusiasta: da Bruno Ganz a Melanie Laurent».

Una bella sfida questo suo film, vero?
«Altroché. Non sapevo davvero come questo libro bellissimo potesse trovare un'armonia tra gli elementi filosofici e la potenza della narrazione necessaria a una storia del genere. E soprattutto volevamo tenere fede allo spirito di questo racconto: il comunicare a tutti che la vita può sempre cambiare e può farlo anche in un solo istante».

E lei crede sia possibile?
«Forse l'autore dell'opera letteraria ci crede più di me, confesso. Io penso piuttosto che noi siamo troppo spesso burattini del nostro inconscio. Per dire: il mio protagonista, secondo me, non cambia perché salva la vita a una ragazza: quello è solo il fattore scatenante di una ribellione dormiente alla sua vita monotona e ripetitiva».

Diplomato in fotografia, conosciuto per aver adattato per il cinema capolavori letterari impossibili. Parola e immagine spesso si escludono in molti registi, in lei trovano la massima espressione. Come ci riesce?
«Con l'intuizione, con l'istinto. Se facessi un ragionamento a freddo in proposito, se cercassi quest'equilibrio come obiettivo, non riuscirei a trovarlo. Lascio libero il mio sguardo di immaginare, soprattutto quando leggo libri che mi appassionano».

Le è successo anche con Ingmar Bergman e l'autobiografico “Con le migliori intenzioni”? 
«Certamente. Non ho sentito la responsabilità né il peso di quel lavoro, anche perché lui fu straordinario quando lo incontrai. Un genio che mi disse: "Io sono solo lo sceneggiatore, il regista sei tu e mi fido di te". Mi diede molta forza. Non si possono fare paragoni tra me e lui, ma è stato un privilegio poter lavorare su quello script. E, in seguito, potergli essere amico».

Parliamo di Nelson Mandela. Da mesi combatte contro la morte, e finora l'ha sconfitta. Lei gli ha dedicato il suo penultimo film, “Goodbye Bafana”. Cosa sente pensando a lui?
«Certamente questo è un momento difficile per il mondo intero. Rischiamo di perdere il più grande leader politico del pianeta, una persona che ha sconfitto l'odio con il perdono, proprio partendo da se stesso. L'amicizia con il suo carceriere che racconto nel film è stata il laboratorio della riconciliazione con cui ha portato il Sudafrica fuori dall'orrore dell'apartheid e del regime razzista che lo ha rinchiuso in galera per quasi 30 anni. La sua forza, la sua lungimiranza, il suo carisma ci servono ancora. Il Sudafrica è strozzato dalla povertà e il mondo necessita delle sue qualità. Mi chiedo spesso come sarebbe la storia moderna se in Iraq avessimo avuto un altro Madiba (nome del clan del grande leader sudafricano). Sarebbe tutto diverso, ora».

Ha mai visto il suo film?
«Sì, lo ha visto. La figlia di Nelson Mandela mi scrisse per ringraziarmi, quando uscì. Ne fui molto felice».

Ha già pronto il suo nuovo progetto?
«Sì, anche se per scaramanzia ne parlo poco. Posso dire che la protagonista sarà Helena Bonham Carter, si chiamerà “55 steps”, che gireremo in autunno a San Francisco e che si tratta di una storia vera di una donna che finisce in overdose di farmaci e che fa causa, con un avvocato coraggioso, a un'industria farmaceutica. Un legal drama, ma anche una bellissima storia d'amicizia».


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