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L’app ti allena gratis. Forse…

Apparentemente non costano nulla, in realtà generano un fiume di denaro. A nostra insaputa

Ven 22 Nov 2013 | di Maurizio Targa | Media
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Quanto sono belle le app gratis per il nostro smartphone. Veri e propri software lanciati da Apple nel luglio del 2008, poi reinventati dal concorrente Google per il sistema operativo Android, le app, abbreviazione di “applications”, hanno rivoluzionato il mercato dell’hi-tech, arrivando a influenzare notevolmente non solo il panorama tecnologico, ma anche gli stili di vita dei consumatori. Belle e buone, le app, specialmente quelle che ci fanno risparmiare. Un esempio? Finiamola con lo spender soldi per palestra e personal trainer, ma scarichiamo l’applicazione che stabilisce quanto dovrà essere lunga la nostra corsetta mattutina, ci fa un controllo della frequenza cardiaca durante la seduta di jogging, calcola le calorie bruciate e si preoccupa pure di spiegarci il perché ci sia venuto quello strano mal di testa alla fine della corsa. Tutto gratis. Alcuni, senza chiedersi il perché di tanta benevolenza, hanno installato innumerevoli applicazioni del genere, non pensando al conto che, anche indirettamente, sarebbe stato loro prima o poi presentato. 

Gratis un corno
Qualcuno più diffidente si è invece preoccupato di scoperchiare il pentolone. Ci ha pensato la Evidon, società americana di web analytics, che ha diffuso lo scorso settembre una sconcertante rivelazione, ennesimo caso di violazione della privacy connessa con la tecnologia. Di che si tratta? Analizzando l’attività segreta delle società produttrici delle venti app “salutistiche” più diffuse, sarebbe stato scoperto che esse hanno venduto i dati almeno a settanta compagnie assicurative e farmaceutiche. Come? La app scaricata s’insinua come un cavallo di Troia nel nostro telefonino, silenziosamente registra i dati appena menzionati, li passa a nostra insaputa alla società produttrice che ha mantenuto un qualche diabolico collegamento con il software stesso e le informazioni vengono trasferite alle compagnie di assicurazione sulle malattie o anche direttamente alle case farmaceutiche. È scoppiato un finimondo e da lì la valanga è partita inarrestabile: sconcertanti i risultati di un’altra analoga indagine conclusa da poco in Francia, condotta dalla Commission Nationale de l’informatique et des libertés (CNIL), autorità per la tutela dei dati personali, con il supporto tecnologico dell’Institut national de recherche en informatique et en automatique (INRIA). Per un anno i detective dei due Enti hanno analizzato a fondo 189 applicazioni per iPhone e sta ora partendo la campagna che riguarda gli smartphone Android. Da un primo risultato emerge che quasi un terzo delle app esaminate accede ai nostri dati di geolocalizzazione, anche se non sempre è necessario. Per portare avanti l’indagine, gli esperti hanno testato in laboratorio ogni singola applicazione, estraendo più di nove gigabytes di dati, grazie a strumenti software creati ad hoc.

Il telefono fa come gli pare
È venuto fuori che nove applicazioni su dieci vanno su internet anche se non ce n’è bisogno, soprattutto se si tratta di giochi, altre accedono ai dati personali dell’utente indipendentemente dalla sua volontà (o autorizzazione).
Particolarmente grave – dicono gli autori dell’indagine – è l’accesso discriminato al numero identificativo univoco (UDID) del dispositivo: 87 delle 189 applicazioni esaminate trasmettono l’UDID in chiaro, senza crittografia, mettendo a nudo il dispositivo dal punto di vista della sicurezza ed esponendolo ad attacchi informatici. Come si difende la casa produttrice? Apple aveva più volte assicurato che non sarebbe stato più consentito agli sviluppatori di accedere a queste informazioni, ma l’indagine ha rivelato che, evidentemente, non è così.

Una spia in tasca
Insomma il “tracking” agisce come un agente segreto, un occhio che lavora ventiquattro ore al giorno: chi scarica app invia involontariamente un flusso continuo d’informazioni sul proprio conto al “controllore”, il quale poi le rivende a terzi per fini commerciali. Come una sorta di sondaggio incosciente. Anche il New York Times in una sua inchiesta indipendente ci è andato giù pesante: le applicazioni per iPhone possono accedere liberamente alla libreria fotografica, o almeno quelle autorizzate a usare i dati di localizzazione. Inoltre, se l'utente autorizza una volta un'applicazione a usare i dati di localizzazione, successivamente questa potrà copiare interamente le fotografie presenti sullo smartphone, senza che il proprietario riceva ulteriori avvisi. Ed una volta che i dati sono fuori dal dispositivo telefonico, nessuno ha possibilità di controllarne o limitarne l'uso.

Chi è il più pettegolo?
Ma quali sono le applicazioni più ‘spione’? Lo rivela il Wall Street Journal che ha anch’esso analizzato 101 app per iPhone e Android. Tra le più chiacchierate c’è Textplus 4 per i messaggi di testo su iPhone, che invia l’ID unico del telefono a ben otto compagnie pubblicitarie e a due di esse il vostro CAP, la vostra età e il vostro sesso. Stesso discorso per l’applicazione musicale Pandora che invia i dati a diversi network di advertising. Se vi piace giocare a lanciare la carta straccia nel cestino con Paper Toss, sappiate allora che i vostri dati vengono mandati ad almeno cinque compagnie. Malgrado Apple Inc. e Google obblighino le applicazioni a chiedere il consenso prima di ottenere le informazioni personali, il WSJ ha scoperto che queste regole possono essere aggirate. Il gioco per iPhone Pumpkin Maker, ad esempio, trasmette la località del telefono senza chiedere alcun permesso. Nel mirino anche The Weather Channel, Dictionary.com e chissà quanti altri ancora si nascondono negli store virtuali. Il problema è che il telefono, a differenza del computer, è sempre con noi ed è costantemente acceso. 

Un fiume di soldi
Cosa hanno risposto Apple e Google? Hanno minimizzato, dichiarando che si è trattata di una svista. Dichiarazioni dure da credere, se si tiene conto che ben 45 delle app prese in esame sono risultate free. La pubblicità, hanno inoltre chiarito i due colossi, non ha arricchito le loro casse, bensì altre aziende. Anche qui, difficile reputare che le due multinazionali non abbiano un loro tornaconto in tutta la faccenda. «Ecco perché le app sono gratuite», ha commentato Jeff Chester, direttore del Center for Digital Democracy: l’accusa è di un business di oltre 35 miliardi di dollari (una cifra da capogiro!) volto a violare la privacy dei cittadini e a divulgare informazioni personali senza chiederne il consenso.


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