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Ricky Memphis: Avevo voglia di fare altro

Ricky Memphis: dopo “Distretto di Polizia”, molti no e anche un musical

Mar 07 Gen 2014 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 7

Semplice, simpatico, pieno di un talento che per anni non è stato abbastanza notato per quella sua naturale umiltà, poco adatta al mondo dello spettacolo, che forse lo nascondeva ai registi miopi che lo vedevano troppo “televisivo”. Questo è Ricky Memphis, a cui Giovanni Veronesi, ne “L’ultima ruota del carro”, ha regalato un ruolo importante e divertente, in cui incarna l’italiano medio su cui si è poggiata la progressiva e inevitabile catatrofe morale degli ultimi decenni. Una commedia all’italiana sentimentale, sociale e pure un po’ politica. Ricky ci racconta quel socialista che diverrà berlusconiano, un’amicizia tra due “ultimi”, ma anche la bellezza di rimanere se stessi laddove tutti cambiano faccia. E maschera.

Beh, Ricky, altro che poliziotto o eroe, questa volta ti hanno dato un bel bastardello da interpretare!
«Non è neanche tanto un bastardello, se lo guardi bene, uno così. Lui, semplicemente, non ci sta, non vuole rimanere nelle retrovie, non si arrende a ciò che il destino gli riserva, vuole di più. Lui è e sarà sempre un soldato semplice, ma vuole prendere i gradi di ufficiale. Pensa sempre di potercela fare, ma ci prova con la mentalità dell’Italia dell’epoca dei socialisti prima e di ciò che conosciamo ora».

Perché raccontare questa storia?
«Qua parliamo di chi rischia di non arrivare mai da nessuna parte, di quelli le cui gesta, di qualsiasi tipo, non verranno riconosciute. Delle ultime ruote del carro, appunto, che nessuno considera. Ernesto, il personaggio interpretato da Elio Germano, non verrà premiato per la sua onestà a tutti i costi. Giacinto, un traffichino che si mette in guai e in impicci continuamente, si salva sempre, anche se cercare la sua fortuna, a un certo punto, persino nel progetto di vendere supplì in Cina (meravigliosa la battuta “a Erné qui sò pieni de riso e non li sanno fà!”). Ma rimangono all’angolo, nessuno dà loro medaglie, devono sempre reinventarsi».

Guardando questo film si capisce meglio anche il nostro ultimo ventennio?

«Non so se vedendo il film si possa capire perché è andato così l’ultimo ventennio e cos’è successo a noi e al Paese. Di sicuro è un modo per rivederlo, ricordarlo. E non sulle pagine dei giornali o nelle ricostruzioni politiche, ma da un punto di vista normale. E quando dico normale, intendo dal livello stradale, dell’uomo comune».
 
Lo sai che più ché migliori amici, qui tu ed Elio Germano sembrate proprio fratelli?
«Elio è straordinario, ha un talento clamoroso, lavorare con lui è bellissimo e facile, perché quando hai accanto uno così tutto è più immediato, naturale. E alla fine è romano come me, uno molto semplice e credo che abbia vissuto molto di quello che ho passato anche io. Per questo forse sembriamo fratelli, perché in fondo un po’ lo siamo, condividiamo e abbiamo condiviso molto. Per dire: me lo immaginavo come De Niro, uno che si estraniava prima della scena. Invece ride e scherza fino a un secondo prima, poi un attimo prima del ciak si trasforma e recita divinamente. Un grandissimo. E poi c’è Roma e pure la squadra della Roma in questo film, altra cosa in comune, e un po’ è anche merito nostro».

Questo film è anche un modo per cambiare la sua immagine sullo schermo?
«Sì, dopo “Distretto di Polizia”, bellissima esperienza, nel momento del mio maggior successo, ho sentito che volevo andare in un’altra direzione, che desideravo sperimentarmi in altre sfide. Non c’era presunzione, solo curiosità, voglia di fare altro. Pensavo, onestamente, che non sarebbe stato difficile: invece, quel tipo di fama, ti inchioda a un ruolo specifico. Così tutti ti propongono sempre la stessa parte, che peraltro, con qualche variazione sul tema, io facevo dall’inizio della carriera. Ho detto tanti no, ma a quel punto questo finisce per condizionare, non sempre positivamente, anche i tuoi sì».

Come hai reagito a questa impasse?
«Non è così facile fare l’attore e io ho capito a un certo punto che era giusto studiare, migliorarsi. Anche perché io non sono come il mio amico Bova, che se deve fare un nuotatore va in piscina sei mesi e se deve indossare una divisa si mette ad affiancare i poliziotti in missione. Sono un lavoratore preciso e rispettoso, ma non arrivo a quel livello di impegno, di immersione nel ruolo. Detto questo, trovarmi in un teatro di periferia in seminari in cui vicino a me trovavo solo ragazzi alle prime armi è stato difficile, ma anche molto motivante».

E sei arrivato fin qua. Non prima di finire in una serie musical in tv, però!

«Quella di “Tutti pazzi per amore 3” è stata una bellissima sorpresa, figurati che per farlo ho sostenuto il mio primo provino, a 43 anni. E il lavoro con Veronesi è stato un bel regalo, un momento importante. Giacinto è soprattutto un disperato che cerca di restare a galla in ogni modo: per questo ho cercato di trovare in lui anche un lato poetico, perché pensa di essere scaltro, ma non capisce o fa finta di ignorare che nel mare in cui nuota lui è un pesciolino in un branco di squali. Poi in Giovanni ho trovato una persona meravigliosa e un grande regista che potrebbe fare l’attore, ha tempi e capacità per farlo alla grande e tiene in pugno il set con un enorme carisma istrionico e spesso prendendo la scena per mostrartela. E la cosa più bella è stata che mi ha lasciato libero e allo stesso tempo mi ha guidato».   

 


 

IN ARTE RICKY
Riccardo Fortunati, in arte Ricky Memphis, nasce a Roma il 29 agosto 1968. Lo ricordiamo al “Maurizio Costanzo Show” come “poeta metropolitano” e negli anni ’90 in film belli e durissimi come “Pugni di rabbia”, “La scorta” e “Il branco”. Con Tirabassi è da urlo nel capolavoro “L’ultimo capodanno” di Marco Risi, qualche anno dopo. Nel nuovo millennio è entrato nel cuore e nelle case di milioni di italiani con l’ispettore Mauro Belli, in “Distretto di Polizia”. Una nuova carriera è nata negli ultimi anni, con ruoli di commedia che gli sono stati regalati da Paolo Genovese nei due “Immaturi” e da Giovanni Veronesi ne “L’ultima ruota del carro”, da Brizzi in “Ex - Amici come prima”, dai Vanzina in “Mai stati uniti” e in “Tutti pazzi per amore 3”. Esordisce al cinema con Ricky Tognazzi in “Ultrà”, in cui è un tifoso della Roma. Come nella vita, anche se nel film è decisamente più violenta la sua fede calcistica.


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