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Beppe Severgnini: L’ironia, sorella laica della misericordia

Viaggio nel mondo dello scrittore dalla “chioma metallizzata”

Mar 07 Gen 2014 | di Giuseppe Stabile - zonastabile@ioacquaesapone.it | Zona Stabile
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Grande giornalista, scrittore di successo e imprevedibile girovago! Riesco finalmente ad incontrare Beppe Severgnini a Roma, al rientro dalla sua amata Londra e da due giorni a Trieste. Nel suo moto perpetuo tra convegni e università, continua a scrivere articoli e libri apprezzati ovunque. Impareggiabile ambasciatore della cultura italiana, da molti anni esplora il globo e la sua antropologia, accompagnato dall’inconfondibile chioma e dall’elegante, erudita, a volte spiazzante ironia.
«È vero, viaggio moltissimo, in Italia e all’estero. A volte mi stupisco di come sia possibile essere pagato per fare le cose che amo di più: scrivere e viaggiare! Mia moglie ogni tanto lascia trasparire un po’ di disappunto, ma questa è la vita che ho scelto di condurre e sono contento. Ho rischiato di fare il direttore di giornale o il parlamentare, ma sono felice di poter continuare a fare il viaggiatore».

Come hai scoperto le tue passioni?
«I miei genitori sono stati meravigliosi, hanno sempre rispettato i miei desideri e le mie scelte; mio padre è notaio, ma non mi ha mai forzato a seguire la sua professione. Ho rischiato in prima persona per concretizzare le mie passioni, ma ammiro molto chi insegue i propri sogni senza avere le spalle coperte da una famiglia benestante come la mia. A scuola sono sempre stato molto bravo e i miei professori mi aiutarono a superare le difficoltà che avevo nelle relazioni con gli altri. Appena maggiorenne iniziai a viaggiare in Europa e, dopo la Laurea in Giurisprudenza con specializzazione in Diritto Internazionale, feci un tirocinio in Belgio: fui entusiasta di conoscere tanti ragazzi di nazionalità diverse e iniziai a impegnarmi per diventare un “commentatore in viaggio”».

Quando iniziò la tua folgorante carriera giornalistica?
«Fui assunto a “Il Giornale” e conobbi Indro Montanelli, il mio vero maestro professionale. Mi insegnò moltissimo, anche sul piano umano e credette subito in me. Nel 1982 feci un viaggio con degli amici in Polonia, nonostante i gravi disordini dell’epoca, riuscendo a documentare luoghi e avvenimenti inaccessibili ai tanti giornalisti presenti. Il direttore mi fece capire il valore dei miei scritti e a ventisette anni mi spedì a fare il corrispondente da Londra! Vivevo in un piccolo seminterrato, ma ero così contento… Poi andai a lavorare nei Paesi dell’Est e in Cina, fino ad approdare più tardi negli Stati Uniti, diventati nel tempo quasi una seconda casa per me».

Oltre al viaggio, quali erano le tue passioni giovanili?
«Ero sempre sulla mia Vespa, ascoltavo i dischi di Bruce Springsteen e leggevo continuamente i libri di Cesare Pavese. La cosa più importante che ho conservato di quegli anni è la capacità di stupirmi. Auguro a tutti di mantenere questo stupore a qualsiasi età, ogni giorno e in ogni luogo, anche dietro l’angolo o andando al lavoro. È necessario saper ascoltare, senza considerare scontati gli incontri e gli avvenimenti quotidiani. Ho imparato che la vita è trovare le cose che non stai cercando. Purtroppo, incontro molti che sembrano invecchiati già a sedici anni».

Hai un figlio ventenne e sei un attento studioso delle dinamiche socio-culturali. Come sono cambiati i rapporti tra genitori e figli?
«La famiglia, punto di riferimento importante per ognuno di noi, è in continuo mutamento: pur tra tante difficoltà, i nostri rapporti familiari sono spesso nettamente migliori rispetto a quelli di molti Paesi europei. Noto un evidente disagio soprattutto dei padri della mia generazione, spesso assenti o incapaci di svolgere quel ruolo di guida di cui hanno bisogno i ragazzi. In generale, spesso i genitori sono ansiosi per cose non molto importanti: è più pericolosa la discoteca dove i nostri figli vanno il sabato sera che un viaggio di studio o lavoro all’estero! Mio figlio Antonio ora è in Australia e sono sicuro che sarà un’esperienza molto formativa per lui».

Il tuo ultimo libro “Italiani di domani. Otto porte sul futuro” (Rizzoli) è rivolto proprio ai giovani. Quale consiglio per affrontare il momento attuale? 
«La situazione italiana è molto difficile e i nostri giovani, nella speranza di futuri e necessari cambiamenti nella nostra società, devono impegnarsi per imparare a puntare sul proprio talento personale. Con la disoccupazione giovanile che ha raggiunto quasi il 40%, molti ragazzi sono portati a rinunciare e cedono alla nefasta tentazione di darsi degli alibi. Invece, il talento deve essere aiutato dalla tenacia e dal tempismo. Nel mio libro individuo 8 T, otto chiavi per aprire le porte del futuro. Il lato positivo di questi terribili anni è che le nuove generazioni potrebbero uscirne molto più rafforzate e formate, pronte a ricostruire sulle macerie che abbiamo lasciato».

Cosa devono evitare i giovani?
«Bisogna essere consapevoli che alla base di crisi personali e sociali, oltre che l’ambiente esterno, ci sono sempre la mancanza di carattere, l’arroganza e la superficialità. Inoltre, è opportuno stare molto attenti a non confondere il talento con la passione: molti ragazzi si ostinano a voler lavorare in ambiti, come lo spettacolo o l’editoria, per i quali non hanno un autentico talento. Soprattutto, però, ai nostri ragazzi dico: non permettete agli altri di scegliere per voi. Inseguite quella luce che avete dentro senza farvi condizionare da genitori, professori o altri che vi dicono di scegliere un campo di studi o di lavoro solo perché sono più sicuri o convenienti. Se vi impegnate ad esprimere il vostro autentico talento, sarete più felici e avrete quella marcia in più che vi renderà unici e vi farà emergere sulla concorrenza».

In questi anni pieni di successi ci sono stati momenti difficili?
«Sono molto fortunato ad avere una famiglia unita, con una moglie che amo e un figlio in gamba: sono queste le cose che contano davvero. Dal punto di vista personale, ho sofferto profondamente per la perdita di mia madre. Professionalmente, il periodo più difficile è coinciso con l’ingresso in politica di Berlusconi, all’epoca editore del quotidiano “Il Giornale”. Mi dimisi nel 1995 insieme a Indro Montanelli: non potevo rischiare di diventare un giornalista di partito.
Purtroppo, in questi ultimi vent’anni, la classe politica italiana ha offerto un pessimo spettacolo, producendo gravi problemi interni e dando all’estero una pessima immagine del nostro Paese».

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?
«Mi auguro di poter continuare a viaggiare e raccontare: la libertà di lavorare divertendosi la si conquista solo offrendo un prodotto di qualità. Se sei bravo, sei anche libero e sarai apprezzato per ciò che scegli di fare. Inoltre, cerco di essere coerente e di non accettare compromessi, anche se non è facile riuscirci con la mia professione, con il benessere raggiunto e nell’assurda situazione italiana di conflitti di interesse che politici, banche e gruppi industriali hanno nel mondo dell’informazione. Anche per questo ho rifiutato un seggio sicuro al Senato e non partecipo a giurie letterarie o cose simili». 

Come deve essere un vero giornalista? 
«Conosco troppi giornalisti che si preoccupano principalmente di esaltare se stessi o la propria cerchia di amici. Anche la televisione, strumento potente e delicato, deve fare uno sforzo per essere chiara, veramente di servizio ed arrivare ai telespettatori. Però, per comunicare veramente, bisogna amare la gente e il pubblico».

Papa Francesco è un buon comunicatore?
«Papa Francesco ama la gente, donandole rassicurazione e comprensione. Con lui la Chiesa è tornata a proclamare che tutto ciò che serve è l'amore. Questo Pontefice compie molti gesti importanti, concreti e simbolici, usa spesso twitter e le nuove tecnologie, ma la sua vera forza comunicativa risiede nell’empatia che riesce a stabilire con gli altri. Papa Bergoglio sa sorridere e riesce a far sorridere. Lui sa che l'ironia è la sorella laica della misericordia: ci permette di accettare le imperfezioni del mondo».                             
 



COMMENTATORE IN VIAGGIO
Beppe Severgnini nasce il 26 dicembre 1956 a Crema, dove tuttora risiede. Laureato in Diritto Internazionale, è un giornalista, scrittore e docente apprezzato in tutto il mondo. A ventisette anni era già corrispondente da Londra per Il Giornale di Indro Montanelli, suo maestro di professione e di vita. Negli anni successivi ha seguito da vicino le vicende dei Paesi dell’Est, della Cina e degli Stati Uniti, dove i suoi libri hanno molto successo. Firma storica del Corriere della Sera, scrive anche per prestigiose testate straniere, tra le quali The New York Times. Inoltre, ha ideato e condotto vari programmi radiofonici e televisivi, anche all’estero e in Rai. 

Molto attivo anche sul web, ha da poco festeggiato il quindicesimo anno di attività del suo famoso forum ‘Italians’ (italians.corriere.it). Nel 2001 la Regina Elisabetta II gli ha conferito il titolo di Officer of the British Empire e nel 2011 il Presidente Giorgio Napolitano lo ha nominato Commendatore della Repubblica italiana. Appassionato di calcio e tifoso dell’Inter, è sposato con Ortensia e ha un figlio, Antonio.


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