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Il lavoro più bello (e duro) del mondo

È una nuova professione che sta interessando non solo i giovani. Intervista a Corrado Rossi, promotore di Sviluppo di Vita e Missione

Mar 07 Gen 2014 | di Alessandra Manni | Bambini
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Cosa ti ha portato a diventare Promotore di Sviluppo di Vita e Missione?
«Fin da bambino sognavo di essere missionario, sentivo forte quella gioia, comune a tutti i bambini, di darmi all'altro. Negli anni, purtroppo, questa gioia l'ho persa, perché mi sono integrato ed adattato a ciò che la famiglia, la scuola, la società mi chiedevano di essere. Questo mi ha portato a chiudermi e difendermi, tanto che, quando dieci anni fa ho incontrato l'associazione Italia Solidale Onlus, avevo timore a partecipare: sentivo che c'era qualcosa di forte e non volevo farmi coinvolgere. Non avevo il coraggio di frequentare la Scuola Quadriennale di Sviluppo di Vita e Missione, ma comunque non mi perdevo una lezione, che mi scaricavo da internet e sentivo in macchina». 

Cosa ti ha aiutato a cambiare idea?
«Le testimonianze delle altre persone, già coinvolte in un cammino personale sulla base dell'antropologia frutto di un'esperienza di oltre cinquant'anni di Padre Angelo Benolli. Mi ci è voluto un bel po' per aprirmi completamente, sentivo molti contrasti in me. Dovevo mettere in discussione 40 anni di vita ridotta ed integrata con una proposta culturale che mi diceva di ritrovare le mie energie personali, l'unicità della mia creazione come figlio di Dio. Quando ho percepito la necessità di vivere questi contenuti, ho sentito che, nonostante i mie contrasti, qualcosa in me voleva nutrirsi di questa ricchezza e quindi mi sono aperto a questa nuova esperienza». 

E come ti sei coinvolto?
«Ho cominciato la mia missione andando nelle regioni italiane, incontrando i donatori di alcune province del Piemonte e della Lombardia, e del Trentino Alto Adige. E devo proprio ringraziare questi donatori che mi hanno accolto come se fossi stato uno di loro, anche in zone dove si ha il pregiudizio che siano persone chiuse. Con loro condividevo la mia esperienza e i contenuti che avevo incontrato con Italia Solidale. Ciò che questi incontri mi hanno insegnato è che tutti noi abbiamo una radice comune, che è quella del bambino che ha sempre bisogno di rispetto e scambio di rispetto, altrimenti perde la sua unicità, soffre e si chiude. Questa chiusura la possiamo constatare nei bambini stessi, ai quali spesso manca una vera relazione con i genitori o comunque con gli altri adulti. E questo l’ho visto in un incontro con 500 bambini di una scuola elementare di Biella, Piemonte».

Cosa è successo?
«Quella volta con me c'era anche un missionario del Kenya, Patrick, che ha parlato con i bambini, facendo loro diverse domande. Una di queste è stata: “Chi di voi ha mai sentito sofferenza nella sua vita?”. Tutti i bimbi hanno alzato la mano e hanno spiegato i motivi, anche banali agli occhi dei “grandi”: per il giocattolo rotto, per il fratellino dispettoso, e così via. Poi Patrick ha posto un'altra domanda: “Quando siete così sofferenti che cosa fate?”. A quel punto il gelo, non c'è stato un bambino che ha detto qualcosa ed erano tutti intenti a cercare di costruire una risposta che potesse andare bene. L'unica che ha voluto intervenire è stata una bambina di 9 anni, figlia di una coppia che ha l'adozione a distanza con noi e che partecipa ad una comunità con altre persone della loro zona, la quale ha detto che quando sta male cerca una persona di cui ha fiducia e con la quale sa che può aprirsi. In quel momento lei ha espresso la necessità che i bambini hanno di essere visti e rispettati».

La stessa necessità che hai incontrato in Sud America?
«Sì, ho conosciuto diverse realtà sudamericane, sono stato in Colombia, Brasile, ed ora mi concentro in Argentina e Paraguay. Qui ho visto tutta la dipendenza e la schiavitù di cui questa gente è vittima, ma anche l'anima e lo spirito che hanno. In Colombia, in particolare, ci sono due realtà: una è afro-colombiana, persone deportate dall'Africa per sostituire gli schiavi indigeni del luogo, uccisi dal genocidio portato avanti dai conquistatori. Una mancanza di dignità che ho visto ancora oggi nelle persone che ho incontrato: mamme giovanissime con 3 figli da 3 uomini diversi, persone che lavorano nei campi di canna da zucchero per pochi soldi. La seconda realtà è quella degli indigeni, una delle poche popolazioni scampate al genocidio, che hanno mantenuto le loro tradizioni, le loro origini, ma allo stesso tempo hanno una forte dipendenza dalle loro strutture interne. Per cui, anche qui, ho visto un contrasto enorme tra quello che uno ha dentro, la creazione, e poi quello che ti ritrovi a vivere». 

Come si guariscono queste ferite?
«Con una vera testimonianza di vita, ritrovata grazie ad una concreta esperienza delle proprie energie personali collegate a Dio, per la carità. Insieme ad Antonella Casini (vedi numero dicembre 2013) abbiamo condiviso con queste persone gli aspetti principali della proposta antropologica di P. Angelo - la creazione, il bambino nei primi 30 giorni, poggiato nel grembo materno ma in relazione solo con Dio, il fatto che nelle cellule germinali del bambino non c'è nessun DNA del padre e della madre - collegando tutto ciò alla nostra vita. Quello che mi ha sempre profondamente colpito di questa antropologia è che mai ti viene chiesto di adeguarti a ciò che viene proposto. è tutto il contrario! Tu sei sostenuto a ritrovare ed essere solo te stesso, trovando un tuo modo personale di vivere questa realtà, in comunione con altre persone, ma senza lasciare che gli altri facciano le cose al posto tuo. Una via per la guarigione tutta personale». 

Guarigioni che vedi anche in Sud America?
«Quest'anno in Argentina ho incontrato una donna che a quattro anni è stata abbandonata dai genitori ed è andata a vivere dai nonni, dove è stata abusata per anni dallo zio. Ciò l'ha profondamente segnata e verso i 14 anni, come ha trovato un uomo, è andata via di casa. In questo rapporto ha solo perpetrato il rapporto malato con lo zio, perché anche il compagno non l'amava, ma ne abusava. Sono venute anche diverse gravidanze, che ha sempre cercato di interrompere da sola, in modi molto violenti, ma senza mai riuscirci. Ha cominciato poi a fare parte di una comunità di Italia Solidale e, leggendo i libri di P. Angelo, ha capito che doveva rispettarsi di più, ma, senza una luce profonda sulla sua storia, ha solamente reagito. Quindi ha lasciato questo uomo e si è immediatamente messa con un altro, dal quale si è fatta trattare esattamente allo stesso modo. E anche da questo rapporto sono nati altri due bambini. Una situazione di totale mancanza di dignità e rispetto per se stessa».

Come ha fatto ad uscire da questa situazione?
«Grazie al sostegno della comunità questa donna si è separata anche dall'ultimo uomo e ha cominciato a meditare sulla sua storia personale. Ha visto come nella sua vita, fatta di abbandono e di abuso, ha inconsciamente preferito l'abuso rispetto al fatto di essere di nuovo abbandonata. I libri di P. Angelo l'hanno aiutata a vedere ciò che aveva registrato nel suo inconscio fin da bambina. Questa sua rinascita personale ha portato una vera guarigione anche nei suoi bambini. Sua figlia di 11 anni, infatti, cresciuta in una situazione familiare confusa e violenta, non parlava, andava dal logopedista, dalla psicologa, ma nessuno riusciva a curarla. Adesso, dopo il cambiamento della madre, la bambina ha cominciato di nuovo a parlare».  


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