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La luce costa meno, ma perché la bolletta non scende

Continuano a farci pagare (per legge) le fonti fossili superate dalle rinnovabili

Gio 27 Feb 2014 | di Francesco Buda | Energia
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Le centrali termoelettriche non danno i ricavi sperati, scalzate dal fotovoltaico e dalle altre fonti pulite? No problem, per i produttori “fossili” arriva il nuovo aiuto di Stato: un sovrapprezzo ai gestori di quei megaimpianti (le cosiddette “turbogas”) sempre più spesso in stand by ed inutili, come da anni spieghiamo su Acqua & Sapone. L'incentivo è previsto dall’ultima Finanziaria, la cosiddetta legge di stabilità dello scorso dicembre. Un paracadute per limitare il madornale flop delle centrali a metano. Il flop era prevedibile, eppure si sono ostinati ad investire molti miliardi di euro su questi impianti a combustibile fossile, supportati dai sussidi del decreto sblocca-centrali del 2003. Oggi, come allora, la “scusa” per incentivare queste centrali sta nella necessità di garantire sempre tutta la corrente di cui il Paese ha bisogno. Peccato che oggi in Italia la capacità produttiva supera di oltre il doppio il fabbisogno nazionale, circa un terzo proviene da fonti rinnovabili vere (non turbogas, inceneritori o centrali a biogas prodotto dai rifiuti organici). Dal gennaio 2013 a gennaio scorso, la quota delle vendite da impianti a fonte rinnovabile è salita dal 28,9 al 34,2%, mentre quella da impianti a gas è scesa dal 45,6 al 39,9%. L'elettricità generata da pannelli solari, pale eoliche, idroelettrica e geotermica ha precedenza in rete. Solo dopo può essere venduta quella da fonti non rinnovabili. Una rivoluzione che ha messo alle corde le turbogas, benché recenti. Come succede in qualunque settore se c’è vera concorrenza: il treno elettrico ha superato quello a carbone. Ma nessuno si sognerebbe di incentivare coi soldi pubblici le locomotive a vapore per il trasporto di passeggeri e merci quando quelle nuove non dovessero bastare. Ma così non è per la lobby elettro-fossile, fossile anche perché rimasta alle vecchie logiche di sfruttamento delle risorse naturali e con l'indomito vizio di mungere la mammella pubblica, anziché misurarsi con il mercato. La legge di stabilità nel regalare questa “cresta” sulla corrente a favore dei gestori delle centrali a gas, precisa che essa deve applicarsi “senza aumento dei prezzi e delle delle tariffe dell'energia elettrica per i clienti finali”. Ma dando soldi pubblici alle fonti tradizionali, penalizza comunque il consumatore finale. E in effetti, sebbene il prezzo all'ingrosso dell'elettricità sia costantemente sceso, non vi sono analoghe riduzioni sulle nostre bollette, che dovevano ridursi già da un bel po'. Invece, entro marzo, il Ministro dello Sviluppo Economico deve definire condizioni e modalità per erogare i nuovi sussidi alle centrali a gas. E indovinate chi pagherà?  

 


 

Quanto costa davvero la corrente?

Il prezzo all'ingrosso dell'elettricità è sceso nell'ultimo anno ovunque in Italia, tranne che in Sicilia. Ecco i dati più aggiornati disponibili: il calo è stato mediamente dell'8,1%, arrivando lo scorso gennaio al minimo storico di 59,27 euro a MegaWattora (a gennaio 2013 costava 64,49 €). In alcune fasce orarie è addirittura arrivato a costare 54,05 euro a MWh. Il prezzo medio a MWh in ciascuna delle 6 aree in cui è suddivisa l'Italia: Sud 56,18 €, Centro 57,25 €, Centro-Nord 57,80 €, Nord 58,31 €, Sardegna 58,49 €, Sicilia 77,30 €. Questi i prezzi ufficiali registrati dal Gestore del Mercato Elettrico.


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