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David Byrne: Sono mie le musiche de “L’ultimo imperatore”

Il cantautore scozzese ex leader dei Talking Heads che ha scritto per Bertolucci e Sorrentino, si divide tra libri, musica e installazioni

Gio 27 Feb 2014 | di Federico Scoppio | Interviste Esclusive
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David Byrne  non riesce proprio a star seduto buono da una parte, è sempre in cerca di qualche novità, è un uomo compulsivo. Quarant’anni fa ha fondato i Talking Heads, una delle band più influenti del rock degli ultimi 50 anni, oggi è impegnato nello scrivere colonne sonore, in installazioni, nella composizione di musica originale, tra un giro in bicicletta e l’altro. Qualche mese fa ha persino pubblicato un libro, un saggio di filosofia della musica (“Come funziona la musica”). «Ho dedicato alla musica la mia vita adulta” - scrive nella prefazione -. Non era quello il programma, ma alla fine è andata così». Però fa un effetto strano rendersi conto che buona parte della propria identità è legata a qualcosa di assolutamente effimero. Durante il percorso solista, iniziato al termine dell’esperienza dei Talking Heads, ha intrapreso una fervida carriera solista, che lo ha portato a confrontarsi con diversi personaggi: da Brian Eno a Ryuchi Sakamoto, fino al progetto del 2012 con la cantante St. Vincent.

David, lei apprezza molto alcuni autori italiani come Fabrizio De André e ha collaborato con il figlio Cristiano nel suo cd del 1997. Ha ascoltato anche altre cose di musica italiana?
«De André è un gigante. Qualche anno fa mi appassionai a Franco Battiato che ascoltai casualmente in un festival in cui avrei dovuto suonare anche io. Un paio di anni fa ho ascoltato la musica di Vinicio Capossela, un autore che trovo davvero sorprendente, in particolare il disco sul mare e i marinai. Tra le altre proposte mi è capitato di ascoltare una giovane donna molto brava, Carmen Consoli, e ho recentemente scoperto delle vecchie canzoni molto interessanti che non conoscevo di Marisa Sannia».

Poco prima partecipò al film americano di Sorrentino. Ha un'opinione del cinema italiano, visto che in passato ha lavorato anche con Bernardo Bertolucci?

«Ho incontrato Sorrentino di recente, lui mi sorprende sempre. Quando mi chiese di partecipare al suo film rimasi un po’ perplesso. Avevo paura che un autore di nicchia, europeo, non avesse le possibilità di confrontarsi con il grande circo del cinema americano. Dopo aver letto la sceneggiatura, mi sono ricreduto. Anche rispetto alla mia piccola partecipazione mi colpì molto. Mi chiese di interpretare David Byrne, io gli risposi, “ma io sono David Byrne”, e poi ho capito che avrei potuto cavarmela solo seguendo l’istinto e lasciandomi trascinare dall’interpretazione di Sean Penn. Per il resto non sono molto informato sul cinema italiano, conosco la maggior parte dei film che proiettano qui a New York, proprio in un’occasione del genere avevo visto “Il Divo” e “Le conseguenze dell’amore”. Qualche tempo fa mi hanno presentato un attore che ha fatto forse venti film e io non l’avevo mai sentito nominare, ero un po’ imbarazzato, ancora adesso non ricordo il nome».

I Talking Heads sono solo un ricordo?

«Sì, credo che sarebbe noioso, perché dovremmo riavvolgere indietro il nastro dall’inizio? Abbiamo fatto dei dischi davvero interessanti, che suonavano come nessun’altra band esistente in tutto il mondo, perché dovrei tornare indietro e ripetermi?».

Forse perché molte band degli anni ’70 e ’80 sono tornate insieme recentemente.
«Non è una cosa che mi sorprende, forse alcuni di loro hanno bisogno di soldi, li capisco, non hanno venduto molti dischi all’epoca e meritano di guadagnare i soldi e i fan che non hanno avuto prima. Ci sono anche casi di gruppi di successo, questi proprio non li capisco. Perché dovrebbero rifarlo ancora?».
Immagino che molti sarebbero felici di rivedere i Talking Heads perché forse erano troppo giovani quando hanno fatto gli ultimi concerti. In ogni caso dal vivo ogni tanto suona vecchi brani dei Talking Heads…
«Sì, un paio, ma in questo caso il discorso è diverso. Le canzoni rimangono nell’anima e nel cuore della gente, le band passano».

Però grazie alla band la sua vita è cambiata?
«Certo, non mi nascondo nel passato. Ero una persona con qualche eccesso, molto timida e una delle ragioni per cui ho fatto musica è che la gente potesse parlare con me e io con loro. Dagli anni dei primi successi, è proprio così, la mia vita è cambiata».

Ora va meglio?
«Il discorso è complesso: la musica è esattamente il mezzo con cui la gente che non si sente per niente cool comunica le proprie emozioni. Se riesci a salire su un palco e ottieni successo, riuscirai anche a farcela con le ragazze, questo lo dico ai giovanotti che ne hanno bisogno. Nel mio caso, la musica non è servita solo a comunicare con le ragazze, è servita a comunicare col resto del mondo. Mi sentivo a disagio anche solo al pensiero di parlare con altre persone. Non ero assolutamente in grado di esprimermi. Poi mi sono accorto che sul palco, forse proprio perché si tratta di una situazione non naturale, riuscivo a sostenere qualunque cosa. Attraverso una canzone riuscivo a trasmettere le mie angosce, la sofferenza, la collera. Negli anni le cose sono migliorate, ma non posso certo dire di essere completamente rilassato nel rapporto con gli altri».

Continua a usare la bicicletta a New York e lo fa anche quando va in tour. Quali sono le città italiane che ha girato in bicicletta?

«Sì, sono venuto in ufficio in bicicletta questa mattina, anche se fa molto freddo. Qualche mese fa ero a Roma e ho affittato una bicicletta. In Italia utilizzo la bici ovunque, a parte Venezia, ma al lido sì, in città sarebbe interessante (ride, ndr)».

Ha appoggiato molto Obama, che ne pensa di questi anni di gestione?
«Mi ha molto deluso. Non ho capito come mai abbia messo le banche nelle mani dei banchieri: l’economia e le banche hanno bisogno di essere regolamentate, anche dopo il crash finanziario e gli scandali che sono venuti fuori non possono sollevarsi da soli, se non vengono regolamentate rischiano di andare molto male, ancora peggio di come stanno andando ora. Strano non lo abbia capito». 

 


 

OSCAR, DAVID, GLOBE, GRAMMY...

Un Oscar, un Golden Globe e un Grammy per le musiche del “L'Ultimo Imperatore” di Bertolucci, scrittore, produttore discografico, autore di musical e designer, David Byrne, nato in Scozia nel 1952, nei primi anni ’70 fonda i Talking Heads. Otto gli album che incidono. Oltre all’Oscar, il suo palmares è composto da due David di Donatello (uno come miglior musicista, uno come miglior canzone originale per le musiche del film di Paolo Sorrentino “This Must Be The Place”). Molti altri i riconoscimenti che ha ricevuto, tra i quali l'introduzione nella Rock and Roll Hall of Fame (nel 2002).


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