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Anna Mazzamauro: Gli altri sono troppo uguali

«Non chiamatemi signorina Silvani»

Gio 27 Mar 2014 | di Stefano Cortelletti | Interviste Esclusive
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Lo sguardo fiero di chi oggi non ha rimpianti, i capelli rossi e ricci con cui tutti hanno imparato a conoscerla. Anna Mazzamauro si è definitivamente liberata della maschera di quella Signorina Silvani, sogno proibito del ragionier Ugo Fantozzi. Via le etichette, le insolenze, i colpi di testa. Una grande attrice teatrale, interprete versatile che ha fatto del palcoscenico il suo habitat.

In quanti si sbagliano e ti chiamano Signorina Silvani?
«Quando capita, li stronco. Non rinnego nulla, però c'è questo ricordo così impregnante che allontana il senso del teatro. Inizialmente sono stata spinta a considerare il cinema come un hobby di lusso. Poi ne sono stata opportunisticamente e commercialmente presa. Sono molto grata alla Silvani, ma non la si deve nominare. Solo io la posso nominare. Io la sfrutto come simbolo di solitudine rispetto a se stessa, con quei i suoi tentativi di convincere gli altri che la solitudine è bella. Oggi la signorina Silvani è una maschera e questo per me è un grande riconoscimento».

Anna Mazzamauro impresaria teatrale, poi attrice cinematografica, interprete musicale ed ora il tuo nome è legato di nuovo al teatro. Perché questa scelta di abbandonare il cinema?
«Non ho abbandonato il cinema, il cinema ha abbandonato me. Sono nata nel teatro, guai a pensare il contrario, solo dopo è arrivato il cinema. Eppure, tutte le proposte avute dopo la Silvani mi vedevano nel ruolo della racchia il cui marito cercava la donna bella come amante. Io non ci sono stata, anche se ho fatto pure altro al cinema. Penso, tra i tanti, a "Tutti posso arricchire tranne i poveri" con Enrico Montesano e Barbara Bouchet: i due mesi peggiori della mia vita. In una scena ci dovevamo picchiare: fu tutto vero. Quante gliene ho date a Montesano. Altri film non li nomino perché me ne vergogno, erano bruttarelli».

Oggi, basta apparire in tv per essere considerato un artista famoso.
«Più si abbassa il livello della televisione, più si abbassa il livello del pubblico e viceversa. Non credo che la tv possa consacrare ad artista uno che bada solo al successo. Non credo che i nuovi mostri del Grande Fratello possano essere considerati artisti. Al Grande Fratello, che non ho mai visto, si riempiono di parolacce, di insulti. Quelli della tv sospettano che al pubblico piacciano queste cose, quindi li incitano, li aizzano. Che deve pensare un fanciullo che vede questa cosa? Crederà che per andare in tv bisogna offendersi, litigare, prendersi a pizze». 

Nel suo ultimo spettacolo “Nuda e Cruda”, che è diventato anche un libro edito da Diamond, lei affronta tabù, pregiudizi e superstizioni del mondo d’oggi. Si prende in giro il concetto del diverso. Ma che cos’è davvero la diversità?
«È altro, ma sempre vero. Tutti si ribellano di fronte al concetto di diversità. È bello pensare che dentro di noi possa esserci acqua cheta da cui, da un certo punto, esce un delfino coi denti aguzzi. Anche io sono atipica, sono diversa. Tutti siamo diversi. Dico nel libro: a volte mi piacerebbe essere negra, andarlo a cantare sotto le nuvole. Io ad esempio ho il naso grosso, interpretando Cyrano ho anche risparmiato sul trucco! Ecco, io non rappresento la prototipa di velina: non lo sono mai stata, anzi. Ma mostro con gioia la mia atipicità, non me ne sono fatta una ragione ed ho capito che è un altro modo per essere bella. E sai che ti dico? Non sono io che sono diversa, sono gli altri che sono troppo uguali». 

In una scena del tuo ultimo spettacolo interpreti anche il ruolo di una mamma a cui per violenza hanno ucciso una figlia. 
«È un racconto dedicato alla mamma di Melania Rea, per il cui omicidio è stato condannato il marito. Simone Di Matteo, l'editore, ha scelto di estrarlo e di pubblicarlo in una antologia che uscirà a maggio, “Del giorno e della notte”. È un personaggio massacrante per una attrice che è anche madre: si pensa sempre alle povere creature uccise, ma non si pensa mai al dolore doppio di una madre che deve sopravvivere al massacro di una donna che è anche sua figlia».

Lei che madre è stata?
«Se mi avessero fatto questa domanda tanti anni fa, avrei parlato dell'angoscia di una madre che tentava di proteggere sua figlia. Ora che è grande, sono protetta dalla protezione che mia figlia Guendalina ha da altri. Come madre sono un suo punto di riferimento importante, ma con una responsabilità divisa. Ma ancora oggi ho i sensi di colpa dei pianti di mia figlia Guendalina, quando la lasciavo per andare in tournée. Ogni volta era come se per lei morissi. Ma non potevo rinunciare alla mia vita e mi sono presa la grande responsabilità di crescere mia figlia dicendole: non fare mai quello che ho fatto io».

È difficile essere donna oggi?
«Io ho l'alibi dell'attrice. Fingendo di essere donna, esalto l'attrice. Per chi non è artista, neanche mi ci metto nei suoi panni...».

Che cos’è la felicità?
«Il poeta risponderebbe: la natura, il mondo, la gioia. Io ho trovato la grande felicità nella grande crisi, nell'orrendezza delle cose della vita, da cui sono rinata consapevole e in grado di affrontare la vita. Ecco che cos'è la felicità».   


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