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Corrotti, nessuno va in carcere

La casta impunita ci divora, oggi più che mai. Ma la soluzione è molto semplice. Le proposte del giudice Caselli: stop ai ricorsi fasulli e alla prescrizione

Gio 27 Mar 2014 | di Francesco Buda | Attualità
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Ogni anno, dei 120 miliardi di euro che la corruzione divora in tutta Europa, ben metà, 60 miliardi, vengono scippati agli italiani dai loro stessi rappresentanti politici, in un clima di quasi impunità.
La probabilità media che un bando di gara per un appalto pubblico sia viziato dalla corruzione è del 3 %. In Italia  sale al 10%, più del triplo della Francia e oltre 10 volte l’Olanda.
Lo rileva il 1° Rapporto della Commissione europea sulla diffusione del fenomeno della corruzione negli Stati membri. Non a caso siamo in fondo alle classifiche europee sull'integrità e pulizia e in quelle mondiali stiamo peggio, ad esempio, di Botswana, Rwanda, Lesotho o Ghana. 

UNA GUERRA CIVILE
E' una sottile, subdola e pervasiva guerra civile: su un fronte quelli che pagano le tasse, sempre più pressanti, e sull'altro fronte chi quei soldi li ruba e li spreca. E si vedono le vittime sul campo di battaglia. Dagli imprenditori e lavoratori delle aziende che chiudono o scappano, alla speranza fiaccata che si perde nel “tanto è tutto un mangia-mangia”, ai “caduti” sul fronte sanitario in ospedali e pronti soccorso sempre più depauperati. 
Su un volume di spesa sanitaria italiana intorno ai 110 miliardi di euro l'anno, il malaffare si traduce in circa 6 miliardi di euro, spiega l'ultimo Rapporto di Transparency International, la più importante rete mondiale contro la corruzione.  Dato in linea con i calcoli dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, che stima in 5-7 miliardi l’anno le frodi e ruberie in campo sanitario. 

SOLO 11 IN CARCERE PER CORRUZIONE
Corrotti e corruttori, grazie ad un meticoloso e scientifico sabotaggio politico-normativo, la fanno franca tutti: solo 11 soggetti risultano in galera per corruzione, solo 26 per concussione, 27 per abuso d'ufficio aggravato e 46 per peculato (dati a novembre 2013). è il capolavoro del trucchetto chiamato prescrizione. Un istituto di civiltà nato per garantire tempi certi nei processi,  trasformato dalla casta in spugna ammazza-processi. In particolare, il boom di impunità si registra dopo il dicembre 2005, con l’arrivo della legge n. 251. Parliamo della cosiddetta “ex-Cirielli” o “salva-Previti”, che ha ridotto i tempi di prescrizione, messa a punto ed approvata dal centro-destra di Berlusconi. Tra primo grado, Appello e Cassazione, la classe “digerente” e il lestofante incravattato possono contare su salvagenti sicuri. Basta saper perdere tempo. Il giovane capo del Governo, Matteo Renzi, ha promesso lotta dura alla corruzione. A tale scopo, il rottamatore ha designato il magistrato anticamorra Raffaele Cantone alla guida dell'Autorità anticorruzione per monitorare e prevenire. Ma senza poteri repressivi. 

STOP ALLA PRESCRIZIONE 
Cosa potrebbe (dovrebbe) fare subito il governo Renzi? Le soluzioni ci sono. Acqua & Sapone ne ha parlato con esperti più che autorevoli (vedi anche articolo più avanti). Chiare, precise e attuabili presto le proposte lanciate su Acqua & Sapone da Gian Carlo Caselli, icona della Magistratura che funziona e dello Stato perbene, simbolo della lotta al terrorismo e alle mafie. «Sono possibili, subito e a costo zero, interventi decisivi», ci dice l'ex capo della Procura di Palermo e poi di Torino. «Soltanto in Italia, unico fra i Paesi civili,  la prescrizione non si interrompe mai», spiega Caselli. Infatti da noi, anche di fronte ad indizi e prove schiaccianti, non viene fermato il decorrere dei termini che possono far saltare il processo. E quindi, con soldi e avvocati abili, si può sfuggire alla giustizia tra cavilli e rinvii.  «Ovunque altrove - prosegue il magistrato - la prescrizione invece si interrompe con il rinvio a giudizio (quando il giudice riconosce che in base alle indagini l'accusato va processato, ndr) o con la sentenza di primo grado, oppure, a tutto concedere, con quella di appello. Da noi niente. E allora conviene sempre allungare il brodo all’infinito perché arrivi la prescrizione che tutto azzera. Qualunque riforma che non toccasse la prescrizione si risolverebbe in una presa in giro. Dunque, bisogna innanzitutto interrompere la prescrizione e prolungarne la durata per alcuni reati non sarebbe male».

ABOLIRE L’APPELLO
«C’è un intervento in radice, di sistema, che ritengo ormai  indifferibile - prosegue Caselli -. Tra civile e penale abbiamo ben 9 milioni di  processi arretrati. Una montagna contro cui qualunque riforma è destinata a schiantarsi. Bisognerebbe avere il coraggio di abolire “tout court” il grado di appello. Così si ricupererebbe una quantità consistente di magistrati, segretari e cancellieri, da destinare in una prima fase esclusivamente all’eliminazione dell’arretrato. Poi andrebbero concentrati sul primo grado che ne trarrebbe una forte accelerazione, mentre la scomparsa dell’appello dimezzerebbe – se non più – i tempi dei processi. Certo, lo ripeto, ci vuole un  gran  coraggio. Ma  è necessario per non soccombere sotto un cumulo di macerie. Quantomeno si dovrebbe riscrivere il sistema delle impugnazioni (i ricorsi contro le sentenze, ndr). Oggi, per esempio, l’imputato confesso di un reato da niente, perciò condannato al minimo della pena, ricorre lo stesso. Sempre e comunque. In appello la pena (reo confesso condannato al minimo) sarà ovviamente confermata. Al che l’imputato – sempre più incredibile – ricorre persino in Cassazione, pur sapendo che non c’è  niente da sperare. Morale: tutti ricorrono, il sistema si ingolfa, i tempi rallentano e i processi si allungano. Occorrono (eppure non si fa) dei filtri di grado in grado, che impediscano o fortemente sconsiglino i ricorsi inutili». 

ALTRE SOLUZIONI ANTI-CORROTTI
«Per esempio, si potrebbe finalmente abolire un retaggio del diritto romano, il cosiddetto divieto di “reformatio in pejus”, grazie al quale, se a ricorrere è soltanto lui, l’imputato non rischia assolutamente nulla, perché è vietato peggiorare di un solo giorno o euro la condanna già inflitta. Ultracomodo, al punto che non ricorrere  è  masochismo».  Altre iniziative attuabili subito? «Oltre alla riforma della prescrizione, gli interventi possibili per migliorare la situazione sono molteplici. Bene i codici etici, purché abbiano finalmente conseguenze concrete in termini di effettiva responsabilità disciplinare e politica e non si riducano ad enunciazioni velleitarie. Ai codici devono poi affiancarsi altre misure: l’anagrafe dei candidati alle elezioni nazionali e locali; i test di integrità per politici e funzionari; la reintroduzione del reato di falso in bilancio (l’attuale sostanziale depenalizzazione oscura tutta una serie di “spie” tecniche utilissime perché non restino sommersi fatti di corruzione o di economia illegale, anche mafiosa); la previsione di indagini sotto copertura; l’estensione alla corruzione delle norme che favoriscono le collaborazioni; la punizione dell’autoriciclaggio...».       

 


 

La via pulita c’è già e conviene       

Arriva in Italia un rivoluzionario sistema per prevedere in modo affidabile i costi degli appalti ed evitare le solite fatture gonfiate e l’allungamento dei tempi 

Prevenire è meglio che curare. «Se controlli l'esecuzione dei contratti, fai un buon servizio ai cittadini, è questione di cultura e mentalità. Lavorare pulito e nell'interesse di tutti è possibile, per mantenere i servizi evitando gli sperperi ci sono già tutti gli strumenti a disposizione», spiega ad Acqua & Sapone Giovanni Picca. Con la sua società Creasys, è tra i pionieri in Italia di una cultura gestionale fondata sulle persone e quindi sul rispetto delle regole al servizio della collettività. Collaboratori della Corte dei Conti e di vari organismi governativi, sono tra i pochissimi accreditati in Italia come “monitori”, soggetti abilitati a verificare che i effettivamente i fornitori di beni e servizi tecnologici non diano fregature ai Ministeri e altri uffici statali. Basta applicare la legge. In particolare il decreto legislativo 93 del 1993, che impone alle amministrazioni centrali dello Stato il monitoraggio dei contratti in materia informatica, attraverso esperti esterni non coinvolti nell'appalto da verificare. L’ing. Picca con altri ha fondato perciò l'AMEQ, associazione monitori esterni qualificati. «Il monitoraggio esterno è uno strumento necessario – spiega il loro presidente Mario Finzi -, anche perché spesso negli uffici pubblici non ci sono certe competenze che vengono acquisite all'esterno, spesso confondendo i ruoli tra controllore e controllato. Così troppo spesso i contratti non vengono verificati e lo Stato butta via grosse risorse per modernizzarsi, senza raggiungere i risultati. Perciò l’obbligo di servirsi del monitore esternova esteso anche ai servizi non informatici e agli enti non centrali, a cominciare dalle Regioni, che hanno ricevuto ulteriori enormi competenze e poteri». «Il 60% della spesa pubblica avviene al livello locale – conferma Picca – ed è lì che vorremmo portare questa mentalità e quindi l'obbligo di fare questi controlli». Invece di fissarsi solo su Imu e altre tasse locali, ad esempio, i Comuni potrebbero evitare un sacco di sprechi e frodi. Interesse del monitore esterno è far risparmiare l'ente sul quale fa i controlli perché così si fa un nome e lavora di più. Questo servizio costa tra l'1 e il 3% del valore del contratto monitorato, «ma garantisce risparmi documentati dal 10 fino anche al 20% – aggiunge il dottor Finzi – ed ha un forte ruolo dissuasivo verso chi vorrebbe chiudere un occhio o truccare la partita nelle gare d'appalto e nell'esecuzione dei contratti pubblici». «Ad esempio noi collaboriamo con vari Ministeri – afferma l’ing. Francesco Mastrorosati, cofondatore della Creasys –, che sono contenti perché hanno così ottenuto i risultati previsti e migliori servizi spendendo meno». Altra grossa possibilità concreta ed attuabile immediatamente per disinfettare gli enti dall'epidemia corruttiva: stimare i prezzi e i costi in modo affidabile e in anticipo. «Stiamo portando in Italia “Price”, una soluzione – dicono i due ingegneri – che ha una capacità unica di parametrare i costi, attraverso un modello matematico. Ad esempio, mi dici le caratteristiche di un apparecchio elettronico per andare sulla Luna e noi ti diciamo quanto costa. È un sistema che sintetizza 40 anni di esperienze internazionali». Un progetto probabilmente unico al mondo, senz'altro per l'Italia, dove è stato lanciato a Roma ad ottobre, anche con la collaborazione di importanti autorità nazionali. «Dire che è tutto corrotto – sottolineano i manager – è un qualunquismo terribile. Una strada virtuosa c'è, rimbocchiamoci tutti le maniche. Ad esempio, ci sono amministratori, persino di settori come la sanità, che ci chiamano per verificare quando hanno il sentore di cose strane. Dipende dalla persona. Se si vuole lavorare pulito, ci sono tutti gli strumenti per farlo». 

 



I più corrotti d’Europa 

Più che insufficiente. Questo il “voto” per l'Italia nella pagella su trasparenza, pulizia e affidabilità. Lo documenta il CPI, l'indice di percezione della corruzione. Così ci vedono istituzioni, organismi e manager internazionali che ci pongono al 69° posto. Ex aequo con la Romania e dopo Paesi come Buthan, Capo Verde o Montenegro. Nel 2003 eravamo in 35esima posizione su 133. Da allora anche Ghana, Namibia e Costa Rica ci hanno superato in meglio. Al livello europeo, siamo al terzultimo posto. Peggio di noi solo Bulgaria e Grecia. 

 


 

Come trovare soldi? Fermando la corruzione 

Tagliare le tasse alle imprese o alleggerire quelle sulle buste paga dei lavoratori? Imu sì o no? “Non abbiamo risorse”, è il tormentone per giustificare le carenze, inefficenze, tagli alla sanità, scuole che crollano, le strade a pezzi ecc. ecc. “Ecco, Presidente, inserisca nel Decreto Sviluppo la lotta alla corruzione in modo efficace e troverà i soldi che mancano. La corruzione, vera o percepita, influisce fino al 30% sul rating paese e sugli investimenti esteri, costituendo un impedimento alla crescita e allo sviluppo dell’economia e del lavoro”. Questa la replica di Maria Teresa Brassiolo nel 2011, allora presidente di Transparency International Italia,  all'excapo del Governo Berlusconi che diceva: «Non ci sono più soldi. Ci inventeremo qualcosa». «In questo difficile periodo - aggiunge la Brassiolo - contrastare la corruzione è un’azione imprescindibile per una nazione: fa diminuire i costi pubblici e quindi il debito e lascia risorse all’economia virtuosa che investe e crea lavoro certo e dignitoso. Qualsiasi progetto di sviluppo non può non mettere al primo posto il contrasto alla corruzione». Le invenzioni dei precedenti governi hanno solo aiutato la casta. Ora tocca a Matteo Renzi. Oltre al semestre di presidenza europea, l’Italia avrà la presidenza (con l’Australia) del Gruppo di Lavoro Anti Corruzione del G20.


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