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Questa casa non è un albergo

Fino a che età si deve dare la paghetta ai figli?

Gio 27 Mar 2014 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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Fino a che età dobbiamo dare la paghetta ai nostri figli? Fino a che età dobbiamo soddisfare i loro bisogno e capricci? Per quanto tempo, dopo che hanno preso il largo dal porto sicuro di casa resta sui genitori la responsabilità di assicurargli sopravvivenza e di più, tenore di vita uguale a quello precedente, oppure garantire il loro diritto a studiare nella miglior scuola possibile? Il fatto che interrogativi simili siano al centro di dubbi giurisprudenziali, e cioè che se ne occupino i tribunali, la dice lunga sullo stato di affaticamento dei nostri rapporti familiari. Possibile che su temi simili debba decidere un giudice?
“Questa casa non è un albergo”, da figli un po' tutti ci siamo sentiti rivolgere frasi simili. Il problema è che se a decidere in materia è un giudice è costretto a cercare appigli oggettivi. Così la questione si trasforma: questa casa è un albergo, ma dobbiamo valutare qual è la tariffa giusta, il numero massimo di giorni di permanenza i servizi dovuti all'interno della tariffa e quelli che vanno forniti dal cliente. Ma i nostri figli non sono clienti. Non serve una sentenza per dire che dobbiamo amarli e aiutarli come possiamo. E aiutarli in modo educativo possibilmente, non viziarli.
Eppure queste semplici affermazioni di buon senso sono sottoposte sempre più di frequente allo scrutinio della legge. Ha fatto discutere mezzo mondo il caso di Rachel Canning, rimbalzato dall'America in tutto il mondo. Rachel è una diciottenne un po' ribelle che a 18 anni se ne è andata dalla casa dei suoi e delle sue due sorelle, dove aveva tutto ciò che le serviva e anche di più, come le costose scuole private che ha frequentato da minorenne. Una volta maggiorenne, però, ha fatto esattamente quello che si dice nelle frasi fatte dei nostri litigi: “Finché sei qui si seguono le nostre regole, a 18 anni potrai andartene e fare ciò che vorrai”. E così lei ha fatto: a 18 anni se n'è andata. Ma non ha reciso il legame con la famiglia. Anzi: ai suoi genitori ha chiesto di finanziarle un ottimo college, per una spesa di 650 dollari al mese. è andata a vivere a casa del papà di un'amica, un avvocato che rappresenta in tribunale la rivendicazione che ha trasformato in causa giudiziaria. Secondo i genitori invece l'avvocato la consiglia male e la strumentalizza, loro vorrebbero che tornasse a casa e si sottomettesse e solo così sarebbero disposti a pagarle l'università. Va detto subito che il dibattito su un caso simile partito anche da noi ha qualche presupposto sbagliato. A partire dal fatto che da noi andare in una  buona università non è poi così fondamentale per avere successo nella vita, anche se non guasta, e i costi per studiare non sono quindi così alti. Ma restando sui principi generali, voi da che parte state? La ragazza accusa i genitori di essere un po' bambinoni egoisti, di spendere per se stessi, per il superfluo, di essere andati in vacanza lasciando a lei la cura delle sorelle. è un tema che risente molto anche delle nostre esperienze personali. Da noi la questione esplode quando i genitori sono separati e uno dei due è costretto a pagare un assegno di mantenimento ai figli.
La Cassazione ha stabilito che i genitori devono assicurarlo al figlio finché non ha gli strumenti per rendersi indipendente, non importa l'età. Il mio istinto mi fa sentire più vicino ai genitori, credo che in generale una volta andati via di casa i figli non possano accampare più di tante pretese su come papà e mamma spendano i propri soldi. Ma è anche vero che se una questione simile finisce in tribunale, per i genitori è segno che devono fare un bell'esame di coscienza sull'educazione che hanno impartito loro. 


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