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Intervista a Luca Parmitano

Il primo italiano che ha passeggiato nello spazio

Gio 27 Mar 2014 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Con quella passeggiata è entrato nella storia. Perché Luca Parmitano è stato il primo italiano della storia ad uscire dalla navicella e a svolgere attività extraveicolare nello Spazio, durante i 6 mesi vissuti lontano da casa. Oggi, a distanza di poco tempo dal suo ritorno sulla Terra, racconta la sua esperienza, difficile da dimenticare. Come è impossibile non ricordare i mesi di allenamento, la preparazione al volo, il countdown e quell’incidente del casco che lo ha costretto a rientrare dalla sua passeggiata nello Spazio prima del tempo. «Quando ci siamo “imbarcati”, prima del volo, siamo rimasti 3 ore nella navicella. Poi è cominciato il conto alla rovescia che, a differenza di quello fatto dagli americani, non prevede il countdown, ma la scansione dei vari stadi di accensione del motore. Un conteggio che abbiamo sentito centinaia di volte nei nostri simulatori, ma sentire i motori che si animano è una sensazione unica. L’astronave diventa viva. Si sente una forza feroce dietro le spalle. Poi si arriva sulla stazione dove è cominciata la nostra vita nello spazio».

Che rapporto avevi con i compagni di viaggio? 
«Per far comprendere il tipo di legame, che va oltre il rapporto professionale e amicale, ma che sa di fratellanza, ti dico che il collega Cris, di solito provvisto di una folta capigliatura, per solidarietà prima di imbarcarsi si è rasato a zero, come me! Il rapporto tra noi che condividiamo quello spazio ristretto e con chi ci segue da Terra è fortissimo». 

Cosa fate sulla stazione? 
«Sulla stazione facciamo tre cose: tecnologia, scienza, esplorazione. La prima è una parte fondamentale. Per esempio, abbiamo usato per la prima volta un nuovo computer che ci ha permesso di raggiungere la stazione in 6 ore e non 24, come accadeva fino a qualche mese fa. Si tratta di tecnologia tutta europea, in parte costruita in Italia. Comunque siamo sempre impegnati: ci occupiamo della manutenzione, facciamo molto lavoro social e ci alleniamo due ore al giorno. Seguiamo gli esperimenti che servono per apportare cambiamenti sulla Terra. Ne abbiamo seguito uno, per esempio, i cui risultati avranno delle ripercussioni sulla medicina. Voi sapete che in orbita il fisico tende a degradarsi, le ossa affrontano un’osteoporosi molto rapida, perché perdono calcio velocemente, i muscoli tendono ad atrofizzarsi? Allora io ho seguito una dieta particolare il cui scopo è evitare la perdita di calcio nelle ossa. Ho raccolto per una settimana liquidi corporei - potete immaginare quali! -. Se i risultati di questo esperimento dovessero essere quelli che pensiamo, tra pochi anni potremmo avere una dieta da fare sulla Terra che risolve il problema dell’osteoporosi». 

Cosa accade al fisico nello Spazio, oltre alla veloce perdita di calcio e all’atrofia dei muscoli?
«In orbita si diventa più alti, io sono cresciuto di 4 centimetri. Per questo, mentre eravamo lì,  abbiamo studiato gli effetti secondari dell’allungamento della spina dorsale. Fino a poco tempo fa era difficile compiere delle analisi sulla Stazione, perché c’era un macchinario troppo grande da poter imbarcare. Noi, invece, abbiamo usato una macchina per fare le ecografie, grande come un computer, grazie al quale sulla Terra contemporaneamente si facevano analisi su zone remote con macchinari impossibili da portare nello spazio».

Cosa si mangia nello Spazio?
«Contrariamente a come si pensa, si mangiano anche cose buonissime. I nostri cuochi ci preparano un menu internazionale, disidratato precotto. Ma, vista la mia provenienza siciliana e visto che la cucina è una delle cose che ci fa italiani nel mondo, prima di partire ho pensato di far preparare un menu italiano spaziale, a base di lasagne, risotto, parmigiana di melanzane… Doveva bastarci per sei mesi: lo abbiamo fatto fuori in un giorno, ma in compenso ne abbiamo parlato per sei mesi!». 

La prima volta nella tuta spaziale.
«La tuta spaziale vera è molto diversa da quella che si vede nei film. Ci vogliono 20 minuti per entrare nella tuta: nei film ci mettono 30 secondi! La prima volta che sono entrato in orbita nella tuta, mi sono accorto subito che ero cresciuto 4 centimetri. La tuta viene misurata a Terra e lassù mi sono trovato schiacciato. Le tute sono personalizzabili e possono essere adattate a diverse strutture fisiche. Quindi l’abbiamo dovuta adattare».

La tua prima uscita nello Spazio.
«Uscire nello Spazio è una storia di sensazioni. La camera stagna nella quale si entra è molto piccola e bisogna mettersi con i piedi e la testa simmetrici. La camera è piena di attrezzature che dobbiamo portare all’esterno. Alcune le portiamo in un portaoggetti che mettiamo sul petto. Di sottofondo, quindi, c’è lo scampanellio continuo dell’attrezzatura che galleggia e che si scontra. La fase di depressurizzazione è rumorosa. Siamo circondati da rumori: sentiamo il respiro, il flusso d’aria che viene pompato fuori, lo scampanellio degli strumenti e le parole di chi ci parla in cuffia. Ad un certo punto la pressione interna diventa zero. Scompaiono tutti i rumori e rimane solo il suono del respiro. Quello è il primo momento dell’attività extraveicolare. Intorno non c’è niente, c’è il nero, il vuoto assoluto. Ho svolto dei lavori, qualcosa di semplice, ma la consapevolezza di essere in una condizione straordinaria e fare qualcosa di normale è l’essenza dell’attività dell’uomo nello spazio. Siamo persone normali, ordinarie. Ma facciamo il nostro lavoro in condizioni straordinarie. Uno dei pensieri che ho avuto, guardando la Terra, è stato che non mi sentivo staccato dall’umanità. Al di là dei miei occhi c’era tutta la mia vita». 

Cosa è successo con il casco?
«Si è trattato di una avaria meccanica irreversibile del sistema di supporto alla vita che si trova nello zaino che, oltre a contenere l’ossigeno, permette al sistema di prendere l’anidride carbonica e la butta all’esterno e la separa dal vapore acqueo. L’acqua, per un guasto, è stata immessa nel casco insieme all’ossigeno. Mi scorreva lungo la testa. Mi ha coperto occhi, naso e orecchie, lasciandomi la bocca libera. Sono rientrato alla cieca. Non vedevo nulla». 

Quando eri nello spazio, a 400 km, hai visto la Sicilia: cosa hai provato?
«Ho visto la Sicilia dopo due settimane: l’ho vista illuminata dalla luce del tramonto. E la consapevolezza di essere così lontano e vedere il luogo nel quale ci sono le persone a me più care mi ha emozionato e ho cominciato a scattare centinaia di foto… Poi ho chiamato mia moglie. Perché dovete sapere che si possono fare telefonate, c’è un sistema satellitare che ce lo permette».  

La foto che hai scattato nello Spazio a te stesso ha fatto il giro del mondo. 
«Ho scattato la “selfie” più bella che potessi scattare. L’hanno ripresa sui siti di tutto il mondo ed hanno scritto: provate a battere questa selfie! E io ho risposto: “Quando il pianeta riflesso sarà tutto rosso, avremo battuto anche questa selfie!”».

 


 

Un siciliano nello spazio

Nato in Sicilia, nel 1976, laureato in Scienze Politiche, diplomato all'Accademia Aeronautica Italiana di Pozzuoli e come Ufficiale di Guerra Elettronica alla ReSTOGE di Pratica di Mare, è stato selezionato come astronauta ESA nel maggio 2009. Nel 2011 è stato assegnato come ingegnere di volo ad una missione di lunga durata sulla Stazione Spaziale Internazionale. Partito il 28 maggio 2013, ha trascorso 166 giorni nello spazio. È rientrato a Terra l'11 novembre 2013. è sposato e ha due bambine.


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