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Generazione shock

In Italia 3,7 milioni di persone non studiano né lavorano: benvenuti nell’era dei “neet”, i “not in education”

Gio 27 Mar 2014 | di Maurizio Targa | Attualità
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Trentaquattro anni non sono pochi. Jim Morrison e Jimi Hendrix erano morti da un pezzo, per non parlare di persone più importanti di loro: Moravia aveva già scritto “Gli Indifferenti”, Van Gogh stava dipingendo le sue tele più famose, Enrico Fermi era un fisico nucleare di fama mondiale. Per i cosiddetti normali, sino a pochi anni fa, poteva rappresentare l’età della nascita del primo o del secondo figlio, nelle generazioni precedenti persino dei nipoti. In Italia no. Un’intera società pare convinta che oggi, a 34 anni, uomini e donne siano ancora “giovani”, più assimilabili ai diciottenni che ai cosiddetti maturi, destinati a vivere per chissà quanto come eterni adolescenti.

In licenza permanente
Questa è la realtà sulla quale riflette l’Istat, diffondendo la sua ultima rilevazione sui “neet”, i giovani che non studiano e non lavorano (not in education, employment or training, in inglese). Oltre il 27% delle persone comprese tra i 15 e i 34 anni, riferisce l’Istituto, sarebbero in questa condizione e la percentuale corrisponde a 3,75 milioni di giovani o presunti tali; 300 mila in più rispetto al terzo trimestre del 2013, quando sommavano a 3,43 milioni. I soggetti più vulnerabili, non inseriti in percorsi di formazione, di lavoro o istruzione, sostiene l’Istat, vivono in prevalenza nel Mezzogiorno, dove toccano la quota record del 28,5%. Per l’Istat questa condizione riguarda tanto i quindicenni quanto i trentaquattrenni: un insieme con persone di età, bisogni e condizioni socio-economiche completamente diverse, accomunate però in questa triste contabilità. Ben 1,5 milioni dei neet nazionali ha studiato sino alla licenza media, mentre 1,8 milioni ha la maturità superiore e solo 437mila possiedono una laurea, un dottorato o una specializzazione. Il giovane fermo al palo è in maggioranza di sesso femminile: le donne risultano infatti oltre 2,1 milioni, gli uomini 1,6.

La paghetta del trentenne
Più della metà dei trentenni italiani vive con la paghetta dei genitori (51%) o dei nonni e altri parenti (3%), che sono costretti ad aiutare i giovani fino ad età avanzata. È quanto emerge da un ulteriore dossier targato Coldiretti/Ixè, dal quale si evidenzia come il soccorso di genitori e parenti salga al 79% se si considerano tutti gli under 34. In una situazione come questa non stupisce il fatto che ben il 75% di essi viva in casa con i genitori, dove cerca però di rendersi utile, tanto che il 76% dichiara di fare la spesa, il 73% cucina, oltre sei su dieci si occupano di piccole riparazioni, anche se c’è uno zoccolo duro di irriducibili (16%) che ammette di non rifare neanche il proprio letto. E si dannano per cercare uno sbocco dalla palude? Insomma! Nell’ultimo anno, stando alle interviste, hanno presentato in media venti curricula a testa, ma un preoccupante 44% di disperati ha confessato di non aver tentato proprio nulla. Non va però sottovalutata, si legge scorrendo l’analisi, la caparbietà di un buon 14% che durante il 2013 ha ricevuto oltre cinquanta porte sbattute più o meno virtualmente in faccia, risposte mancanti o negative a fronte della richiesta di lavoro. Inquietante poi la percezione che ottanta giovani su cento dichiarino di conoscere qualcuno che abbia trovato impiego solo grazie alle raccomandazioni, che scandali e difficoltà economiche non hanno affatto debellato, anzi.

Pronti a mettersi in gioco
Un quadro nefasto? All’apparenza sì, ma non del tutto, se è vero che la maggioranza di essi (51%) si è dichiarata pronta ad espatriare pur di lavorare; percentuale che sale al 64 chiedendo loro la disponibilità a cambiare città: insomma i cosiddetti choosy, bamboccioni o privi di ambizioni, in realtà avrebbero pronta (o quasi) la valigia. E se è vero che quasi un giovane su quattro (23%) accetterebbe un posto da spazzino e 27 su cento entrerebbero in un call center, la percentuale sale sino al 36 qualora si chiedesse loro se, pur di lavorare, farebbero volentieri il pony express. Si evidenzia insomma una grande flessibilità, almeno nelle intenzioni, delle nuove generazioni nel tempo della disoccupazione record. Forse anche troppo, come conferma il fatto che un giovane su tre, pur di lavorare, sarebbe disposto ad accettare un orario più pesante a parità di stipendio, ma anche, in alternativa, uno stipendio inferiore a 500 euro a parità di orario. Intramontabile, ovviamente, l’obiettivo italico del posto fisso, che potendo scegliere sarebbe preferito dal 46%, anche se in calo di sette punti rispetto allo scorso anno. Inossidabile il mito del dipendente pubblico, al quale ambisce il 34% di loro.

Occupati e contenti
Interessante poi il dato offerto da coloro che un impiego, nel corso del 2013, l’hanno trovato. Un’ampia maggioranza dei neo-occupati, infatti, ha dichiarato come “molto alto” (23%) o “buono” (40%) il proprio livello di soddisfazione, anche e soprattutto se chiamati a confrontarsi con le difficoltà dei coetanei ancora al palo. Di questi due terzi di nuovi assunti, il 25% si è dichiarato soddisfatto in quanto il nuovo lavoro lo appassiona, perché ha riscontrato opportunità di crescita professionali (22%), ma anche perché consente di curare altri interessi (16%). Appena 11 su 100 si reputano però appagati sul lato economico, confidando tuttavia in futuri margini di miglioramento. 
Insomma, l’estrema sintesi delle analisi può essere riassunta, concordano i ricercatori, sul come sia importante cominciare e proporsi sul mercato, accettando anche di staccarsi dal quartiere natio o partendo dal gradino più basso, piuttosto che sognare posti da colletto bianco e nel frattempo passare dal letto al divano, davanti alla Play... comprata coi soldi del nonno!    


 

Uno su tre lascia prima del diploma

In quindici anni quasi tre milioni di ragazzi hanno lasciato la scuola statale. Nel 2013 160 mila studenti hanno abbandonato la scuola secondaria superiore statale. Al quinto anno di istruzione superiore, il 27% di chi aveva iniziato il ciclo formativo dei cinque anni aveva lasciato: uno su tre non ce l’ha fatta a reggere il passo con i compagni di classe. L’Italia si colloca dunque in fondo alla media Ue, con ben 2 milioni e 900 mila studenti che negli ultimi 15 anni hanno lasciato istituti tecnici e licei senza diploma in tasca. Solo una parte dei dispersi ha continuato gli studi nella scuola non statale o nei corsi di istruzione e formazione professionale (IeFP). Gli altri hanno ingrossato le fila dei cosiddetti Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, non fanno formazione. 


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