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I nuovi papÓ

Innamorati dei figli, desiderosi di aiutare e di trasmettere la loro esperienza. Ma attenzione a non diventare ômammiö!

Gio 27 Mar 2014 | di Maurizio Targa | AttualitÓ

Seppure in ritardo rispetto agli altri Paesi, anche nelle famiglie italiane è in corso una lenta, ma inesorabile rivoluzione: i padri di un tempo, se si occupavano dei figli, era sostanzialmente per dare una mano alla compagna. Oggi, dice una recente indagine, lo fanno in primo luogo per se stessi e per i bambini. Sono proprio loro a conferirsi la palma di bravo papà e a riconoscersi proiettati nella cura del pargolo in misura maggiore rispetto alle generazioni precedenti (85,4% dei casi, dato Eurispes). E la tendenza è confermata anche da fonti maggiormente “super partes”: le mogli e compagne italiane, secondo un’altra ricerca condotta dal Sire (centro ricerche inglese specializzato in analisi dei trend sociali), promuovono a pieni voti il partner, riconoscendo come collaborino di più (37%) o molto di più (50%) alla gestione della casa e dei figli rispetto quanto facessero a suo tempo i loro stessi genitori. Sebbene il peso delle mansioni della famiglia, riconoscono cavallerescamente i maschietti, resti per un sostanzioso 71,8% sulle robuste eppur gentili spalle degli angeli in rosa. 

Gap “storico”
Insomma, se per secoli gli uomini hanno considerato la cura dei figli quasi un impiego degradante e da delegare volentieri alla mamma, è innegabile come oggi si assista ad un ribaltamento del modello rivelatosi inefficace, tanto da spingere i padri del terzo millennio a cercare un’altra strada per sentirsi “virili”, non vergognandosi più di spingere carrozzine, cambiare pannolini o imboccar bebè. 
Un ritardo storico spiegabile, secondo l’European Academy of Sociology, con differenti modelli culturali che affondano le radici nei secoli passati. Nel Nord Europa era infatti costume che, convolati a nozze, gli sposi si allontanassero da entrambi i nuclei parentali, dando così luogo ad una maggiormente equa distribuzione di ruoli e compiti. Nel nostro Paese, viceversa, era particolarmente in auge il modello “patrilocale”, ovvero la possibilità, se non la certezza, che la nuova famiglia si allocasse presso i genitori di lui, perpetrando una rigida suddivisione delle mansioni, tra le quali la cura dei figli ricadeva senza dubbio tra i doveri materni. Anche l’organizzazione familiare basata sul modello agricolo della mezzadria, particolarmente diffuso nelle nostre campagne, non ha fatto altro che consolidare lo stereotipo della famiglia patriarcale.

Papà 2.0
Ma tutto ciò, appunto, appartiene al passato: il papà tricolore del terzo millennio, dicono gli studi, è protagonista di un rivolgimento che trasforma in positivo equilibri consolidati, creando una simmetria di ruoli sinora sconosciuta. Che nasce anche dalle mutate necessità: spesso i contratti lavorativi odierni sono a tempo, approfondisce l’analisi, oggi lui domani lei: è consigliabile, anzi necessario, essere intercambiabili. E non si tratta solo di pannolini, di lavatrici equamente divise, di favole da leggere pazientemente la sera finché non arriva il sonno: è una vera rivoluzione culturale della coppia, che dalla asimmetria conduce all’equilibrio. Padri "high care", come li ha definiti un altro studio pubblicato dall’Isfol, l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, che ha tracciato un vero e proprio identikit statistico del genitore maschio, che oggi, nell'88% dei casi, non soltanto gioca con i figli, ma li accompagna a scuola, li lava, li veste, cucina per loro, li accudisce in una sovrapponibilità di ruoli finora quasi sconosciuta in Italia. 
E poi fa la spesa (68,3%), aiuta nelle faccende (37,5%) e la sera mette a letto i propri bambini (25%). Dati che raccontano quanto sia cambiata la distribuzione delle mansioni all'interno di una coppia e quanto l'esplosione dei canoni tradizionali del lavoro stia mutando per sempre la struttura delle giovani famiglie.

Depressione post partum
Ma c’è il rovescio della medaglia: secondo un’indagine della New York University School Medicine, è di ben il 15% la percentuale dei bambini il cui padre abbia sofferto di depressione post partum, sindrome fino a poco tempo fa ritenuta a totale appannaggio delle mamme, patologia che vede maggiormente esposti babbi con problemi di lavoro. Ed è proprio al lavoro che la percezione sociale del ruolo di padre appare ancora decisamente indietro, specialmente da noi: solo sette padri italiani su cento decidono di avvalersi del congedo parentale durante i primi tre anni del bambino, e la porzione di stipendio totale retribuito durante il congedo paterno è un misero 30% (in Svezia l’80). Nel caso il matrimonio vada male, solo nell’1,5% dei casi di separazione il bimbo viene affidato al padre (per il 19% alle madri, 79% di affido condiviso), ed anche gli stereotipi attorno al papà sono duri a morire: basti notare l’atteggiamento con cui molte aziende “sopportano” le assenze dal lavoro dei padri per stare coi figli, o l’ilarità riscontrabile negli spot pubblicitari, o sui volti dei nonni, quando viene proposta la scena del goffo papà che cambia pannolini. 

Papà, non “mammi”!
Sebbene il quadro sia oggi più equilibrato, e ciò sia indubbiamente positivo, un monito arriva però dagli psicologi dell’università newyorkese: meglio evitare di trasmettere, da parte del padre, caratteristiche naturalmente “materne”; la sovrapposizione non aiuta i figli. Più teneri, più disponibili a ridiscutere posizioni acquisite in anni di aurea indifferenza va senz’altro bene, avvertono gli studiosi, ma non è positivo per i padri rinunciare al ruolo fondamentale di tutore di norme e regole sociali nei confronti dei figli, mansione che da sempre rende la sua figura responsabile del necessario distacco tra il bambino e la madre, e del conseguente ingresso del primo nel mondo esterno. 
Abdicare ad un ruolo autoritario, quindi, non deve necessariamente significare deprimere quella componente di autorevolezza che attribuisce ai padri la capacità di amare, ma anche di porre limiti in modo chiaro e sereno, aiutando così il bambino a crescere adeguatamente ed emotivamente equipaggiato per affrontare con sicurezza la società esterna.                            



 

LA SINDROME DA CALIMERO

Otto papà su dieci soffrono della 'sindrome da Calimero': esclusi dal rapporto madre-figlio (26%) e talvolta persino ignorati (21%), molti hanno l'impressione di essere visti come dei veri e propri 'bancomat' (34%), e il 45% si lamenta del fatto che spesso vengono messe da parte le proprie esigenze, quando basterebbe una maggiore condivisione in famiglia per riscoprire la gioia provata all'annuncio che sarebbero diventati padri (il momento più bello della vita per il 54%). è quanto emerge da uno studio del 'Found!' condotto su circa 600 uomini con figli in età adolescenziale. I padri sognano di essere un po' coccolati e viziati (41%) e di ricevere un regalo che li faccia sentire veramente al centro dei pensieri dei propri familiari. 


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