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Certificato anti pedofilia

L’Italia si ispira alla direttiva UE. Ma con qualche differenza (come sempre)

Gio 24 Apr 2014 | di Armando Marino | Soldi
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Poche vicende come quella del certificato anti pedofilia dimostrano che in Italia il cittadino è considerato suddito. Il caso è scoppiato all'inizio dello scorso aprile, quando i giornali hanno rivelato che stava per entrare in vigore un decreto legislativo che prevedeva l'obbligo per i datori di lavoro di richiedere ai dipendenti di attività in cui si lavora a contatto con i bambini un certificato che dimostri l'assenza di precedenti penali relativi ad accuse di abusi e maltrattamenti su minori. Si nota però che il certificato in questione, così come richiesto non esiste: i casellari giudiziali infatti sono attrezzati per emettere un'unica certificazione con tutti i reati commessi, non solo quelli legati a pedofilia. E questa “completezza di informazione” semplicemente viola i diritti dei lavoratori tra cui quello alla riservatezza. La storia di questo decreto legislativo è la storia di come una norma apparentemente di buon senso (il fine è di diminuire il rischio di abusi da parte di adulti che lavorano con i bambini) si trasforma in un pasticcio più dannoso che inutile. Non si capisce bene a chi sia indirizzata la norma: insegnanti? Preti? Bidelli? E anche volontari di associazioni, tipo i boy scout? Il governo si sarebbe ispirato a una direttiva Ue, che in realtà prevede la facoltà del datore di lavoro di informarsi sui guai giudiziari pedofili del lavoratore, ma, appunto, la norma Ue dà facolta, non obbliga. Invece il governo italiano pensa bene, dopo aver impiegato tre anni a recepire la norma, di concedere ai cittadini solo una quindicina di giorni per fare domanda del certificato che non esiste nei tribunali. E rincara l'obbligo con lo spauracchio di multe da 10-15.000 euro, mica bruscolini. Le scuole di tutta Italia vanno nel panico. Come fare a mettersi in regola nell'arco di pochi giorni? Quando già si prospetta un assalto ai tribunali, in pieno weekend, non una precisazione ufficiale, ma “una fonte del ministero di Giustizia” precisa che il divieto riguarda solo i nuovi assunti. Evidentemente si ritiene che i vecchi assunti possano continuare a convivere con l'ombra di precedenti giudiziari pedofili. E in ogni caso, un certificato può davvero fermare i malintenzionati? Oppure serve solo a strappare qualche soldo dai lavoratori che dovranno spendere per fare i certificati? E chi ripagherà i cittadini di code, difficoltà a raccogliere le informazioni? Addirittura, nella fase transitoria, la “fonte” garantisce che “non ci saranno controlli a tappeto”. Come dire, abbiamo fatto una legge-sciocchezza, facciamo una mezza marcia indietro e per il resto non vi preoccupate, mica controlliamo sul serio se viene applicata. Che sovrano magnanimo.   


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